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Le epidemie indicano lo stato di salute della montagna

Non dobbiamo quindi stupirci se in passato le epidemie si siano diffuse sia in pianura che in montagna. L'odierna emergenza del Coronavirus ci consente di esplorare le diversità, rispetto alle epoche precedenti, della trasmissione delle malattie nelle diverse parti del territorio

Di di Luca Pisoni, archeologo e antropologo - 29 March 2020 - 20:03

TRENTO. Un tempo la peste e l'influenza spagnola, oggi il Coronavirus, dal Medioevo ai giorni nostri le epidemie non hanno riguardato solo le grandi città di pianura ma anche le piccole comunità alpine. Questo perché, è ovvio ma è bene sottolinearlo, la montagna non è mai stata “separata” dalla pianura e dalle città, nonostante le rappresentazioni che ne vengono date già nell'Antichità. Lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), a proposito dell'arco alpino centro-orientale, asseriva che i Reti discendessero dagli Etruschi, indicando come fossero stati “resi selvaggi dagli stessi luoghi, cosicché delle origini non conservarono nulla eccetto il suono della lingua e nemmeno quello incorrotto…”. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) era invece dell'idea che la derivazione dei Reti dagli Etruschi fosse da individuare nella cacciata degli Etruschi stessi dalla Pianura Padana (ad opera dei Celti) e nel loro conseguente insediamento in area alpina.

 

Al di là del rapporto tra Reti ed Etruschi, le Alpi come montagne inospitali che imbarbariscono le culture e ospitano i fuggiaschi corrispondono ad un luogo comune antico di cui la storiografia romana si è occupata più volte, da ultima con l'ottimo saggio di Silvia Giorcelli Bersani (L'Impero in quota: i Romani e le Alpi, 2019), che ha meritoriamente messo in discussione le precedenti visioni stereotipate. Non solo isolamento dunque, ma vie di comunicazione percorse da popoli (Celti e Longobardi), eserciti (Annibale con gli elefanti e i Lanzichenecchi lanciati verso il sacco di Roma) e materie prime, come indicano gli studi sulle attività metallurgiche nel Trentino orientale, che sembrano dimostrare come l'ingente quantità di rame estratto fosse immesso nel circuito commerciale della fine dell'età del bronzo europea, arrivando fino in Danimarca e Scandinavia.

 

La grande stagione delle ricerche antropologiche susseguitesi nell'arco alpino dagli anni '60 del secolo scorso in poi (soprattutto Cole e Wolf, con la ricerca sui paesi di Felix e Tret, gli abitati tedesco e romanzo situati in alta val di Non) ha fatto un passo ulteriore, mettendo l'accento sull'estrema mobilità che caratterizzava gli abitanti della catena alpina, vivacità dovuta al passaggio di vie di comunicazione importanti ma soprattutto al ricorso all'ambulantato stagionale: quello dei krumer mocheni, dei venditori si stampe tesini, dei moléta delle Giudicarie e di molti altri, categorie professionali che dovevano spostarsi in regioni e stati diversi da quelli di provenienza, destreggiarsi con le lingue straniere e intrattenere relazioni e contatti a volte sorprendenti.

 

Un bagaglio culturale ed esperienziale che, sulla via del ritorno, avrebbe arricchito i paesi d'origine (spesso caratterizzati da tassi di alfabetizzazione maggiori rispetto alla pianura) e che la grande storia ha faticato a riconoscere; le comunità montane sono state talvolta superficialmente definite come “fabbriche di uomini ad uso altrui'' (F. Braudel) o ingiustamente considerate come “la soffitta dell'Europa” (definizione di G. Kezich a proposito di una tendenza generale). Da parte loro gli storici di epoca medievale e moderna, da ultimo Matteo Melchiorre con “La via di Schenèr” (2016), hanno dimostrato come anche le vie di comunicazione di respiro più breve, in quel caso tra il Feltrino e il Primiero, erano trafficate sia per commercio e denaro (veicolavano legno e metallo da una contea all'altra fino alla pianura) che, in qualche caso, per amore: i matrimoni “misti” non erano infrequenti e basta dare un'occhiata ai cognomi che stanno da una parte e dall'altra dei passi alpini un tempo luoghi di frontiera, per rendersene conto.

 

Non dobbiamo quindi stupirci se in passato le epidemie si siano diffuse sia in pianura che in montagna. L'odierna emergenza del Coronavirus ci consente di esplorare le diversità, rispetto alle epoche precedenti, della trasmissione delle malattie nelle diverse parti del territorio. In Trentino alcuni dei focolai di COVID-19 si sono registrati nei comprensori dell'alta Val di Sole, in una parte delle Giudicarie e nelle valli di Fiemme e Fassa, tutte aree a vocazione turistica dove le interazioni tra pianura e montagna sono dovute prevalentemente ai vacanzieri in cerca di una domenica di svago sugli sci o di un'escursione tra i boschi. Una mobilità che in passato, fatta eccezione per un più limitato turismo d'elite, era riservata soprattutto al legname da ardere e ai prodotti agricoli che dalle valli laterali scendevano settimanalmente fino ai mercati cittadini, mobilità della quale, oggi, è rimasto ben poco: l'avvento del gas e della grande distribuzione ha messo in crisi il commercio dei prodotti agro-silvo-pastorali mentre le tangenziali che risalgono e inurbano la media montagna (pensiamo alla Val di Non) drenano a valle lavoratori e non più merci.

 

Percentualmente meno colpite dal virus sono invece diverse zone non interessate (o poco interessate) dal turismo e poco interconnesse con le aree circostanti, territori che non sono stati oggetto degli investimenti degli anni '70 e '80 e che, sia per la distanza dai centri principali che per la difficoltà logistica della rete viaria, hanno subito uno spopolamento consistente che ha determinato lo sviluppo di circuiti economici locali e l'innalzamento dell'età media, inibendo così le interazioni con l'esterno. Il Coronavirus ha così inconsapevolmente marcato, dal punto di vista economico e sociologico, il nostro territorio. Finita l'emergenza la buona politica e la crescita della società civile avranno il compito di risanare le differenze tra pianura e montagna, garantendo ad entrambe sviluppo e dignità.

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