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Catcalling, complimento o molestia? Poggio: ''E' una prevaricazione. La cultura si evolve: in Francia è un reato''

Intervista alla prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento su un fenomeno di cui si parla molto in queste settimane dopo un video-denuncia su Instagram di Aurora Ramazzotti. Per qualcuno ''bisognerebbe solo ringraziare se qualcuno ti fa un complimento'' ma Poggio spiega che non è così: ''È fondamentale educare a rispettare il consenso e far capire che qualcuno può percepire un commento di questo tipo come qualcosa di invalidante. Il che non è immediato in una cultura come la nostra, con un ordine di genere asimmetrico e tradizionale''

Di Marianna Malpaga - 19 aprile 2021 - 12:23

TRENTO. Catcalling è una parola che non tutti conoscevano fino a quando, poche settimane fa, Aurora Ramazzotti ha denunciato con un video su Instagram i commenti sessisti che riceve quando fa jogging a Milano. Il termine inglese si può tradurre in italiano con “molestie di strada”. “Un post – ha scritto su Facebook Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento - che ha raccolto una quantità elevatissima di critiche e insulti, tra cui molti, anche da parte di donne, legati al fatto che non sarebbe stata abbastanza bella per ‘meritare’ davvero dei fischi o che ‘ben altri’ siano i problemi”.

 

Poggio, si parla di catcalling da qualche settimana, ma non si tratta di un fenomeno nuovo.

 

È un tema caldo già da qualche anno. Certo, in questo caso c’è stato un personaggio noto, Aurora Ramazzotti, che ha preso una posizione. Se ne parla tanto anche per questo. Però hanno suscitato molto dibattito anche i commenti sprezzanti e gli insulti nati sotto il suo post. Molti, tra l’altro, sono stati scritti da donne. Anche un rapper romano, Damiano Coccia, ha rilanciato la questione in maniera molto violenta, chiedendosi “io non so dove andremo a finire” e dicendo che bisognerebbe solamente ringraziare se qualcuno ti fa un complimento. La sensibilità nei confronti di questi temi però è cambiata, forse anche grazie al movimento “Me Too”: ci sono persone che gradiscono questo genere di comportamenti, ma ce ne sono molte di più che lo percepiscono come frustrante, perché può generare paura.

 

Cosa risponderebbe a chi sostiene che una donna deve intendere il catcalling come un complimento? E poi, è davvero un complimento?

 

Se qualcuno urla “Abbella, ciao”, o cose più volgari, trattando una persona non come una persona ma come dei pezzi di corpo, faccio fatica a definire quest’atteggiamento un complimento. Il complimento fatto in un contesto adeguato può avere un senso; in un contesto pubblico, dove magari sono più persone a farlo, io leggo solo prevaricazione. Bisogna prendere in considerazione anche il fatto che il catcalling, come qualsiasi tipo di molestia, è legato alla percezione della persona che lo riceve. Se il contesto fa sì che la donna si senta impaurita e frustrata, allora parliamo di molestia.

 

Alcune persone, sotto il video di Aurora Ramazzotti, hanno sottolineato il fatto che lei “non sarebbe abbastanza bella” per essere oggetto di catcalling. Perché?

 

Si tratta di commenti problematici, in linea con la cultura del catcalling, perché i fischi, i gesti, i commenti e le avance non sono sulla persona, ma sul corpo. Come si affronta tutto ciò? Si può fronteggiare, sull’esempio della Francia e delle Filippine ma anche di alcuni Stati americani, facendo diventare il catcalling un reato. In questo caso abbiamo un riconoscimento pubblico del fatto che questi atteggiamenti sono intollerabili. Si può decidere di percorrere questa strada, ma il problema sta a monte, ed è culturale. Molti dei pensieri sotto il video, inoltre, denotano una visione tradizionale dei ruoli di genere: c’è qualcuno che commenta e qualcuno che invece è oggetto del commento. È fondamentale educare a rispettare il consenso e far capire che qualcuno può percepire un commento di questo tipo come qualcosa di invalidante. Il che non è immediato in una cultura come la nostra, con un ordine di genere asimmetrico e tradizionale. In Trentino abbiamo portato avanti per anni percorsi sull’educazione alle relazioni di genere, che sono importanti per temi pesanti come la violenza e i femminicidi ma che possono essere utili anche per spiegare che dei fenomeni come il catcalling possono rappresentare un problema per le ragazze. È importante per le giovani, per capire come reagire in queste situazioni, ma anche per scalfire una visione predatoria dell’identità maschile.

 

Si avverte quindi un cambio di sensibilità?

 

Penso che in altri tempi questi atteggiamenti fossero ancora più diffusi, ma è difficile stabilirlo con certezza, perché non ci sono molte ricerche e molti dati su questo tema. È un fenomeno ancora presente al giorno d’oggi, ma non sono convinta che, come dicono alcuni, sia in aumento. È cambiata la sensibilità: molti uomini che conosco, ad esempio, si offenderebbero se qualcuno dicesse che “così fan tutti”. L’evoluzione culturale porta a cambiare determinati atteggiamenti, che in una società civilizzata scompaiono; ecco, io penso che faccia parte di una civiltà civilizzata anche il fatto di non urlare “Abbella” a una donna che cammina per strada.

 

Altro da aggiungere?

 

Sì. Le ricerche su questo tipo di fenomeni dicono che le conseguenze possono essere molto pesanti. Pensiamo ad esempio a chi ha subito certi tipi di violenze e si trova a essere oggetto di catcalling. Un altro tema è emerso a seguito di una ricerca della Cornell University e del gruppo statunitense “Hollaback!”: secondo questo studio, l’84% delle donne che ha subito molestie di strada le ha subite prima dei 17 anni. La ricerca è stata condotta in ventidue Paesi, tra i quali figura anche l’Italia, e sono state intervistate 16mila persone.

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