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La denuncia di un dramma che la popolazione palestinese vive tra speranza e realtà, le acrobazie di Jehad e Abdallah conquistano il Trento Film Festival

Nei 100 minuti del docufilm nulla è concesso alla spettacolarizzazione, nonostante spettacolari siano le performances. Poco o nulla è concesso neppure all’essenza del Parktour, dal francese parcours-percorso, stravagante arte delle megalopoli più modernizzate che da qualche anno s’è evoluta in adrenalinica pratica agonistica

Di Nereo Pederzolli - 31 agosto 2020 - 20:25

TRENTO. Colpisce duro, ma lo fa con una narrazione filmica assolutamente gentile. Per certi versi di sincera raffinatezza. Con un finale che non sveleremo proprio perché parte integrante di una storia che coinvolge. In tutti i sensi. One more jump, titolo proposto al Trento Film Festival – e vincitore del Premio AMoRE - è il secondo lungometraggio di Emanuele Gerosa, quarantenne, studi in filosofia, esperienze da filmmaker in Spagna e in mezzo mondo, caparbio quanto preparato regista roveretano. E’ riuscito a concretizzare un progetto che non è solo cinematografico: è la denuncia di un dramma che la popolazione palestinese, a Gaza, vive quotidianamente, tra speranze e brutale realtà.

 

Immagini perfettamente incastonate tra la leggiadria spettacolare dei ragazzi che praticano il Parkour – l’agilità, i balzi su mura di edifici squarciati dalla guerra, per danzare sfidando su cumuli di macerie la gravità: quella statica e quella imposta dalla grave situazione della Palestina. Ragazzi che nell’equilibrio delle loro performances cercano sia di recuperare spazi alla vitalità e pure (im)possibili vie d’uscita dalla loro ‘ prigione a cielo aperto’ – come ribadisce il regista, spiegando le fasi della lavorazione.

 

Quasi 4 anni di lavoro preparatorio, coinvolgendo vari enti, dalla Rai a tv estere, Ong e tutta una serie di volontari che hanno voluto aiutare a concretizzare una storia sincera, senza nessun spettacolarizzazione, talmente veritiera che non concede indulgenze. "L’abbiamo girato davvero a quattro mani, io come fonico e Matteo Delbò alla minitelecamera, e nulla più, niente droni o supporti da collaudati cineasti".

 

Tutto in presa diretta, dopo vari contatti via Skype con i ragazzi del Gaza Parktour Team. "Avevo letto qualcosa sul Parktour palestinese e contattato uno di loro, rifugiatosi in Italia, Abdallah Inshasi, ritenuto il ‘capitano’ della squadra. Ho solo cercato di presentare le loro vicende, tra il miraggio della fuga in Europa, il ruolo di Jeahad, l’amico di Abdallah che è rimasto a Gaza per insegnare ai più giovani la spericolata disciplina acrobatica, da praticare con precisi criteri".

 

Quelli basati sulla fiducia, il rispetto, la modestia, cimentandosi con attenzione – per non farsi male – ma senza badare alla competizione. Solo la gioia dell’azione, per un riscatto anzitutto individuale. Nei 100 minuti del docufilm nulla è concesso alla spettacolarizzazione, nonostante spettacolari siano le performances dei ‘parktouristi’, chiamiamoli così. Poco o nulla è concesso neppure all’essenza del Parktour, dal francese parcours-percorso, stravagante arte delle megalopoli più modernizzate che da qualche anno s’è evoluta in adrenalinica pratica agonistica, osannata in tanti videogiochi e cartoon che hanno del futuribile.

 

Il film colpisce per il suo realismo, per la dolcezza dei due protagonisti, Jehad e Abdallah, personaggi veri, sinceri, ma per certi versi contrapposti: il primo che rimane a Gaza, l’altro che si rifugia a Firenze, tra il concetto di "fedeltà e tradimento", con il miraggio di un domani tutto nelle mani di Dio. Un Dio per nulla benigno nonostante tutti lo invochino.

 

Balzi acrobatici che ritmano la narrazione, il documentario che si trasforma in opera cinematografica senza alcuna forzatura o finzione scenica. Niente interviste o rievocazioni. Niente voci o testimonianze di autorevoli esponenti che militano sulla Striscia di Gaza. Solo le gesta di questa insolita ciurma di spericolati, giovani che cercano di riscattare forme di libertà anche con l’instabile equilibrio delle loro danze acrobatiche. In una quotidianità dura da sopportare. Tra scene di vita familiare – Jeahad deve accudire il padre, gravemente ammalato – e la sofferenza di Abdallah, rifugiato in una casa diroccata della periferia fiorentina, senza tralasciare le proteste in massa dei Palestinesi davanti al muro di Gaza eretto dall’esercito d’Israele.

 

Sguardi, atteggiamenti e caparbietà operativa che i protagonisti del secondo lungometraggio di Emanuele Gerosa – ha esordito nel 2015 con Between Sister, dopo alcuni cortometraggi – riescono a coinvolgere senza tentennamenti. Protagonisti, non interpreti. Così le immagini diventano segni tangibili – seppur sospese – di ostinata sopravvivenza.

 

Fissare nel tempo – anche solo per la proiezione o la comoda visione casalinga su piattaforme digitali – i sogni, le speranze di una comunità, palestinese, che è obbligata per davvero a balzi spericolati per difendere la propria identità, le sue forme di democrazia, il modo stesso di compiere un percorso verso una "normalità" che sembra davvero irrealizzabile. Con – per dirla ancora con le parole del regista roveretano – "sfumature di positività". Indipendentemente dalla cruda scenografia, specialmente quella di Gaza, dove tutto evoca scontro e ingerenze di stampo dittatoriale. A proposito del finale: ne riparleremo, per nulla togliere alla visione, per rilanciare l’urgenza di affrontare il domani tra dramma e speranza.

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