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Due "bambini" di 88 anni raccontano le leggi razziali agli alunni della scuola media. "Guardatevi intorno, siamo tutti uguali"

Aida e Dario Foà, dell'associazione Figli della Shoah, hanno raccontato ai ragazzi della scuola media di Aldeno la loro vicenda personale di bambini perseguitati dalla legislazione razziale. Preceduti da una lettera inviata per l'occasione dalla senatrice Liliana Segre, i due hanno lanciato il proprio appello: "Dite no alla discriminazione. Siamo tutti uguali"

Di Davide Leveghi - 20 gennaio 2020 - 12:55

ALDENO. A sette giorni dalla giornata dedicata alla persecuzione ebraica e al dramma della Shoah, al teatro di Aldeno, davanti ad una platea di ragazzini delle medie, “due bambini” di 88 anni hanno raccontato la loro storia. Organizzato in collaborazione con l'associazione trentina Italia-Israele, l'incontro ha visto i coniugi Aida e Dario Foà raccontare la propria esperienza di bambini perseguitati dalla legislazione razziale fascista e scampati, tra varie peripezie, alla sorte fatale dei campi di sterminio.

 

Siamo qui affinché i ragazzi imparino a convivere con tutti”, esordisce Aida, che al tempo dovette abbandonare Siena cominciando un lungo peregrinare fino in Svizzera. “Per quale motivo davanti alle sinagoghe c'è ancora la forza pubblica?”, gli fa eco il marito Dario, mostrando preoccupazione per il ritorno prepotente dell'antisemitismo, “intolleranza verso il diverso che si trascina da secoli”.

 

Seduti dietro a un banco, sul palcoscenico le storie di Aida e Dario si succedono intervallate dalle domande degli alunni della scuola secondaria di primo grado di Aldeno. Membri dell'associazione milanese “Figli della Shoah”, i due sono un torrente in piena che coinvolge l'uditorio, silente e interessato, pieno di curiosità e di voglia di comprendere l'eccezionalità della loro esperienza dolorosa di perseguitati. Una lettera di Liliana Segre, inviata appositamente ai due, viene letta all'uditorio.

 

“La loro battaglia per la conoscenza della tragedia della Shoah presso il più vasto pubblico – si legge – è anche la mia. Le iniziative sulla memoria non sono mai abbastanza. Solo agendo con tempestività e con efficacia le istituzioni potranno porsi in sintonia con la preoccupazione sempre più acuta, in Europa e nel mondo, verso tutto ciò che è denigrazione, insulto, prevaricazione, violenza verbale o fisica. Tutti devono fare la loro parte. Le istituzioni politiche, nazionali e locali, le associazioni culturali e civili, ovviamente la scuola e l'universalità, i singoli cittadini”.

 

 

 

 

E a cominciare è Aida, figlia di una famiglia senese. “Avevo 7 anni quando mio padre fu licenziato dai Monte dei Paschi perché ebreo – comincia – nel '39, però, un uomo ci salvò dalle leggi razziali rischiando la propria incolumità e prendendo il mio babbo a vendere lignite. Io lo chiamo l'angelo. Ci spostammo a Bologna dove frequentai la classe speciale, vivendo una vita quasi normale. Poi da Teglio, a casa dell'angelo, partimmo a piedi per la Svizzera, attraversando le Alpi in inverno, con mia madre incinta e con vestiti inadeguati, tanto che mio padre all'arrivo fu portato in ospedale con un piede congelato”.

 

Non è un racconto facile, quello di Aida. “Le date sono sfumate – confessa – e mi risulta un po' difficile raccontare”. Tuttavia la sua forza si percepisce, il coraggio della scelta di condividere un trauma incancellabile, la paura di una bambina incapace di comprendere, protetta dai genitori che non le raccontano una realtà incomprensibile anche agli adulti. “Non mi dissero nulla – racconta – io dovevo solo obbedire, senza fare domande”.

 

Giunta in Svizzera, la famiglia è divisa. La madre, in attesa della figlia in arrivo, è portata in ospedale. Verrà poi ospitata in un campo organizzato appositamente per le donne con figli neonati. Il padre, invece, alloggia in un altro campo di rifugiati, mentre lei, la piccola Aida, comincia un peregrinare tra diverse famiglie. Prima a Zurigo, poi a Ginevra.

 

“Non capivo una parola di tedesco ma lo imparai in fretta – continua – venni accolta come una figlia nella famiglia Roth, a Zurigo, una famiglia protestante. Mia madre non voleva che andassi in una famiglia ebrea perché temeva che i nazisti prima o poi arrivassero anche in Svizzera. Poi fui spostata a Ginevra, in una famiglia che possedeva un negozio di dolciumi”.

 

La voce, sempre chiara e squillante, si spezza. La bambina Aida subisce le molestie del proprietario, non le prime nel suo drammatico viaggio al di là delle Alpi, in fuga dal mostro della discriminazione razziale fascista. “Solo la domanda di un bambino come voi, in un incontro qualche anno fa – racconta – mi convinse a raccontare un'esperienza che nemmeno mio marito sapeva”.

 

La paura aumenta il desiderio di tornare in Italia. È un desiderio costante, un desiderio impossibile d'avverare, almeno fino alla conclusione della guerra e alla liberazione dal regime fascista. Un ritorno che coinciderà pure con l'iscrizione dell' 'angelo', Vasco Borgogni, allo Yad Vashem come “Giusto tra le Nazioni”. “Non è una storia truce – conclude – ma la paura per una bambina di 7 anni non è uno scherzo. Le cose brutte si cercano di lasciare indietro ma alcune non si dimenticano. Cercate di comportarvi bene con chi è diverso”.

 

A Siena, dove Aida torna con la famiglia, oramai allargata dalla nascita della sorella, conoscerà il marito Dario. La sala si riempie degli entusiasti applausi dei ragazzi alla notizia dell'incontro, avvenuto nel tempio durante le celebrazioni settimanali dello Shabbat. Ma l'interruzione non è che il preludio al racconto di Dario, da buon napoletano, più spigliato e istrionico.

 

In piedi davanti ai ragazzi, anch'egli è un fiume in piena. Legge alcune delle 300 e più disposizioni e leggi anti-ebraiche emanate dal regime. “Alcune sono allucinanti, per questo ve le leggo”, spiega alla giovane platea, intenta a processare delle informazioni incomprensibili per la loro insensatezza, per la loro gratuita brutalità.

 

Tutto comincia il 5 settembre 1938 – esordisce – quando Vittorio Emanuele re d'Italia firmò il primo decreto per la difesa della razza. Una data che non riusciamo a dimenticare, perché al tempo sapevo che per i cani esistessero le razze, non per gli uomini. Il mondo si divise i ariani e inferiori. Gli insegnanti ebrei, tutti gli ebrei nelle scuole, vennero cacciati. Poi i ragazzi ebrei non potevano più frequentare la scuola italiana, e ci venne tolta la cittadinanza. L'obbligo di frequentare la scuola fino alla quinta elementare era in contraddizione con la legge del settembre '38. Per noi vennero create classi speciali”.

 

“Per istituirle servivano 10 bambini – continua – ma la comunità ebraica di Napoli era molto piccola e i bambini erano 9. Solo con un imbroglio dei miei genitori, che iscrissero il mio fratellino più piccolo, riuscimmo a far costituire la classe speciale. Non capivo perché dovessi stare staccato dagli altri, giocando a pallone, come facevo tutti i giorni, mi capitò d'essere escluso. Fu qualcosa di cui non mi dimenticai mai”.

 

La segregazione segna la vita di Dario. Durante il “sabato fascista”, quando le scolaresche venivano indottrinate nei cinema, la “classe speciale” di bambini ebrei e di conseguenza “non italiani” è messa nell'ultima fila, staccata di due file di sedie dai “bambini normali”. "E tutto ciò nonostante fossimo e siamo italiani", aggiunge con una nota d'orgoglio. Solo la liberazione della città da parte degli “scugnizzi”, nelle fatidiche quattro giornate tra il 27 e il 30 settembre, salva gli ebrei napoletani dalla deportazione, già approntata dai nazisti. 

 

Dimenticare diventa la parola d'ordine anche per Dario; mettersi alle spalle tutto e guardare avanti. Ma la memoria torna a galla, prima o poi. È un rivo sotterraneo che, come in una conformazione carsica, sgorga. E per Dario questo avviene nel 1988, a cinquant'anni da quelle odiose leggi razziali che costrinsero lui, come tanti altri ebrei, a vivere una vita clandestina, isolata, in fuga.

 

“Un gruppo di insegnanti delle scuola che frequentai al tempo – racconta – trovò un documento che riportava i nomi della classe speciale. Decisero di invitarci e sui 10 bambini ne erano rimasti 8. Uno, tornato al tempo nella città natale di Salonicco, era stato deportato ad Auschwitz, da cui non fece più ritorno. Seduto in un banco di quella classe, mi tornò tutto alla mente e provai una tale rabbia che fui incapace di parlare. Ma lì feci una promessa: fino a quando sarò vivo andrò nelle scuole a raccontare la mia esperienza di bambino di 7 anni”.

 

Porterò la mia testimonianza – chiosa – perché siete voi ragazzi che non dovete dimenticare, siete voi che dovete ricordare, dovete guardarvi intorno e capire che siamo tutti uguali. Se qualcuno dovesse sognarsi di escludere una determinata categoria dalla scuola, voi dovrete dire no, dovrete ribellarvi. Allora vi dirò grazie”.

 

La palla passa ai ragazzi.

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