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La Giunta leghista esulta per un piano di abbattimento degli storni. Selvaggi (Lipu nazionale): "Specie non cacciabile. Servono studi rigorosissimi. Si provino altre strade"

Paccher (Lega): "Possibilità di attivare piani di controllo dello storno, probabilmente già a partire dalla prossima stagione venatoria". Danilo Selvaggi (Lipu): "Possono essere cacciati solo in deroga ma a condizioni rigorosissime: dimostrare l'ammontare dei danni, prevedere risarcimenti, sperimentare metodi ecologici alternativi. L'abbattimento deve essere l'ultima spiaggia. Non sono gli storni il problema, ma l'uomo"

Di Arianna Viesi - 31 luglio 2020 - 05:01

TRENTO. Via libera all'abbattimento degli storni (specie non cacciabile). "Comunico con soddisfazione che nel corso della discussione sull’Assestamento di bilancio 2020-2022 è stata approvata, tra le mie proposte di ordine del giorno, anche quella con la quale la Giunta si impegna a valutare la possibilità di attivare piani di controllo dello storno, probabilmente già a partire dalla prossima stagione venatoria", questo l'annuncio del presidente del consiglio regionale e consigliere provinciale della lega, Roberto Paccher, annuncio che potrebbe legittimare, di fatto, l'abbattimento degli storni "rei" di creare "gravi danni (...) alle colture agricole presenti nel territorio della Provincia".

 

Nessun dato nel comunicato a supporto della decisione, nessuna soluzione alternativa che coniughi la legittima necessità di proteggere i raccolti e quella, altrettanto legittima, di tutelare i volatili, "colpevoli" di "comportarsi da storni". "Tengo a sottolineare - prosegue Paccher - quanto mi premesse tale approvazione, poiché questo volatile di modeste dimensioni, che si sta diffondendo nel nostro territorio assai velocemente e in modo incontrollato, cibandosi soprattutto di piccoli frutti e riunendosi in stormi da diverse centinaia di individui, di fatto sta distruggendo interi raccolti". 

 

Il problema, insomma, è che quest'uccello "si ciba" (e, ovviamente, va dove il cibo lo trova) e, aggiunge Paccher, "la sua presenza massiccia nelle aree agricole si traduce concretamente in ingenti danni soprattutto economici, che in un periodo storico come quello che stiamo vivendo non fanno che aggravare ulteriormente la già drammatica situazione".

 

"Dunque non resta che apprezzare l’attenzione della Giunta a questo tema, a cui personalmente, sono assai sensibile – conclude il consigliere provinciale in forza alla Lega - nonché la scelta di attivare, per quanto possibile, piani di controllo dello storno in modo anche tempestivo".

 

Quello del via libera alla caccia agli storni è (o, meglio, dovrebbe essere), però, un provvedimento limite, attivato solo come extrema ratio e seguendo precise prescrizioni. "Tutti gli uccelli selvatici sono protetti, anche quelli cacciabili, a maggior ragione lo sono quelli non cacciabili - spiega da Roma Danilo Selvaggi, direttore generale di Lipu (Lega italiana protezione uccelli) -. La caccia può avvenire solo nella misura in cui non danneggi la specie o incida su specie sofferenti".

 

Si dà il caso che lo storno rientri proprio tra gli uccelli non cacciabili per una "regola" detta "del look alike", che potrebbe essere tradotto con "della somiglianza". "Lo storno è specie protetta e in Italia non è cacciabile - continua Selvaggi - perché, mentre lo storno comune gode di buona salute, lo storno nero no. In volo è praticamente impossibile distinguerli e quindi il rischio è quello di sparare allo storno nero anziché a quello comune. In gergo tecnico si chiama "regola del look alike": se una specie potenzialmente cacciabile somiglia ad una specie non cacciabile si tende a non far cacciare né l'una né l'altra". 

 

In linea generale, dunque, lo storno (comune) in Italia non può essere predato. Vi è, però, una deroga (concessa dalla stessa Unione Europea) che ne consente l'abbattimento solo per eccezionali motivi e rispettando rigide direttive. "Lo storno può essere cacciato in deroga - spiega il direttore - perché l'Unione Europea consente questo genere di azione ma solo in via eccezionale e a determinate condizioni che vanno rispettate in modo rigoroso altrimenti si rischia grosso. L'Italia, sul fronte della caccia in deroga, è stata oggetto di tante procedure d'infrazione, processi e pesanti condanne"

 

Quando viene attivata una deroga, insomma, si deve prestare molta attenzione affinché le condizioni siano tutte rigorosamente osservate. "In particolare va rispettato un articolo, il 19bis della legge nazionale 157 dell'11 febbraio 1992 (legge per la tutela della fauna e che disciplina l'attività venatoria), che recepisce l'articolo 9 della direttiva europea concernente le deroghe di cui sopra". 

 

Le deroghe, come ci spiega il direttore Selvaggi, sono di tre tipi e vengono classificate, tra gli addetti ai lavori, con le tre lettere con cui vengono menzionate nell'articolo 19bis. La lettera b, relativa alle deroghe per "motivi scientifici", qui poco importa perché le due deroghe che riguardano la caccia sono quelle riportate alla lettera a e alla lettera c. "Quest'ultima - commenta Selvaggi - fu un grande pasticcio perché autorizza, con deroghe 'tradizionali' o 'ludiche', di cacciare specie non cacciabili. Oggi, fortunatamente, queste deroghe non vengono più concesse".

 

"Sono concesse, invece, - continua il direttore - le deroghe della lettera c, a cui fanno ricorso molte regioni. Ma le condizioni sono molto rigorose: non è che tu dici 'faccio cacciare in deroga lo storno' e stop. Devi dimostrare che, effettivamente, ha prodotto dei danni, che questi danni sono rilevanti e magari rimborsarli diversamente, sperimentare metodi ecologici alternativi all'abbattimento e, solo dopo questi passaggi, puoi approvare degli abbattimenti che, comunque, devono avvenire in forma ridotta e localizzata".

 

Insomma, l'abbattimento dovrebbe essere l'ultima spiaggia, la "soluzione" quando soluzioni non ce ne sono più (ma, come spiega Selvaggi, soluzioni ce ne sono sempre). "Non sono gli storni che vanno dagli uomini, sono gli uomini che vanno dagli storni, dai cinghiali, dagli orsi. Il territorio è stato antropizzato e gli storni vanno dove devono andare: vanno a dormire in città di notte e la mattina, alle 6, partono e vanno in campagna a 'lavorare', a mangiare. Fanno esattamente quello che facciamo noi. Sì, certo, è un problema se lo fanno nel tuo uliveto, ma prima quello era un luogo di natura, dove mangiavano, o un canneto dove andavano a dormire. La stessa cosa vale per i cinghiali, spesso immessi  per business venatorio e lo stesso problema riguarda gli orsi che vagano in un territorio estremamente urbanizzato nel quale possibilità di incontri con l'uomo è molto elevata".

 

"Insomma - conclude Danilo Selvaggi - le regole parlano chiaro: attenzione a non abbatterli, sperimentiamo prima qualche altra strada".

 

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