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Il vescovo Tisi: “Organizzazione sanitaria aziendalista, anziani esclusi dalle cure e giovani dimenticati dall’insensibilità degli adulti”

L’arcivescovo di Trento Lauro Tisi si è scagliato contro: “Il modello di sviluppo fondato sulla ricerca del profitto e dell’efficienza a qualunque costo – puntando il dito – sull’organizzazione sanitaria aziendalista. La nostra organizzazione sociale non è stata capace di riconoscere fino in fondo il valore di ogni singola vita”

Di Tiziano Grottolo - 25 giugno 2020 - 10:17

TRENTO. “Noi restiamo vulnerabili” è in questa frase che potrebbe essere racchiuso l’intervento dall’arcivescovo Lauro Tisi che, tramite una lettera indirizzata alla comunità trentina, è intervenuto sull’emergenza Covid-19.

 

Don Lauro ha voluto porre l’accento sull’affannosa ricerca di lievito e farina “simbolo di una più profonda fame esistenziale”, che ha coinvolto molte persone nelle prime settimane del lockdown, caratterizzate da lunghe code fuori dai supermercati che per certi aspetti hanno riportato alla memoria scenari di guerra che si pensavano archiviati per sempre. Tisi ha parlato di “un’emergenza che ci ha spogliati delle nostre false sicurezze. Abbiamo avuto l’ennesima conferma – ha incalzato – che siamo inesorabilmente vulnerabili e non possiamo bastare a noi stessi: siamo sorretti da chi è venuto prima di noi, ma al contempo siamo ciò che seminiamo. A fare la differenza è la cura delle radici”.

 

L’arcivescovo ha poi puntato il dito contro “un modello di sviluppo fondato sulla ricerca del profitto e dell’efficienza a qualunque costo”, nell’illusione di “poter tenere il tempo sotto controllo. Abbiamo continuato a concepire un mondo ‘per le cose’, più che per gli uomini”. Parole dure che sicuramente scuoteranno più di qualche coscienza. Ma le accuse non si sono fermate qui, Tisi ha ricordato le drammatiche conseguenze che l’epidemia ha avuto, e avrà, sui più poveri.

 

“In questi mesi – ha osservato – è venuta alla luce un’organizzazione sanitaria aziendalista che aveva preventivamente individuato una serie di requisiti dei soggetti da sottoporre o da escludere alle terapie, mettendo l’età al primo posto, accanto allo stato di salute e funzionale. La nostra organizzazione sociale – ha aggiunto l’arcivescovo – non è stata capace di riconoscere fino in fondo il valore di ogni singola vita. È una questione che tocca nel profondo la nostra umanità e si traduce evidentemente in scelte politiche ed economiche. Saremo capaci di invertire la rotta, facendo un passo indietro rispetto alla cultura dello scarto? Dove sta il confine della sostenibilità economica?”, interroga don Lauro.

 

La comunità cristiana è stata invitata un “nuovo streaming ecclesiale” intriso di “contenuti esistenziali” per essere nel concreto quella “Chiesa ospedale da campo”, auspicata da Papa Francesco all’inizio del suo pontificato. “Per fare ciò – ha ammonito Tisi – abbiamo bisogno di scelte concrete. Apriamolo davvero questo ospedale, ma non solo per soccorrervi il disagio psicologico, sociale, economico e spirituale, ma soprattutto trasformando le nostre comunità cristiane in laboratori di dialogo e di ricerca di senso, attorno alla persona di Gesù di Nazareth. Un ospedale che non solo cura, ma sa fare opera di prevenzione”.

 

Secondo l’ecclesiastico, Gesù non va cercato nelle piazze mediatiche o dietro stendardi da capopopolo, né laddove si si alza l’applauso del consenso: “Il Risorto si trova tra i testimoni umili e nascosti, capaci di essere lievito evangelico”. La Lettera alla comunità di don Lauro termina guardando a ragazzi e giovani come i più penalizzati dall’emergenza che li ha tenuti fino all’ultimo lontani dalle loro classi scolastiche. Tisi si augura che a loro sia riservata una “cura prioritaria”, dopo averli “coinvolti indirettamente in percorsi che li rendono strumenti del profitto e troppo spesso snobbati dall’insensibilità o addirittura dalla presunzione degli adulti”. Infine, l’arcivescovo ha voluto dedicare un passaggio alla sinfonia di vita orchestrata dal maestro Ezio Bosso: “Un’icona della travolgente bellezza della vita, pur nella sua evidente vulnerabilità”.

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