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Si avvicina la Pasqua e scatta l'ora del Vino Santo, una "enoleccornia" rara e preziosa

Nel periodo di Pasqua si compie la pigiatura dell'uva Nosiola per produrre il Vino Santo. Un momento molto importante, perché figlio di una tradizione secolare, apprezzata anche al di fuori del Trentino

Di Nereo Pederzolli - 27 March 2021 - 17:40

TRENTO. Santo lo è per assonanza, per questioni di pigiatura – si spreme la settimana che precede la Pasqua – ma pure per la sua assoluta unicità. Una sorta di reliquia. Santa quanto preziosa. Il Vino Santo del Trentino torna alla ribalta ogni vigilia pasquale, tra il rito della pigiatura e le rievocazioni classiche di questa settimana, nonostante la pandemia e un futuro tutto da chiarire.

 

Il Vino Santo comunque non teme il tempo, anzi: più riposa meglio evolve. Fino a diventare il "passito dei passiti". Nettare talmente esclusivo da essere annoverato tra le rarità. Pure preziose. In tutto e per tutto. Perché nelle esclusive cantine della Valle dei Laghi – il "terroir" unico e inconfondibile dove le uve Nosiola appassiscono fino a primavera inoltrata prima di essere pigiate secondo il canone della "santa vinificazione" – le giacenze di questa enoleccornia aumentano di anno in anno.

 

La crescita in un certo modo non spaventa i vignaioli, neppure la locale cantina sociale che lo custodisce meticolosamente dal 1965, ma giacenze diffuse che stimolano nuove strategie. Anzitutto di comunicazione. E’ tra i vini più conosciuti tra le Dolomiti, ma il suo fascino stenta a far breccia tra i consumatori locali. Difficile sintetizzare il motivo. Forse per il suo costo – in enoteca la bottiglia da mezzo litro si paga almeno 32 euro, mentre le "super riserve" come il 2003 vengono proposte ad oltre 42 euro la "bozeta"- ma pure per certe contrapposizioni nella corale proposta e qualche forma di campanilismo.

 

Strategie legate alla promozione, pure alla difficoltà di legare questo nettare alla sua storia. E pensare che tra i vini il Vino Santo del Trentino è forse quello che potrebbe vantare la più eccelsa. Non per il nome, ma proprio per il ruolo degli ecclesiasti che giungevano a Trento per il Concilio, e - prima di questi - per il supporto del Cardinal Bessarione, umanista tra i più autorevoli, la caduta di Costantinopoli nel 1453 e il salvataggio di opere culturali che altrimenti mai sarebbero giunte in Occidente, vini compresi.

 

Da qualche stagione è stata recuperata una storica "caneva" di Padergnone, a suo tempo legata alla famiglia di Rebo Rigotti, importante genetista degli anni’50. Struttura che ospita il Caveau. Suggestivo nell’allestimento interno, ma - complice pure la pandemia – ancora una "scatola vuota", poco visibile, di difficile accesso, realizzata (sembra) più per una scommessa politica comunale che per la sua funzione strategica.

 

L’altro giorno nel Caveau è andato in scena il rito della pigiatura. Ognuna delle sette cantine che credono in questa specialità – quello della vendemmia 2020 – si potrà gustare non prima del 2027. Addirittura nel lontano 2036 quello curato dalla Cantina Toblino, la più rappresentativa e paziente: custodisce almeno 5 mila bottiglie di ogni annata dal 2003! Stesso "giacimento" anche nella blasonata cantina della dinastia Pisoni di Pergolese. Produzione preziosa si diceva. Complessivamente è di circa 50 ettolitri l’anno. Tra vino già imbottigliato e quello che lentamente evolve nel tempo, si calcola così un valore in giacenza attorno ad 8 milioni di euro. Che fare quindi per incentivare la vendita?

 

Il mercato estero è molto più curioso di quello locale. Merito di una serie di prestigiosi riconoscimenti ottenuti dai critici enologici più rigorosi. Un 2004 di Toblino recentemente è finito nell’olimpo di Decanter, la rivista USA più esigente. Premi anche da altre "bibbie". Come i Tre Bicchieri assegnati dal Gambero Rosso a Toblino, alla Pravis, pure a suo tempo anche a Pisoni. Sperticati elogi altrettanto ai vini dei Poli di Santa Massenza, senza tralasciare Salvetta e i Pedrotti di Cavedine.

 

E ancora. Il Vino Santo è uno dei rari vini tutelati da Slow Food. E’ inoltre in predicato per ottenere la DOCG ovvero l’ulteriore rafforzativo "garantito" della DOC. Iter, quest’ultimo, complicato e che paga certi screzi tra produttori avvenuti nel passato. Quando al Ministero delle politiche agricole di Roma tutto era pronto per avere la DOCG, abbinata all’indicativo "Arèle", dal nome dei graticci dove vengono fatte appassire le uve Nosiola. Allora l’iter era in dirittura d’arrivo, con ogni normativa enologica supportata da vari pareri e dall’interpellanza del giovane onorevole Giovanni Kessler. Non se ne fece nulla. Peccato. Doppio. Compiuto contro – lasciatemelo dire- un Vino Santo.

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