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“Dall’Alpi all’Africa”: l’italianizzazione fascista dall’Alto Adige alla Libia. Pergher: “Come fece un totalitarismo a trasformare popolazioni non italiane in italiane?”

Nel suo ultimo libro “Dall’Alpi all’Africa. La politica fascista per l’italianizzazione delle nuove province (1922-1943)” la professoressa dell’University of Indiana Roberta Pergher indaga le modalità con cui il regime cercò di trasformare dei territori non italiani in italiani. Dall’invio di coloni all'annessione violenta, dall’industrializzazione alle Opzioni, tante e diverse furono le misure messe in atto in due regioni tanto differenti come l’Alto Adige e la Libia, accomunate dal tragico destino di conquista e di trasformazione sociale

Di Davide Leveghi - 14 novembre 2020 - 11:27

TRENTO. “Il progetto nasce da un interesse per il carattere totalitario del regime fascista. La mia domanda iniziale era in che modo un regime totalitario potesse trasformare territori e popolazioni non italiane in italiane? Come poteva attuare smisurati piani di trasformazione sociale e ambientale in regioni dove il potere dell’Italia era contestato e la trasformazione ideata dal regime particolarmente profonda?”.

 

Dall’Alpi all’Africa. La politica fascista per l’italianizzazione delle nuove province (1922-1943)” (Viella editrice) non è la prima fatica storiografica di Roberta Pergher, professoressa brissinese di storia contemporanea all’Università dell’Indiana. “Esplorazione di come il regime, durante i vent’anni in cui è stato al potere, concepì questi territori e cercò di renderli ‘veramente italiani’, di nome e di fatto”, indaga le politiche di italianizzazione messe in atto dal fascismo in due territori tanto diversi per storia e cultura come l’Alto Adige e la Libia, accomunati però dalla sorte in un tragico destino di conquista e di trasformazione sociale e demografica.

 

Territori lontani sotto molti aspetti, Libia e Alto Adige finirono sotto il controllo italiano seguendo traiettorie storiche ben distinte. “Scatolone di sabbia” (secondo la celebre definizione di Gaetano Salvemini), strappato all’Impero ottomano nella guerra italo-turca del 1911-1912 e definitivamente sottomesso al Regno solo con una feroce campagna negli anni ’30 il primo, annesso con la Grande Guerra per motivi strategici e “restituito al suo carattere latino” (secondo la vera e propria falsificazione storica compiuta dal nazionalista roveretano Ettore Tolomei) il secondo, questi due luoghi sarebbero stati al centro di politiche d’insediamento volte a cambiarne i connotati etnici, spostando gli equilibri verso le componenti italiane che mano a mano giungevano dalle vecchie province e non solo (fino al 1927 e alla guerra al “trentinismo” lanciata da Mussolini, molti erano i trentini inviati nei territori a maggioranza tedesca).

 

Nonostante le diverse traiettorie, in tutti e i due i casi l’insediamento di famiglie italiane aveva un fine ben preciso – spiega la professoressa Pergher – con il loro duro lavoro i coloni avrebbero dovuto appropriarsi della terra e rendere l’affermazione della sovranità italiana reale nei fatti. Nel caso libico la politica demografica fascista fu una forma di violenza, un’aggressione contro la popolazione autoctona che aveva conteso il potere italiano dal momento dell’invasione nel 1911. La resistenza libica fu sconfitta definitivamente solo nel 1932 con un’incursione contro la popolazione civile definita un genocidio. In seguito, per salvaguardare il potere dell’Italia indefinitamente, il regime fascista passò ad una politica d’insediamento intesa a capovolgere le proporzioni etniche per arrivare ad una maggioranza italiana. Nel 1939 arrivò a dichiarare la zona costiera, cioè la zona più fertile della Libia, una regione d’Italia, divisa in quattro nuove province”.

 

In Alto Adige, come nelle provincie annesse del Friuli e dell’Istria, i progetti d’insediamento furono invece avviati già negli anni ‘20 e i proponenti dell’italianizzazione, e molti di loro erano stati fervidi nazionalisti durante i governi liberali che poi si unirono o fiancheggiarono il fascismo, continuavano a ribadire l’importanza della ‘conquista del suolo’. Proprio perché non c’era stata un’insurrezione violenta dopo le annessioni fu difficile per il regime trovare terra da dare in mano a coloni italiani. Ma gli sforzi compiuti in questo senso furono comunque notevoli. La zona industriale di Bolzano faceva parte di questo progetto più ampio d’insediamento, ma molti osservatori, tra cui anche Ettore Tolomei, la videro come una soluzione parziale e inferiore all’acquisizione di terreni agricoli e l’insediamento di famiglie contadine”.

 

Divisa comunemente in tre fasi, l’italianizzazione dell’Alto Adige vide dapprima la marginalizzazione del gruppo tedesco e la privazione dei suoi diritti linguistici e culturali, poi l’avvio di politiche demografiche volte a cambiare gli equilibri della popolazione ed infine le Opzioni. Tale lettura, però, viene sfumata da Pergher, a vantaggio di un’analisi più sfaccettata.

 

“L’Alto Adige è un caso molto interessante – continua – abitato prima della guerra in gran parte da persone che parlavano tedesco, vi vivevano anche un numero considerevole di ladini e una minoranza italiana. La sua italianizzazione viene spesso raccontata come divisa in tre fasi ma la storia fu in realtà più complicata. I primi tentativi di insediamento, infatti, furono lanciati già nella prima metà degli anni ‘20. Gli enti del regime continuarono ad acquistare masi e aziende agricole abbandonate o andate in fallimento durante la grande depressione. Se è vero che Mussolini già nel 1927 credette che la popolazione adulta di lingua tedesca non poteva essere trasformata in italiana, continuò però ad avere grande speranze riguardo la trasformazione dei giovani anche durante gli anni ‘30. Le Opzioni infine non furono tanto un intrigo per liberarsi dei madrelingua tedeschi che si rifiutavano di diventare italiani ma un accordo nato da una crisi internazionale e dalla necessità di trovare un accordo con la Germania di Hitler, giunta al confine del Brennero con l’Anschluss e desiderosa di reintegrare terre e genti ‘tedesche’ nel Reich”.

 

Ben diverso il percorso e le logiche sottese alla conquista coloniale libica, in cui l’uso politico del passato romano si mescolava all’ideale di superiorità della razza e del diritto italiano di “un posto al sole”. “L’italianizzazione della Libia seguì logiche diverse. L’occupazione italiana fu giustificata con argomenti storici di appartenenza della Libia all’impero romano. La popolazione però non fu mai vista come italiana o comunque come trasformabile in italiana. L’ideologia razziale dell’Italia fascista certo non fu uniforme e c’era chi credeva nell’esistenza di una razza mediterranea che includeva sia gli italiani che le popolazioni del Nord Africa. Queste idee però non ebbero il sopravvento e non fu fatto il tentativo di italianizzare la popolazione, anche se il regime tentò di fascistizzarla e c’era chi, come il Governatore della Libia Italo Balbo, credeva che in futuro si sarebbero dovute prendere misure più concrete d’integrazione”.

 

Tra la violenza coloniale e le imposizioni culturali, quali furono dunque gli esiti di tali politiche d’italianizzazione? “Le Opzioni non segnano tanto il fallimento delle politiche d’italianizzazione quanto il loro culmine e l’urgenza di impedire un’invasione tedesca, che poi comunque sarebbe avvenuta ugualmente – prosegue Pergher - in Libia, le politiche d’insediamento furono avviate nella metà degli anni ‘30. Le principali spedizioni di coloni avvennero nel 1938 con i famosi Ventimila e nel 1939, quando un secondo contingente di 10mila coloni fu inviato in Libia. La maggior parte di questi coloni rientrò in Italia dopo la guerra e soprattutto dopo la creazione di uno stato libico indipendente nel 1951. I pochi che rimasero rientrarono in Italia in seguito al colpo di stato del colonello Gheddafi del 1969. Dal punto di vista fascista, gli esiti in Libia furono veramente fallimentari; dal punto di vista degli italiani che dovettero lasciare la Libia senza averi e da un momento all’altro, furono tragici e traumatici. Per i libici invece, la liberazione dagli italiani fu una battaglia combattuta per decenni e con grandi sacrifici”.

 

Protagonisti delle politiche fasciste d’insediamento, oggetto e soggetto dell’italianizzazione, i coloni giunsero nelle Alpi come in Libia alla ricerca di fortuna. Da parte sua, il fascismo aveva reso sempre più complicato migrare all’estero, e per questo tanti furono coloro che per mettersi alle spalle la miseria della propria terra decisero più o meno entusiasticamente di fare fagotti e trasferirsi nelle “nuove province”.

 

I coloni che decisero di partecipare ai progetti d’insediamento del fascismo lo fecero in gran parte per ragioni economiche – spiega ancora la storica - sia in Libia che in Alto Adige o in Istria si trattava di famiglie che spesso non vedevano altre possibilità per farsi una vita. Sotto un certo punto di vista condividevano i ragionamenti e le logiche del regime. Andavano a lavorare terre che erano state conquistate con sangue italiano. Ma non sempre le loro visioni combaciarono con quelle del regime. Il fascismo voleva coloni che avrebbero per generazioni lavorato la terra e con il loro sudore le avrebbero rese definitivamente italiane. I coloni che andavano in Libia invece si portavano dentro l’immaginario degli inglesi in Kenya, padroni che comandavano invece di lavorare. I coloni inoltre, sia in Libia che in Alto Adige, spesso consideravano il loro spostamento come un passo transitorio, come un’opportunità per guadagnare per poi magari tornare nei paesi d’origine in condizioni migliori. Insomma la loro mentalità era quella tradizionale dell’emigrato e non necessariamente quella del colono fascista”.

 

Gli esiti della Seconda guerra mondiale avrebbero però messo in soffitta i sogni imperiali dell’Italia fascista, sancendone la fine e togliendo al Paese che era lì per nascere ogni aspirazioni coloniale. L’Alto Adige, dove ormai un quarto abbondante della popolazione era di lingua italiana, venne invece confermato all’Italia, intraprendendo il travagliato e infine vittorioso percorso autonomistico. Tuttavia, le politiche fasciste avrebbero impresso un marchio indelebile, lasciando delle eredità pesantissime.

 

La storia dell’Alto Adige si presenta facilmente come quella di un territorio vittimizzato dalle politiche fasciste. E questo è senz’altro vero. Ma è anche vero che la popolazione di madrelingua tedesca e ladina fu aperta all’ideologia fascista quando le fu presentata in chiave tedesca. Se poi andiamo a confrontare le vicende dell’Alto Adige nell’immediato dopoguerra con altre zone che erano state d’interesse per il Reich, soprattutto nell’Est d’Europa, vediamo che l’Alto Adige ebbe una transizione dalla guerra alla pace molto più ordinata e pacifica. Con questo non intendo sminuire le ingiustizie e oppressioni che afflissero i sudtirolesi anche nel secondo dopoguerra, e fu solo dopo anni di negoziati, e di terrorismo, che il governo italiano estese loro i diritti di minoranza”.

 

Purtroppo certe divisioni tra persone e cose italiane e tedesche esistono tutt’ora, ma indubbiamente la ricchezza della provincia ha fatto sì che queste divisioni non si siano convertite in espressioni violente – conclude - per quanto invece riguarda l’eredità del colonialismo italiano, la questione non si pone tanto per la Libia, che come paese indipendente si è liberato del giogo coloniale e post-coloniale in maniera radicale e violenta, ma per l’Italia e gli italiani. Le imprese coloniali dell’Italia sono tutt’ora un fatto marginale nella storia del nostro Paese. I motivi, le violenze, le politiche, le storie di incontri e scontri sono troppo poco presenti nell’opinione pubblica. E questo è un problema perché continua a dominare l’impressione di un paese povero ma operoso, marginalizzato dalle grandi potenze, che non fece conquiste e non fu coinvolto in crimini di guerra. Un’accettazione più ampia nella coscienza degli italiani di un passato scomodo da invasori e colonizzatori forse ci darebbe la volontà di guardare al presente e al futuro del nostro paese con occhi diversi”.

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