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''Mia mamma ha 88 anni e dopo 4 mesi di separazione ci dicono di aspettare ancora. Non so se lei potrà farlo e se potrà mai perdonarci''

Da quando il coronavirus ha sconvolto le vite di tutti gli anziani sono quelli che stanno soffrendo di più tra decessi e isolamento. Pubblichiamo una lettera che racconta qual è la situazione anche nelle Rsa trentine: ''Mia madre è viva, non se n’è andata per il Covid, si trova solo a pochi chilometri di distanza e lei lo sa: vorremmo tornare ad accarezzarla, a mostrarle qualche bella foto, a mangiare un dolcetto, a raccontarle quello che facciamo. Ma non è possibile. Perché?''

Di Luca Pianesi - 03 luglio 2020 - 19:37

TRENTO. ''Dopo 4 mesi di separazione ci dicono che dobbiamo aspettare ancora. E anche oggi, ancora una volta solo un piccolo schermo ci ha permesso di salutare la mamma di 88 anni: non vi auguro di trovarvi di fronte a vostra madre che cerca di accarezzarvi toccando il tablet che ha di fronte''. Comincia così la lettera di Silvia Ropelato inviata a il Dolomiti. Un testo molto toccante che mostra bene quanto stanno vivendo le famiglie trentine da quando l'epidemia da coronavirus ha travolto la provincia di Trento mietendo tante, troppe, vittime anche (e soprattutto) nelle case di riposo.

 

Ed anche per questo sono ancora in vigore regole molto stringenti (dopo che nella prima fase l'assessora Segnana aveva previsto addirittura che potesse entrare un parente per ospite nelle strutture, sottovalutando completamente la situazione che già era in essere) che, però, provocano forti mancanze a padri, madri, figlie e figli, nonni e nonne da ormai 4 mesi lontani gli uni dagli altri con i nostri anziani isolati da tutto e da tutti. Solo nelle ultime settimane c'è stato qualche timido allentamento anche se si è ancora molto lontani dal permettere quello che tutti attendono con ansia: dare un forte abbraccio al loro caro. 

 

''Ci attenderanno turni pazzeschi - spiega Silvia - ogni familiare potrà prenotare una visita ogni 10 giorni e, dunque, se siamo più di uno, serviranno settimane. Ancora attendere. Non so se la mamma potrà farlo. E soprattutto se riuscirà a perdonarci''. E allora ecco la proposta: ''Mi chiedo se non basterebbe una spesa limitata per attrezzarci con le tute e il disinfettante, per pagare qualche ora di lavoro in più ad alcuni operatori esperti, per liberare qualche percorso sicuro, per offrire più tecnologia. E perché non coinvolgere e responsabilizzare di più proprio i parenti? E’ ancora così povera di democrazia autentica la nostra città?''.

 

Una lettera che spiega la difficile situazione che tantissimi stanno vivendo in provincia di Trento, che pubblichiamo integralmente.

 

Gentile Direttore,

dopo 4 mesi di separazione ci dicono che dobbiamo aspettare ancora. E anche oggi, ancora una volta solo un piccolo schermo ci ha permesso di salutare la mamma di 88 anni: non vi auguro di trovarvi di fronte a vostra madre che cerca di accarezzarvi toccando il tablet che ha di fronte.

Ci dicono che presto si potrà tornare a vedersi di persona… ma solo a debita distanza, alzando la voce perché l’udito è quello che è, arrivando a mani vuote e soprattutto senza toccarci. Ma qualcuno si rende conto che così non si può andare avanti? Mia madre è viva, non se n’è andata per il Covid, si trova solo a pochi chilometri di distanza e lei lo sa: vorremmo tornare ad accarezzarla, a mostrarle qualche bella foto delle persone che conosce (anche perché non riesce ad usare il cellulare), a mangiare un dolcetto, a raccontarle quello che facciamo là fuori, a commentare le nuvole nel cielo o il tg, a farle sentire l’affetto dei suoi figli, forse l’unico che le interessa a questo punto… E tutto questo senza essere costretti a interpretare i silenzi da lontano, o a cambiare discorso con leggerezza davanti ad un’operatrice che si trova ad entrare, senza volerlo, nelle pieghe della nostra famiglia.

Ci attenderanno turni pazzeschi: ogni familiare potrà prenotare una visita ogni 10 giorni e, dunque, se siamo più di uno, serviranno settimane... Ancora attendere. Non so se lei potrà farlo. E soprattutto se riuscirà a perdonarci. Eppure questo deserto per qualcuno è cosa da poco. Mentre sono diritti negati. Ancora e sempre per questione di soldi? Soldi che devono promuovere ogni obiettivo, tranne che il benessere degli anziani? Mi chiedo se non basterebbe una spesa limitata per attrezzarci con le tute e il disinfettante, per pagare qualche ora di lavoro in più ad alcuni operatori esperti, per liberare qualche percorso sicuro, per offrire più tecnologia… E perché non coinvolgere e responsabilizzare di più proprio i parenti? E’ ancora così povera di democrazia autentica la nostra città?

Se chi governa, se i nostri amministratori locali non si renderanno conto presto di questo drammatico impoverimento dei legami sociali e delle ripercussioni che tutto questo avrà sulla vita delle nostre famiglie e sul tessuto delle nostre città, se non facciamo di tutto per dimostrare coi fatti che chi invecchia resta al centro della società, tra qualche anno ci ritroveremo a vivere in un lager… Anche in questo Trentino ben pasciuto, dove c’è chi continua a chiudere gli occhi perché pensa che il problema non lo tocchi. E non si rende conto che gli piomberà addosso molto presto.

Ma noi trentini stiamo alle regole e, dal momento che ci hanno detto di pazientare, abbiamo inghiottito e pazientiamo… Chi, intanto, muore di solitudine non siamo noi, sono i nostri genitori che se ne andranno, dopo aver evitato il peggio. Ma che società vogliamo? Gli anziani, i bambini, le donne, gli stranieri, i disabili… sono sempre in fondo alle scelte pubbliche quando il sistema si sgretola, i primi ad uscire e gli ultimi a rientrare. Questa è una società malata.

Per questo non ci siamo accampati davanti al cancello della RSA con i cartelli e i megafoni, perché i nostri antagonisti non sono lì. Chi vorremmo scuotere non sono solo i nostri rappresentanti politici (che sanno che tanti dei nostri anziani non votano più!), ma anche quei dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione che hanno perso il senso della prossimità e della cura sociale. Possibile che non si riescano a progettare e articolare risposte più coraggiose? Le relazioni sono la rete che regge e dà qualità al nostro welfare: in questi mesi la pandemia ce lo ha ricordato con violenza.

 

Ci deve pur essere il modo per restituire concretezza a queste relazioni, è questa la vera battaglia che dobbiamo fare, è questa la prima opera pubblica di una politica sana. Ma abbiamo poco tempo: nessuno lo vede?

 

Silvia Ropelato

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