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Festival di Venezia, c'è chi dice ''basta'' alla Coppa Volpi, dedicata a un antisemita e colonialista. Melandri: "Questa vicenda ci dice come l'Italia immagina il suo futuro"

Anche quest'anno, al margine della Mostra internazionale del cinema di Venezia, si è discusso sull'opportunità di cambiare l'intitolazione del premio ai migliori attori dedicato al fondatore del festival Giuseppe Volpi conte di Misurata. Ministro delle finanze del regime fascista e governatore della Tripolitania, sostenne le leggi razziali ed espresse con la sua carriera la connivenza tra fascismo e mondo imprenditoriale. Gli storici Greppi e Filippi propongono di sostituire il nome con quello dell'attrice Franca Valeri. La scrittrice Francesca Melandri: "Altro che perdita della memoria storica. In Italia del colonialismo non si è parlato mai"

Di Davide Leveghi - 14 settembre 2020 - 19:18

TRENTO. Al margine del Festival del Cinema di Venezia ciò di cui si discute non può che essere legato alle scelte dei vincitori. L'assegnazione del Leone d'oro, le aspettative tradite di alcune pellicole, di registi o attori, i pronostici azzeccati o ribaltati tra la sorpresa o la stizza dei critici e degli appassionati, tanti sono gli elementi di dibattito, non solo tra chi vive per la “settima arte”.

 

A creare argomento di discussione, non solo quest'anno, è stata inoltre la Coppa Volpi. E questo non tanto per l'assegnazione a Pierfrancesco Favino, ormai vero e proprio factotum del cinema italiano – tanto da essere citato in una celebre battuta della serie Boris (“Una volta c’erano i ruoli, per gli attori. Adesso li fa tutti Favino”) - quanto per la stessa scelta di affidare al conte Giuseppe Volpi di Misurata il titolo del più importante riconoscimento del festival veneziano, dopo gli oscar la manifestazione cinematografica più antica al mondo (1932).

 

Niente di nuovo, né nell'intitolazione né nella polemica. In un anno caratterizzato dalle proteste anti-colonialiste e anti-razziste, però, il tema assume una particolare urgenza, e dopo la statua di Montanelli imbrattata dalla vernice (con tanto di scritte piuttosto chiare sul passato coloniale del noto giornalista toscano), parlare del cambio nella denominazione del premio da assegnare ai migliori interpreti appare per lo meno appropriato.

 

Promotore proprio negli anni '30, in quanto presidente della Biennale di Venezia, della prima edizione dell'Esposizione internazionale d'arte cinematografica, da cui nacque poi proprio la Mostra del cinema, Giuseppe Volpi fu volto rilevante di quella classe imprenditoriale e industriale che sostenne convintamente il regime fascista, beneficiandone economicamente e socialmente – grazie all'esclusione di Edgardo Morpurgo in virtù delle Leggi razziali del 1938, ad esempio, divenne presidente del Consiglio d'amministrazione di Assicurazioni Generali. Nominato governatore della Tripolitania tra il 1922 e il 1925, sedette nel Gran Consiglio del Fascismo, svolgendo tra il 1925 e il 1928 il ruolo di Ministro delle Finanze, passando poi, nel '34, a guidare Confindustria (fino al 1943).

 

L'occasione dell'assegnazione dei premi, dunque, è divenuta arena di una contrapposizione ormai cristallizzata: da una parte storici e intellettuali sostenitori della necessità di fare i conti con il passato, dall'altra il mondo più conservatore, inacidito verso quella che considera una messa in discussione della nostra storia in nome di politicamente corretto e cancel culture.

 

Come spesso accade (ma si dimentica), a offrire gli strumenti per discutere l'eventuale rimozione è la storia. Leggendo la biografia di Giuseppe Volpi, infatti, si apre uno squarcio sulla politica culturale fascista e sulle traiettorie di figure provenienti dal mondo imprenditoriale, a doppio filo legate con il regime. Il Conte di Misurata fu figura indiscutibilmente fascista, calato nella politica coloniale in Libia, sostenitore della politica razziale che con la “Dichiarazione sulla razza” del 1938 diede avvio alla persecuzione degli ebrei. Perché dunque un evento tanto importante dal punto di vista culturale dovrebbe mantenere un retaggio tanto terribile?

 

“Può esistere, oggi, un premio intitolato a un uomo che predicava la supremazia della 'razza'? - chiede retoricamente lo storico Carlo Greppi, autore assieme al trentino Francesco Filippi e al giornalista de l'Espresso Massimiliano Coccia di una petizione per cambiare l'intitolazionecome può un premio che celebra la libertà di espressione e di pensiero essere dedicata a chi ha sposato un disegno totalitario che quei valori li ha violentemente soppressi?”.

 

'La cinematografia è l'arma più forte', amava ripetere Benito Mussolini: sarebbe immensamente confortante se quasi un secolo dopo la cinematografia gli presentasse il conto, disintitolando la Coppa a Giusepe Volpi e dedicandola invece a Franca Valeri, donna, attrice, ebrea e antifascista mancata ad agosto che seppe essere interprete del nostro cinema a partire da un tempo difficilissimo, il dopoguerra, in cui sulle ceneri del secondo conflitto mondiale scatenato dai fascismi l'Italia dovette imparare a ricostruire se stessa”.

 

A centrare il problema di questa polemica, tuttavia, è stata la scrittrice Francesca Melandri, divenuta celebre per un romanzo ambientato in Alto Adige, Eva dorme, e da ultimo uscita con un libro ambientato proprio nel rimosso tutto italiano di un colonialismo che non si fece scrupoli a ignorare la legislazione internazionale sull'utilizzo delle armi proibite e a ricorrere a eccidi e deportazioni di massa.

 

“Non voglio parlare di Giuseppe Volpi – scrive in un lungo post apparso su facebook – vorrei parlare del fatto che nel 2020 l'Italia ancora sta discutendo se sia il caso di intitolare il più importante premio cinematografico internazionale conferito nel nostro paese a una figura storica di questo tipo. E che il consenso quasi unanime delle reazioni delle grandi firme sui giornali alla proposta sia di dire, con preoccupazione e sconcerto, che 'così si vuole cancellare la Storia italiana'”.

 

“Mentre la realtà è esattamente il contrario – prosegue – è la storia, la ben poco edificante storia coloniale italiana, fatta di crimini di guerra e genocidi, che è stata attivamente cancellata ormai da quasi un secolo. Che è stata attivamente, deliberatamente messa a tacere. E le preoccupatissime voci che avvertono del 'degrado culturale', della 'perdita di memoria storica' che rinominare la Coppa Volpi porterebbe hanno attivamente contribuito a questo silenzio, a questa smemoratezza, a questa cancellazione della Storia. Come? Semplice: non parlandone, mai mai mai. Vedete, perché il punto non è la Coppa Volpi, il punto è che siamo nel 2020 e ancora in Italia 'c'è controversia' se sia opportuno o no smettere di intitolare ai responsabili di crimini di guerra (o firmatari di leggi razziali eccetera eccetera) le nostre più importanti istituzioni culturali”.

 

“Il punto è che questa 'controversia' non ci dice nulla di Giuseppe Volpi di Misurata che già non si sapesse benissimo, o del colonialismo, o del fascismo – conclude – il punto è che il fatto stesso che questo argomento sia ancora 'controverso' ci dice invece tutto del rapporto che l'Italia ha con le proprie responsabilità storiche passate, quindi con il modo di presentare sé stessa nel presente, e quindi – che alla fine è l'unica cosa che conti – con come s'immagina il proprio futuro”.

 

Se il progresso è il cammino su cui dovrebbe incamminarsi una democrazia (si veda l'intitolazione di una stazione metro a Roma al partigiano italo-somalo Giorgio Marincola), dunque, non si capisce perché tanto si debba discutere su una figura che per tanto, troppo, tempo ha avuto un'intitolazione immeritata, al di là del ruolo svolto nel dar vita ad una tanto prestigiosa rassegna culturale. “Anche il pomodoro sa che non si può scappare dal passato”, recita una battuta del fumetto Rat-Man di Leo Ortolani. Al di là dell'ironia, forse sarebbe bene che anche gli italiani se ne rendessero conto.

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