“Togliatti è stato assassinato”: il fallito attentato del 14 luglio 1948, tra mito e storia
Il 14 luglio 1948 il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti viene colpito da diversi proiettili sparatigli alle spalle dal simpatizzante qualunquista Antonio Pallante. Il Paese, attraversato da tempo da grandi tensioni, precipitò in una condizione di grave disordine, tra scontri in piazza e diverse vittime. Ma davvero l’Italia in quei giorni rischiò di ripiombare nell’incubo della guerra civile?

TRENTO. Partito dalla Sicilia qualche giorno prima, Antonio Pallante attese l’uscita di Palmiro Togliatti da uno dei varchi di Montecitorio. Per uccidere il leader comunista, il venticinquenne simpatizzante del Fronte dell’Uomo qualunque aveva acquistato una vecchia Smith & Wesson calibro 38, risparmiando però sulla qualità dei proiettili, più utili al tiro a segno che non ad ammazzare una persona. Proprio quella qualità scadente, oltre alle immediate cure, finirono così per salvare Togliatti, evitando che il Paese precipitasse nuovamente nella guerra civile.
Il clima politico e sociale nella penisola, quel 14 luglio del 1948, non era certo dei più sereni. La Democrazia cristiana si era appena aggiudicata le combattutissime elezioni dell’aprile ’48, le prime nella nuova democrazia repubblicana, ottenendo un risultato ben al di sopra delle attese dei principali avversari, i comunisti ed i socialisti, riuniti sotto il simbolo di Garibaldi nella coalizione del Fronte democratico popolare (QUI un approfondimento).
Nondimeno, quella vittoria aveva sanzionato l’allineamento dell’Italia nel blocco occidentale, come dimostrato dai governi in carica fino almeno agli anni ’60 e alla nascita del centro-sinistra (QUI un approfondimento). È in questo periodo, dunque, che si assiste ad una sorta di riflusso istituzionale e politico, con l’apertura degli esecutivi democristiani a destra, anche verso quel Movimento sociale che incarnava direttamente l’eredità del defunto regime fascista, oltre alla criminalizzazione dei partigiani (QUI un approfondimento).
La paura dell’insurrezione comunista, presuntamente condotta da cellule dormienti armate fino ai denti, spiega pertanto la cornice di violenza in cui precipitò il Paese nelle ore immediatamente successive all’attentato. La gestione dell’ordine pubblico contava al tempo sull’uso massiccio della repressione preventiva, fatta di raccolta di materiale sui militanti delle sinistre, militarizzazione delle strade e presidio degli edifici pubblici – tutte tattiche che hanno portato a parlare di “guerra civile fredda” (Donatella Della Porta, Herbert Reiter).
Tutto questo sarebbe esploso nelle ore immediatamente successive al fallito attentato, portando a scontri violenti in tutto il Paese. Ma quale fu la miccia? Passato l’uscio in compagnia di Nilde Iotti, sua compagna di vita, nella mattinata del 14 luglio Togliatti veniva raggiunto da tre colpi di pistola sparati alle sue spalle. A premere il grilletto, appunto, lo studente di giurisprudenza Antonio Pallante, simpatizzante del movimento qualunquista e fortemente anticomunista.
Penetrata la carne, a causa della loro scarsa qualità i proiettili non furono in grado tuttavia di uccidere il segretario del Pci. Ma la notizia dell’attentato non poté che accendere degli animi già piuttosto surriscaldati. Tafferugli tra forze dell’ordine, militanti comunisti e non percorsero l’intero Paese da nord a sud, provocando sei morti fra le forze dell’ordine e undici fra i civili. A Genova, Livorno, Roma, Taranto, Napoli, Abbadia San Salvatore, Firenze gli scontri degenerarono, lasciando sul terreno diverse vittime.
Se da parte sua il ministro degli Interni Mario Scelba aveva predicato il pugno duro alle forze di pubblica sicurezza, nelle sinistre l’attentato a Togliatti venne visto come un ennesimo attacco alla democrazia nata dalla Resistenza. Dalle pagine dell’Unità si chiesero a gran voce le dimissioni del governo, mentre il segretario storico della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, non tardava a proclamare lo sciopero nazionale.
Proprio nella gestione dello sciopero, storiografia e pubblicistica hanno individuato le caratteristiche di una guerra civile imminente, a cui addirittura – racconta la leggenda – avrebbe posto rimedio la vittoria di Gino Bartali al Tour de France qualche giorno dopo l’attentato. Ma quali erano le condizioni del Paese in quel momento? Ci fu davvero un rischio di ripiombare nell’incubo del conflitto fratricida?
Scrivono sempre Donatella Della Porta ed Herbert Reiter in Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai no global: “A proposito del luglio 1948 si è parlato di una Italia sull’orlo di un conflitto armato o di uno stato di massima tensione, vicino a una esplosione rivoluzionaria. L’immagine di una guerra civile quasi aperta, di decine di migliaia di lavoratori armati in piazza, di una polizia in difficoltà serissime, rapidamente disarmata dagli insorti sembra però esagerata. Più che con la realtà, essa coincide con la visione diffusa dal governo anche per ragioni propagandistiche e, paradossalmente, con il mito del popolo che riprende le armi, caro a parte della sinistra. Situazioni che possono essere interpretate in questa chiave sembrano infatti circoscritte ad alcune realtà locali, troppo poche per far apparire verosimile l’attuazione di un piano preordinato”.
Operato e fuori pericolo, fu lo stesso Togliatti a predicare calma tra i suoi. La tensione nelle piazze, nondimeno, sarebbe continuata ad essere palpabile.














