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Dallo spritz in rifugio a chi si lamenta perché “c’è da camminare”, lo sfogo (scherzoso) di Alberto Bighellini che da tre anni gestisce una struttura sul monte Stivo

Spesso la parte più difficile della gestione di un rifugio non è la logistica ma il rapporto con i clienti, che fra maleducazione e richieste assurde troppo spesso dimenticano il senso di andare in montagna. Il gestore del Marchetti sullo Stivo: “Per fortuna la maggior parte delle persone ci ricorda il piacere di fare questo lavoro, l’importante è riderci sopra”

Di Tiziano Grottolo - 15 agosto 2020 - 21:24

ARCO. “Avvisiamo la gentile clientela che il rifugio è raggiungibile solamente a piedi”, è questo lo strano post pubblicato sulla pagina Facebook del rifugio rifugio Prospero Marchetti. Strano, perché a molti sembrerà un’ovvietà che per arrivare a un rifugio si debba percorrere un sentiero di montagna, in questo caso il monte Stivo. Eppure non lo è per tutti, vuoi perché nel tempo le montagne sono diventate molto più accessibili, anche al turismo di massa con risultati talvolta discutibili, vuoi perché spesso e volentieri non ci si prende la briga di raccogliere informazioni prima di mettersi in viaggio.

 

Molti di voi ci prenderanno per imbecilli data l’ovvietà dell’affermazione – ok, non siamo proprio intelligentissimi, scherza il gestore del rifugio Alberto Bighellini – tuttavia rispondiamo con questo post ad una turista che oggi ci ha chiamati, cattiva come il veleno, per dirci che il suo navigatore satellitare Maps non avvisava di dover camminare due ore per raggiungerci e che quindi ci siamo comportati male e che siamo in malafede”.

 

Alberto, 31 anni, da tre gestisce il rifugio sul monte Stivo ma una cosa del genere non gli era mai capitata: “Alcuni giorni fa, intorno alle 13e30, ho ricevuto una chiamata da una ragazza che mi chiedeva se di lì a un’ora avrebbe trovato la cucina aperta”. Visto che la cucina del rifugio di norma è aperta fino alle 15, il gestore ha risposto che “sì” effettivamente era possibile fermarsi a pranzare. “Attorno alle 14e30 abbiamo ricevuto una nuova chiamata da una persona piuttosto arrabbiata – prosegue Alberto – appena mi sono fatto passare il telefono la stessa ragazza con cui aveva parlato un’ora prima mi ha attaccato dicendo che avrei dovuto dirle in anticipo che al rifugio ci si poteva arrivare solo a piedi e che avevamo omesso l’informazione in malafede, per costringerla a salire”.

 

Non contenta la donna ha persino incalzato il gestore del rifugio pretendendo che fosse lui a indicarli un posto alternativo dove pranzare. “Le ho detto che l’avrei aiutata ma a condizione di comportarsi più educatamente, in tutta risposta mi è stato sbattuto il telefono in faccia. A quel punto mi sono messo a ridere, poi ho pensato di condividere quest’esperienza sui social”. Una sorta di sfogo goliardico per farsi due risate: “È vero – ammette Alberto – talvolta alcune situazioni rischiano di vanificare tutto l’impegno che si mette per fare questo lavoro, poi però l’importante è riderci sopra”. In una precedente occasione il gestore del rifugio dovette sorbirsi le critiche di un avventore che si lamentava del fatto che ci fosse il succo di mela ma non lo spritz. “Per fortuna ci sono anche tanti clienti con cui è piacevole lavorare è anche grazie a loro che possiamo permetterci di ridere di queste disavventure”.

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