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| 03 nov 2021 | 16:33

Il femminismo trentino? “È stato un’avanguardia intellettuale e politica, ma in pochi lo ricordano”. La ricercatrice Elisa Bellè dà voce alle storiche attiviste del movimento

In pochi sanno che uno dei primi collettivi femministi italiani è nato proprio a Trento e per molto tempo ha ricoperto un ruolo di primo piano sulla scena nazionale. Il libro “L’altra rivoluzione. Dal Sessantotto al femminismo” della ricercatrice Elisa Bellé riporta alla luce una pagina di storia che rischiava di essere dimenticata: “La storia delle donne tende a rimanere ai margini della narrazione”

Il femminismo trentino? “È stato un’avanguardia intellettuale e politica, ma in pochi lo ricordano”
Foto a destra Nereo Pederzolli, a sinistra Elisa Bellè
di Tiziano Grottolo

TRENTO. Frutto di un approccio sperimentale di ricerca, a cavallo tra storia e sociologia, “L’altra rivoluzione. Dal Sessantotto al femminismo” è la nuova opera firmata da Elisa Bellè, ricercatrice con un dottorato in sociologia e ricerca sociale all’Università di Trento che attualmente lavora a Parigi nel Centre d’études européennes et de politique comparée de Sciences Po.

 

Il libro (edita da Rosenberg &Sellier) che nei prossimi giorni sarà presentato per la prima volta a Trento e Rovereto nasce da un percorso di ricerca durato tre anni (portato avanti anche grazie a un bando della Fondazione Caritro) che aveva l’obiettivo di colmare una grave lacuna negli studi sul movimento femminista. Infatti in pochi ricordano che Trento è stata una delle città, insieme a Roma e a Milano, in cui si è sviluppato il movimento delle donne. Non solo, perché in questo senso il capoluogo ha rivestito un ruolo di avanguardia intellettuale e politica, dando origine a un femminismo vivace e articolato, che ha saputo esercitare una grande influenza anche a livello nazionale.

 

È proprio partendo dalla Facoltà di Sociologia di Trento (di cui nel 2022 ricorrerà il sessantesimo anniversario) che Bellè ricostruisce i primi passi del femminismo della cosiddetta “seconda ondata”, un’onda iniziata negli anni ‘70 dove si consumerà una prima frattura storica tra studentesse e movimento del ‘68.

 

L’impressione è che questo libro nasca dalla necessità di raccontare un pezzo di storia che, benché recente, rischiava di essere dimenticato… 

“Attorno al ‘68 si è creata una memoria collettiva, in parte ‘istituzionalizzata’, ma anche qui la storia delle donne tende a rimanere ai margini della narrazione e poco si conosce del ruolo di primo piano ricoperto dal movimento femminista che si è sviluppato in Trentino. Sapevo che nel capoluogo c’era stata una vivacissima scena femminista anche grazie ai racconti di mia madre e mia zia, che avevano fatto parte de ‘Il Cerchio spezzato’, uno dei primi gruppi femministi nati in Italia. Questo gruppo ha avuto un ruolo molto importante sia nell’elaborazione della prima pratica di autocoscienza, ma era molto presente pure nel dibattito nazionale. Ciononostante questo aspetto di centralità e avanguardia della vicenda trentina lo conoscono in pochi, proprio per questo ho fortemente cercato un finanziamento per questa ricerca”. 

 

E come è stato possibile ricostruire una mappa del movimento?

“Ho incrociato in particolare due fonti, la prima è il Centro documentazione Mauro Rostagno, quindi il Museo storico del Trentino, e l’Archivio delle donne di Rovereto, messo assieme dalla Casa delle donne e costituitosi nel tempo attraverso varie donazioni provenienti dai fondi provati delle attiviste. In più ci sono 40 interviste, di cui 10 a cosiddetti testimoni privilegiati (sindacalisti, docenti universitari, protagonisti del movimento studentesco, in generale persone capaci di aiutarmi a ricostruire quella fase intensa e molto densa di eventi),  ma soprattutto a una trentina di attiviste di vari gruppi femministi sparsi per il Trentino, donne che il movimento lo hanno vissuto sulla loro pelle”. 

 

Per entrare un po’ nel dettaglio in che arco temporale ci stiamo muovendo?

“Mi muovo a cavallo tra la fondazione facoltà di sociologia, nel 1962, ricostruendo la complessa vicenda della nascita della facoltà e l’inizio del movimento del ‘68 trentino, caratterizzato da una forte connotazione intellettuale legata alla sociologia, intesa allora dagli studenti del movimento come strumento di cambiamento della società. Da lì analizzo come le studentesse che fanno parte del ‘68 inizino a sviluppare una riflessione propria, autonoma, ‘a partire da sé’, per citare un’espressione coniata dal femminismo proprio in quegli anni. Attorno a questa riflessione nascerà il primo gruppo femminista del Trentino. Il libro poi arriva fino all’inizio degli anni ‘80, quando comincia a venir meno la fase di massa del movimento, ma a Trento rimane attivo il Coordinamento donne, realtà tutt’ora esistente che poi è la stessa che ha largamente contribuito all’apertura del Centro anti-violenza”.

 

Ecco, nel libro affronti anche quello che è stato un momento di rottura molto importante fra il movimento del ‘68 e quello femminista…

“In questo senso il caso locale è emblematico. Il ‘68 trentino è molto coeso e comunitario, perché la città è piccola e fra gli studenti, che sono pochi, c’è un forte senso d’identità. Le ragazze però si trovano a vivere una doppia contraddizione: anche nel movimento libertario si presentano forme di autoritarismo maschile che cominciano a creare un senso di frustrazione. Benché inserite all’interno di un contesto formalmente libertario, critico verso il concetto di autorità verticale,  le donne si trovano comunque in una condizione ancillare, in cui la dominazione maschile non è messa a critica. È così, grazie alle prime discussioni di un gruppo di tesi sulla condizione delle donne (in cui era inizialmente presente anche un ragazzo), che nasce il testo ‘La coscienza di sfruttata’, tesi discussa nel febbraio del 1971 e pubblicata poi dall’editore Mazzotta nel 1972, che diventerà uno dei testi di riferimento della prima fase femminista italiana, un vero e proprio best seller. Poi la discussione si allargherà a studentesse e ragazze trentine, dando origine a un’esperienza politica che prenderà il nome di Cerchio spezzato, uno dei primi collettivi femministi italiani in assoluto”. 

 

Non essendoci un percorso già tracciato tutto si muove sulla frontiera della sperimentazione?

“Le prime riflessioni riguardano l’autocoscienza, ma poi si affrontano i temi più svariati. Dalla sessualità agli abusi fino alle violenze, passando per il rapporto con i compagni del movimento, la propria condizione di donne, o il silenzio delle donne durante le assemblee, dove le uniche eccezioni sono rappresentate dalle ragazze più sicure, magari dotate di maggiori strumenti intellettuali”. 

 

E nelle tue interviste che persone hai incontrato, sono passati oltre quarant’anni dagli anni ‘80… 

“Fare questa ricerca è stato bello anche dal punto di vista umano. Tutte e 30 le intervistate sono state eccezionalmente generose nel mettersi a disposizione. Non è sempre facile ritornare con la memoria a un periodo della propria vita che è sia lontano, sia intenso, serve uno sforzo di scavo che a tratti può essere faticoso. Ciononostante sono state le stesse attiviste a passarmi nuovi contatti, volantini, scritti politici, foto. Grazie a queste informazioni mi è stato possibile accertare l’esistenza di almeno 15 gruppi attivi nelle varie zone del Trentino e non solo nei grandi centri abitati, anche nella valli. I vari gruppi poi erano in contatto fra loro, con una dinamica di rete che scardina completamente la contrapposizione fra centro e periferia, mettendo in luce la capacità di diffusione culturale del femminismo in quel periodo. C’erano contatti anche con i gruppi fuori provincia, da Roma a Padova, passando per Milano. Il Trentino costituisce una vera e propria avanguardia almeno fino 1972, rimanendo comunque centrale e molto attivo lungo tutto il corso degli anni settanta e per parte degli anni ottanta.  Le interviste mettono poi in luce il peso e la responsabilità di una militanza che arrivava fino alla ‘porta di casa’, soprattutto nei piccoli centri dove era facile esseri additate con stereotipi, legati a forme di controllo sociale e politico, che intrecciano antifemminismo, anticomunismo e antisindacalismo. Al contrario però, posso dire di aver trovato donne con un grande senso dell’umorismo e grande gioia di vivere, impegnate per i loro ideali a testa alta”. 

 

Ecco se negli anni ‘80 il movimento femminista vive una fase calante che collegamenti ci sono con le realtà di oggi, come Metoo e Non Una di Meno, grazie alle quali il femminismo sta tornando a essere un fenomeno di massa?

“Una delle metafore  che viene spesso usata per definire il femminismo è quella del fiume carsico: l’idea di questa corrente che può rimanere a lungo sotterranea, per poi riprendere forza. C’è qualcosa che non smette di scorrere, anche se non sempre con la medesima intensità o visibilità. Questo scorrere continuo è legato da un lato a un’oppressione che, seppure  mutata nel tempo, non è ancora scomparsa. D’altra parte vi sono strumenti politici e la memoria che quella stagione ha piantato come un seme e che comunque riemergono. Talvolta può accadere che questa memoria non sia dettagliata, ufficializzata, del tutto consapevole collettivamente, ma poi resta un patrimonio che piano piano si scopre, anche grazie ad attività di ricerca come la mia o ad altre che verranno. Una delle presentazioni del libro non è un caso che venga fatta con due collettivi nati da poco: è il punto di congiunzione tra questa storia passata e le realtà attive nel presente. O ancora, un altro esempio di collegamento tra passato e presente. Una delle attiviste mi diceva di aver trovato un evidente collegamento tra la pratica dell’autocoscienza inventata all’inizi degli anni ‘70 e il movimento Metoo, inteso come pratica globale di racconto della violenza maschile attraverso i social network: la presa di parola a partire da sé sulla violenza e la messa in comune di storie che fanno in modo di passare dall’Io al Noi. Tutto ciò attraverso un processo in grado di rispettare le differenze, ciascuna storia è una storia a sé, e al contempo capace di mettere in comune le diverse soggettività, che è esattamente la pratica femminista dell’autocoscienza”.

 

Quindi c’è anche una questione di metodo?

“Un’altra intervistata rifletteva proprio sul femminismo come metodo, proponendo questo aspetto del partire da sé, e quindi del cercare di andare verso una soggettività politica collettiva che però non spenga l’Io, che in qualche modo non trasformi i militanti in soldati, ma cerchi piuttosto di stare in uno spazio complesso, ambiguo, difficile da tenere vivo, che è quello tra uguaglianza e differenze. Un approccio, un metodo buono per altri movimenti, in quanto capace di rifondare lo spazio della politica tutta. Quindi una serie di pratiche femministe si ritrovano in diversi movimenti sociali di oggi, soprattutto in quelli di stampo ecologista. Il femminismo compie un passo storico: toglie dal piedistallo l’uomo, inteso come soggetto universale e maschile,  sino ad allora centro assoluto della storia dell’umanità permette, dicendo che la storia va riscritta a partire dall’esperienza incarnata delle donne, rimaste al margine della rappresentazione. Con questa stessa logica, altri movimenti oggi spostano l’attenzione dall’umano al non umano. Aprendo quindi a un nuovo rapporto fra individui e pianeta. Non è un caso che uno degli ultimi sviluppi del femminismo vi sia l’ecofemminismo, proprio perché in qualche modo quell’epistemologia ha molto da dare in termini non solo di riflessione sulla condizione tra donne e uomini, ma come metodo e prospettiva di lettura dei conflitti”. 

 

Il libro di Bellè sarà presentato in due eventi. Il 4 novembre a Trento, alle ore 18,  alla sala polivalente della Clarina, via di Clarina 2/1, evento a cura del Collettivo transfemminista queer Trento, Non Una di meno Trento e con la partecipazione della Libreria Due Punti. Il 5 novembre invece l’autrice sarà a Rovereto, alle 19 alla Libreria Arcadia, in via Fontana, per l’evento a cura della Casa delle donne di Rovereto.

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