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L'inchiesta Linea d'ombra, Gianadrea Franchi (LETTERA ALL'INTERNO) racconta la rotta balcanica che transita per Trieste: ''La solidarietà non può diventare reato''

Una coppia da tempo nel mirino di organizzazioni xenofobe e di tutta una serie di organizzazioni friulane di destra, attacchi variegati e per certi incomprensibili, data l’assoluta quanto trasparente umanità del loro operato. Una vicenda che era stata presentata anche al cinema Astra

Di Nereo Pederzolli - 16 marzo 2021 - 11:59

TRENTO. La solidarietà non ha età, ma è costretta a fare i conti con azioni a dir poco repressive. Sotto inchiesta pacifisti da tempo silenziosamente in prima linea per aiuti e ospitalità. Come a Trieste, dove è stata presa di mira l’Ong Linea d’ombra. La cronaca di questi giorni riporta in primo piano le silenziose quanto importanti iniziative di quanti cercano di prestare aiuto ai disperati che fuggono dalle guerre. Specialmente dai conflitti bellici che attanagliano i territori confinanti i Balcani. Tra i suoi militanti anche l’indomito oltra ottantenne Gianandrea Franchi.

 

Sotto inchiesta per solidarietà. Quella che Gianandrea Franchi, 84 anni e sua moglie Lorena Fornasier, quasi settantenne, avevano presentato lo scorso anno anche a Trento, nell’ambito di una proiezione al cinema Astra.

 

Una coppia da tempo nel mirino di organizzazioni xenofobe e di tutta una serie di organizzazioni friulane di destra, attacchi variegati e per certi incomprensibili, data l’assoluta quanto trasparente umanità del loro operato. Presi di mira pure da organi d’informazione triestini (apparentemente) indipendenti. Con immediati – fortunatamente – riscontri solidali.

 

Ecco perché l’operato di ‘Linea d’ombra’ non deve essere relegato nel dimenticatoio. Lo ribadiscono in una lettera aperta la coppia finita sotto inchiesta (Qui info). Intanto Gianadrea Franchi spiega minuziosamente le azione solidali intraprese.

 

Lorena Fornasir, mia moglie, e io abbiamo cominciato a occuparci di queste nuove migrazioni lungo i Balcani nel 2015, quando vivevamo a Pordenone. Si trattava della cosiddetta prima Rotta balcanica che passava per Serbia, Romania, UngheriaAustria.

 

In seguito, nel 2018, ci siamo trasferiti a Trieste. Da Trieste abbiamo cominciato ad andare in Bosnia, nel Cantone Una Sana. Dei 10 cantoni che compongono la Federazione della Bosnia Erzegovina è quello che confina con il primo paese dell’Unione europea: la Croazia. È il territorio in cui vanno ad accumularsi i migranti che cercano di passare nelle brecce del Castello Europa. Questa è la seconda Rotta balcanica, che dalla Grecia passa in Albania, Montenegro e Bosnia.

 

Dopo almeno 17 viaggi in Bosnia abbiamo cominciato a occuparci anche dei migranti in transito per Trieste. A questo punto, nel settembre del 2019 è nata, per nostra iniziativa, l’Odv Linea d’ombra, anche per gestire le donazioni in denaro che cominciavano ad avere un certo spessore.

 

È necessario precisare che questo tipo di migrazioni, dal Medioriente devastato da decenni di guerre, a cominciare dall’Afghanistan già negli anni ’70 e via via con l’invasione statunitense dell’Iraq, la guerra in Siria, la distruzione della Libia, la crisi endemica in Pakistan e altre situazioni gravissime anche in Nord Africa, sono migrazioni di profughi: di gente cioè che fugge da luoghi in cui la vita è insopportabile per ragioni connesse agli interessi occidentali.

 

Di conseguenza, si tratta di un’esperienza nuova per me, vecchio militante di quella che una volta si chiamava la sinistra extraparlamentare; meno nuova forse per Lorena, psicoterapeuta, dirigente di un servizio adozioni provinciale, quindi più esperta di persone sofferenti. In ogni caso, per entrambi questa è stata un’esperienza diversa da ogni altra.

 

Abbiamo sentito, pensato e voluto non voltare la testa dall’altra parte, convinti che questa migrazione ci riguardasse fino in fondo, eticamente, politicamente e come occidentali, partecipi cioè, nolenti o volenti, di una regione del mondo in cui sono nati colonialismo e razzismo, di fronte, quindi, a una conseguenza, appunto, della nostra storia.

 

Abbiamo perciò cominciato a incontrare i migranti, prima a Pordenone, poi in Bosnia e a Trieste, che dalla Bosnia dista poche ore d’auto, a fornir loro ciò di cui avevano bisogno, nei limiti ovviamente delle nostre possibilità e nelle condizioni date, di volta in volta diverse.

 

Inizialmente eravamo solo noi due. Poi dopo le primissime volte in piazza della Stazione, a Trieste, si è raccolto intorno a noi un gruppo di attivisti, che oscilla fra 15 e 20 persone, con cui operiamo tutti i giorni in questa piazza, da cui i migranti in transito prendono il treno per andar oltre. Noi forniamo loro, insieme a un gruppo di giovani mediche e medici, un primo intervento sanitario, cibo, le preziose scarpe, indumenti e quant’altro possiamo. Ma soprattutto, vorrei dire, accoglienza, socialità, riconoscimento del loro diritto di attraversare confini e andare dove desiderano.

 

Arrivano provati, affamati, con i piedi gonfi, pieni di piccole ferite, qualche volta ferite più gravi, con segni percosse e anche torture: è ormai noto il trattamento disumano della polizia croata. Nell’anno scorso son passati letteralmente per le nostre mani almeno 2.500 persone, per lo più uomini, giovani, anche minori e qualche famiglia. La maggior parte di loro non vuol fermarsi in Italia.

 

In Bosnia siamo andato ormai 19 volte. Portiamo denaro raccolto con donazioni, attraverso Linea d’Ombra, che spendiamo sul posto con volontari locali e internazionali per acquistare ciò che serve soprattutto ai migranti che sono fuori dai campi. Nel corso di tutti questi viaggi abbiamo visto la situazione bosniaca peggiorare continuamente, nel deterioramento del rapporto con una popolazione povera, essa stessa con moltissimi migranti in Unione europea, reduce da una non lontana e terribile guerra civile, di cui si vedono ancora tracce nelle case e nei volti delle persone di una certa età.

 

Nel 2018 la popolazione locale era ancora cordiale o comunque non ostile ai migranti con l’ovvia speranza che si sarebbe trovata una soluzione. In quasi tre anni la situazione non ha fatto che peggiorare fino all’incendio del campo di Lipa, costruito per l’emergenza Covid in un luogo lontano, ora in ricostruzione per raccogliere tutti i migranti del Cantone almeno 6.000, che cominciano ad essere rastrellati. I campi - Bira a Bihac, Miral a V. Kladuša - sono stati chiusi o stanno per esserlo. Rimarranno il Borici a Bihac per famiglie e minori e il Sedra a 15 chilometri da Bihac anch’esso per famiglie, minori o casi particolari.

 

Questa è la politica dell’Ue. La polizia croata e quella slovena difenderanno l’Ue risbattendo indietro con adeguata punizione i migranti. Quelli che riescono a passare andranno a rimpolpare la manodopera di basso livello nelle periferie e nelle campagne europee.

 

Parallela e più grave per le migliaia di morti è la Rotta mediterranea, per bloccare la quale l’Italia ha speso in cinque anno più di un miliardo di euro dati alla Libia, cioè alle bande che detengono nei lager.

 

In questo conteso il 23 febbraio alle cinque del mattino un gruppo di uomini delle Digos irrompono a casa nostra, ci sequestrano il mio computer col cellulare, mi portano in Questura dove mi prendono impronte e foto segnaletica, mi tengono lì tre ore poi mi rimandano con la denuncia di far parte di una banda di passeur anche con qualche collegamento di tipo terroristico. Vedremo. Intanto noi continueremo. 

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