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Lasciate senza soldi e ai margini della società, le donne albanesi in Trentino trovano una nuova vita con Teuta

L’Associazione Culturale Donne Albanesi in Trentino – Teuta è attiva dal 2008 con una mission: “Conoscendo a fondo la propria cultura si è in grado di comprendere e rispettare quella altrui”. Perciò l’associazione, nata dall’azione di quattordici donne albanesi, offre corsi di cultura e lingua albanese ma anche corsi di lingua italiana e progetti di inserimento per le donne immigrate nella società trentina. “Siamo diventate un punto di riferimento per tante donne immigrate, non solo albanesi" spiega Leonora Zefi

Di Marianna Malpaga - 28 giugno 2021 - 10:12

TRENTO. Dal 1991 a oggi, è cambiato il mondo, e con lui l’immigrazione. Una pubblicazione dell’Associazione Culturale Donne Albanesi in Trentino Teuta si occuperà di raccontare com’è mutata in particolare l’immigrazione albanese sul nostro territorio negli ultimi trent’anni. Non è da ieri, però, che Teuta si impegna su questo fronte: l’associazione nasce nel 2008 su impulso di un gruppo di quattordici donne albanesi che, dopo aver vissuto per un po’ in Trentino, si rendono conto di quanto sia importante cambiare la mentalità delle persone nei confronti della comunità albanese. “Gli albanesi sono stati visti prima come delle vittime del regime comunista, e poi come una ‘comunità cattiva’ – racconta Leonora Zefi, giornalista e presidente di Teuta -. Nel 2008, quando il clima era molto pesante, abbiamo pensato che spettasse a noi donne il compito di cambiare questa mentalità, perché i nostri figli non dovessero più trovarsi sotto l’attacco del razzismo”.

 

Teuta nasce con una mission chiara, che permane tuttora: “Conoscendo a fondo la propria cultura si è in grado di comprendere e rispettare quella altrui”. Perciò, nel corso degli anni sono stati organizzati dei corsi di lingua albanese per minori e adulti, in collaborazione con le scuole di Gardolo, Pergine 2 e Segonzano, ma anche dei corsi per imparare i balli tradizionali. Si lavora molto sulla conoscenza della cultura albanese, ma anche sull’inserimento delle donne nella società trentina, nella consapevolezza che un’azione è complementare all’altra.

 

Nel 2019, secondo i dati statistici sull’immigrazione del 2020, gli albanesi in Trentino erano 5.679, cioè l’11,9% delle persone immigrate presenti in provincia. Nello stesso anno, poi, 750 albanesi sono stati naturalizzati cittadini italiani in Trentino Alto Adige. Il desiderio di migrare - soprattutto nei giovani albanesi - è ancora molto forte, anche se lo scenario e le motivazioni che li spingono a muoversi sono cambiati. “I primi albanesi arrivati in Italia, nel 1991, erano disperati perché la dittatura aveva piegato il Paese – racconta Zefi -. Si trattava di un Paese molto chiuso, isolato per cinquant’anni, di cui nessuno riusciva a prevedere il futuro. Gli albanesi uscivano per sopravvivere. Tra le persone si diceva che tanto valeva salire su una nave, anche senza sapere dove ti avrebbe portato. Nessuno conosceva l’Italia, la Grecia o la Germania. ‘Tanto qui non siamo mica vivi’, si pensava. ‘Nel caso in cui morissimo nella traversata, cosa cambia? Tanto siamo morti lo stesso’”.

Leonora Zefi è arrivata in Italia nel 1992 per ricongiungimento familiare, come la maggior parte delle donne albanesi che arrivano in Italia, che provengono, oltre che dall’Albania, dal Kosovo e dalla Macedonia. “Mentre tornava dal lavoro in autobus, mio marito è saltato su una nave a San Giovanni di Medua – ricorda -. Ho saputo dov’era finito solo quattro mesi dopo”.

Oggi, i giovani che desiderano lasciare l’Albania conoscono perfettamente le difficoltà alle quali vanno incontro, ma non per questo desistono. Secondo i risultati di un sondaggio condotto dalla fondazione Friedrich Ebert nel 2019, il 40 per cento delle persone che vogliono lasciare il Paese sono giovani che partono sognando la Germania (26 per cento), il Regno Unito (18 per cento) e l’Italia (16 per cento). Si tratta soprattutto di giovani disoccupati, spinti, oltre che da fattori economici, da una percezione negativa del proprio Paese.

 

L’associazione Teuta, che prende il nome dalla regina illirica vissuta nel III secolo a. C., non aiuta solamente donne albanesi. “Siamo diventate un punto di riferimento per chiunque abbia bisogno di un sostegno – spiega Zafi -. Si rivolgono a noi anche donne bengalesi, pachistane e tunisine. Per noi albanesi, infatti, l’ospite è sacro”. Teuta lavora per risolvere le problematiche economiche e d’integrazione riscontrate dalle donne che arrivano in Trentino, prendendo in esame caso per caso, perché, come spiega Zefi, “solo personalizzando la situazione si è in grado di rispondere alle reali difficoltà affrontate dalla donna”.

 

Vi sono donne che nel Paese d’origine lavoravano e donne che invece erano casalinghe. “In quest’ultimo caso, però, bisogna far capire che è diverso essere casalinga nel tuo Paese, in cui hai una famiglia che ti supporta – dice la presidente di Teuta -. Arrivando in Italia, invece, molte donne si trovano a essere isolate, e ciò fa emergere patologie come la depressione. Ma non solo. Muta anche l’opinione dei figli nei confronti delle madri: se una mamma non parla l’italiano ed è isolata, il figlio, che nel frattempo si integra, inizia a vederla con occhio diverso, come una persona che ha meno valore del padre”.

Per le donne lavoratrici, Teuta offre, oltre a corsi di italiano, delle consulenze per spiegare le tipologie di lavoro in Italia e le modalità per far riconoscere la propria laurea nel Paese d’arrivo. Un punto molto importante, poi, è l’indipendenza economica. “Secondo la Convenzione di Istanbul, la violenza economica nasce in modo molto ‘semplice’, quando un uomo lascia alla moglie pochi soldi – spiega Zefi – per poi diventare poco a poco padrone della sua vita”. Per questo motivo è fondamentale che le donne siano partecipi alla vita della società trentina. “Non sei libero quando arrivi in un Paese libero – spiega la presidente di Teuta -. Sei libero quando partecipi alla vita della società e, come donna, quando sei libera economicamente. Tante volte le donne ci dicono: ‘Era così anche nel mio Paese’. Noi dobbiamo far capire loro che c’è una bella differenza tra la situazione nel loro Paese e quella in Italia”.

 

In autunno, l’associazione Teuta prevede, oltre alla pubblicazione del libro sulla storia dell’immigrazione, la collocazione di una stele a Trento in onore dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg, “impavido difensore della civiltà occidentale”. Proseguono anche i corsi, le attività di mediazione interculturale e il progetto “Donne insieme per l’inclusione”. Da aprile a luglio dell’anno scorso, inoltre, cinque donne dell’associazione hanno convertito l’attività di sartoria, fabbricando delle mascherine di stoffa che sono state donate alla Croce Rossa e alle cooperative trentine.

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