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Raffaele Crocco ricorda Sepùlveda: “I suoi libri mi hanno aiutato a capire me e gli altri”

L’amatissimo scrittore cileno è scomparso il 16 aprile dopo aver contratto il coronavirus, il ricordo del giornalista Raffaele Crocco: “Ci ha regalato libri che raccontavano la sua vita, ci ha regalato quello che era e ciò che è stato, un pezzo di storia delle ingiustizie, delle ribellioni, delle rabbie, degli amori, delle passioni e dei colori del nostro tempo”

A sinistra il giornalista raffaele Crocco, a destra Luis Sepúlveda foto di Associazione Amici di Piero Chiara (Wikipedia)
Pubblicato il - 16 aprile 2020 - 18:11

TRENTO. Oggi, 16 aprile, il mondo della cultura perde uno dei suoi campioni: Luis Sepúlveda, scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista è morto dopo aver lottato per settimane contro il coronavirus (QUI articolo). Amatissimo soprattutto in Italia, fra le sue prime pubblicazioni ci sono “Il vecchio che leggeva romanzi d'amore” (1989 a Madrid, in Italia 1993) e “Il mondo alla fine del mondo” (arrivato in Italia nel 1993), romanzo che gli fece “incontrare” un collega giornalista, Raffaele Crocco. Crocco, giornalista Rai, reporter di guerra nonché presidente dell'associazione 46 Parallelo di Trento e coordinatore del progetto “Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo”, ha voluto ricordare così il compianto autore cileno:

 

 

Io l’ho conosciuto per il secondo romanzo. Il Mondo alla fine del mondo, già il titolo era un programma.

 

Alla fine del mondo stavo per andarci davvero, per altro alla medesima fine del mondo. Era il 1995. Ricordo che ero a una festa in Rosso, quelle che a Verona ancora organizzava la pattuglia di reduci di Democrazia Proletaria. Sapevano che stavo partendo per l’America Latina, sin giù allo Stretto di Magellano. Un viaggio lungo, sei mesi, zaino in spalla, in compagnia dell’unica compagna di viaggio e di letture che abbia mai avuto e che continuo ad avere: mia moglie. Mi dissero: “Leggilo, ti aiuterà”.

 

E’ vero, mi ha aiutato. I libri di Luis Sepùlveda mi hanno aiutato a capire me e gli altri per più o meno 25 anni. Devo dire la verità: ho amato infinitamente più lui dei suoi libri. Alcuni sono stati fulminanti, bellissimi, struggenti, vivi. Altri, sono stati fiacchi, buttati lì, scritti perché si scrive, se ti dicono scrittore.

 

Ci sta, fa parte della vita. A me era la vita di Sepùlveda a intrigarmi, il suo modo di vivere. Il suo essere stato tante cose. Tutte cose che condividevo e capivo. Tutte cose che hanno segnato la mia generazione, il mio appartenere al tempo, ad un tempo. Il suo essere stato contraddittorio. Il suo vivere a cavallo fra amori eterni e avventure sensuali e rapide, fra rivoluzioni e pigrizie, fra America Latina e Europa. Quell’esser tante cose insieme, quello me lo faceva sentire vicino.

 

Credo abbia avuto soprattutto una magia, dalla sua: sapeva condividere. Condivideva le emozioni, i sogni, la rabbia, i difetti, le bugie e le sgangheratezze. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, ad esempio, l’ho letto dopo essere tornato dall’Ecuador e da una breve permanenza con gli indios Shuar. In ogni riga ho ritrovato gli odori, i modi, i tempi di quel mondo e li ho riconosciuti. Erano anche un po’ miei.

 

La forza di Sepùlveda era quella lì: compartire, farti sentire che la sua vita era la tua. Far diventare di tutti le cose delle tante vite che aveva vissuto. Spiegarti che potevi anche tu vivere, partire, sognare, fare la rivoluzione, fallire, amare.

 

Ci ha regalato libri che raccontavano la sua vita. Ci ha regalato racconti che erano favole. Ci ha regalato quello che era. E quello che è stato, è stato un pezzo di storia delle ingiustizie, delle ribellioni, delle rabbie, degli amori, delle passioni, dei colori del nostro tempo.

 

Mio dio, quanta roba. Ora che non c’è più, è arrivato il momento di dirgli grazie. Ci vedremo, forse, in un altro Mondo. Proprio alla fine del Mondo

 

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