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Dalla città alla campagna, contro socialisti e tirolesi: breve storia dello squadrismo in Trentino

In forma decisamente contenuta rispetto al resto dell'Italia centro-settentrionale, anche in Venezia Tridentina non mancarono gli episodi di violenza squadristica. Il Trentino si trasformò nel retroterra della lotta nazionale condotta contro gli irredentisti tirolesi, mentre Camere del lavoro e organizzazioni antifasciste venivano colpite con azioni mirate. Continua la rubrica "Cos'era il fascismo"

Di Davide Leveghi - 27 giugno 2021 - 12:18

L’ultima azione fascista su Bolzano e su Trento non è stata eseguita da un partito, ma da uno Stato in potenza. Non è stata l’affermazione di un postulato programmatico, ma l’applicazione di un principio di politica statale” (da Il Popolo di Trieste, Francesco Giunta, 14 ottobre 1922)

 

TRENTO. L’azione fascista su Bolzano e Trento, condotta da alcuni importanti ras proveniente da fuori regione, fu per ogni aspirazione autonomistica od atteggiamento liberale nei confronti della minoranza tirolese la pietra tombale (QUI un approfondimento). Nei primi giorni d’ottobre del 1922, la prova di forza delle squadracce costrinse l’esecutivo ad esautorare il governatore civile Luigi Credaro, con la conseguenza di un abbandono definitivo dell’apertura alle istanze locali.

 

Fino a quel momento, il Trentino era stato sostanzialmente il retroterra dell’azione fascista, che aveva nell’Alto Adige il suo scenario privilegiato. Alcune puntate dal carattere squisitamente nazionale – la più drammatica il 24 aprile del 1921, con l’aggressione di alcune centinaia di fascisti al corteo della Fiera di Bolzano e l’uccisione di Franz Innerhofer (QUI e QUI un approfondimento) – avevano colpito i simboli o le manifestazioni di attaccamento alla vecchia patria tirolese, cercando così di zittire la battagliera minoranza tedesca.

 

Il distretto di Trento, invece, si era caratterizzato per un clima ben diverso, non essendo l’italianità un campo di battaglia tanto dirimente quanto nella vicina Bolzano. Anzi, lo stesso piccolo ma variegato universo irredentista per qualche anno mantenne una certa convergenza ideale: dai socialisti battistiani ai repubblicani, passando ovviamente per i legionari trentini, in tanti aderirono all’ “impresa di Fiume”, animando uno dei terreni di coltura del primo fascismo.

 

Il primo Fascio d’azione a Trento – e immediatamente dopo a Rovereto - prese vita ancora nel luglio del 1919, potendo contare appunto su numerosi volontari della Grande Guerra. In competizione con la Legione, che aveva scelto una linea apolitica, e apertamente anticlerale, il Fascio trentino faticò a prendere piede, tanto che alla prima riunione congressuale, nel novembre del ’19, seguì una lunga latitanza causata dallo scioglimento del movimento e da una sua polverizzazione. Il fascismo, in Trentino, rimase così per molti mesi un’espressione di singole figure, su tutti il giornalista futurista Alfredo Degasperi, anima prima della rivista La Voce Trentina e poi, soprattutto, dell’Italia Alpina.

 

Passato un lungo periodo di disorganizzazione, la fase costitutiva prese avvio nel gennaio del 1921, sotto l’egida di Achille Starace. Salentino, capitano dei bersaglieri durante la guerra, Starace assunse la guida del movimento in Venezia Tridentina, guidando le spedizioni contro i simboli del dominio asburgico nella Bassa Atesina e l’offensiva paramilitare contro le organizzazioni pantirolesi. La sera del 22 maggio 1921, ad esempio, fermerà di fronte a Montecitorio il deputato del Deutscher Verband, il partito della minoranza tedesca, Eduard Reut-Nicolussi, oltraggiandolo con schiaffi e sputi.

 

Proprio la questione nazionale, dunque, si trovò al centro del programma del nuovo Fascio tridentino. Scrive lo storico Fabrizio Rasera: “La linea politica che i fascisti locali furono chiamati a sostenere era estremamente semplificata: italianizzazione dell’Alto Adige, negazione delle autonomie, polemica frontale con il governo nazionale e con le sue articolazioni locali. Passati in second’ordine i temi anticlericali che avevano contraddistinto i Fasci del 1919, vivo ma non centrale nella situazione locale lo scontro con i socialisti, i nuovi Fasci furono al servizio di un nazionalismo di confine privo di misura e di sfumature”.

 

Rispetto al resto dell’Italia centro-settentrionale e alla Valpadana in particolare, il fascismo in Trentino non raggiunse mai i picchi di brutalità squadristica estesa e sproporzionata. Qui la violenza non fu aspetto decisivo nella lotta politica in virtù di condizioni socio-politiche imparagonabili ad altri parti del Paese, dove invece – come raccontato anche dalla nostra rubrica (QUI un approfondimento) - si scatenò uno scontro dai contorni simili a una vera e propria guerra civile. A rendere peculiare la prima storia trentina sotto lo Stato italiano, fino alla Resistenza, fu proprio l’elemento nazionale, inteso chiaramente in modo diverso dal fascismo così come dall’antifascismo (QUI un approfondimento).

 

Camere del lavoro e militanti socialisti – dopo l’ascesa al potere di Mussolini, anche le organizzazioni cattoliche – furono i bersagli prediletti delle azioni squadristiche, con gli studenti, figli della borghesia cittadina, attori principali. È il caso, ad esempio, della spedizione di Vallunga, nella collina di Rovereto. Avvenuta il 19 maggio del 1921, vide alcuni giovani armati recarsi a casa di un contadino che teneva appeso in cucina un quadro di Lenin.

 

Puntate le pistole contro il malcapitato, gli squadristi roveretani costrinsero così il contadino socialista a togliere il quadro, immediatamente dato alle fiamme davanti ai suoi occhi e a quelli dei suoi familiari. L’intimidazione si concludeva così tra le risa e gli spari in aria dei fascisti. Ben più di un’intimidazione fu invece l’azione su Nomi del 22 aprile 1922, diretta contro l’Unione agricoltori e i contadini accusati di simpatie comuniste.

 

La sede dell’Unione venne pertanto messa a soqquadro, il presidente Giuseppe Perghem bastonato. Scrive sempre lo storico lagarino Rasera: “C’è un tratto comune negli episodi di Vallunga e di Nomi: la spedizione di un gruppo fascisti della città a rimettere ordine nella campagna, quasi a ribadire un’antica gerarchia di relazioni”.

 

Trento, Rovereto e le valli saranno teatro di violenze fasciste anche negli anni a venire. Dall’uccisione di Matteotti (QUI e QUI degli approfondimenti) in avanti, lo spazio per le opposizioni fu progressivamente cancellato, spazzando via tipografie, circoli, organizzazioni politiche ed economiche socialiste come cattoliche. Nondimeno, il ruolo di Trento come “sentinella dell’italianità di confine” venne meno con la polemica sul “trentinismo” e l’istituzione della Provincia di Bolzano (1927), raffreddando non poco i rapporti fino a quel momento buoni delle classi dirigenti locali nei confronti del fascismo.

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