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Alle porta della dittatura: squadristi “disorientati” e ricerca della stabilità nel primo anno di governo fascista

Il primo anno di governo di Mussolini fu caratterizzato da misure già tese allo smantellamento dello Stato liberale. Già screditato dall'agire fascista, il regime liberale verrà definitivamente eliminato dopo il delitto Matteotti. Continua la rubrica "Cos'era il fascismo"

Foto tratta da wikipedia
Di Davide Leveghi - 27 novembre 2022 - 10:55

TRENTO. Giunto al governo con la marcia su Roma, insieme di manovre militari e diplomatiche per assicurarsi il potere e evitare una possibile marginalizzazione dalla vita politica (QUI l’articolo), il Partito nazionale fascista dimostrò sin dagli esordi la sua incompatibilità con il regime parlamentare. Nel discorso del 16 novembre 1922, passato alla storia come il “discorso del bivacco” (QUI l’articolo), il nuovo presidente del Consiglio Benito Mussolini annunciava chiaramente che da quel momento in avanti a regnare sarebbe stato l’arbitrio.

 

Ciononostante, il Parlamento – compresi molti futuri padri costituenti, da Alcide De Gasperi a Giovanni Gronchi, da Ivanoe Bonomi al primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola, allora presidente della Camera (QUI l’articolo) – votò a larga maggioranza la fiducia, confermandola pochi giorni dopo quando Mussolini chiese alle Camere di concedergli pieni poteri in campo amministrativo e fiscale (QUI l’articolo).

 

“La sanzione parlamentare non cancellava la gravità di quanto era avvenuto – spiega a riguardo lo storico Emilio Gentile in Fascismo. Storia e interpretazioni - per la prima volta nella storia delle democrazie liberali europee e dello Stato italiano, il governo era affidato al capo di un partito armato, che aveva una modesta rappresentanza parlamentare, ripudiava i valori della democrazia liberale e proclamava la sua volontà rivoluzionaria di trasformare lo Stato in senso antidemocratico. In questa prospettiva, la ‘marcia su Roma’ può essere considerata storicamente il primo passo verso la distruzione dello Stato liberale e l’instaurazione dello Stato totalitario, anche se la costruzione del nuovo Stato non seguì un disegno istituzionale chiaramente preordinato fin dall’inizio”.

 

Lo smantellamento dello Stato liberale, dunque, non sarebbe avvenuto in forma lineare né immediata. Mussolini, infatti, dovette faticare non poco per assicurarsi il monopolio del potere, barcamenandosi ambiguamente da una parte nei confronti dello squadrismo più riottoso, e dall’altra cercando di mantenere e approfondire l’appoggio degli influenti fiancheggiatori del fascismo, dalla Chiesa al mondo economico.

 

Nel processo di assestamento che interessò il Paese a partire dal novembre ’22, il fascismo s’impose in tutta la penisola inglobando fette di società fino a quel momento non coinvolte direttamente nel partito. Mentre nel Centro-Nord, maggiormente interessato dal fenomeno squadristico, si procedeva all’abbattimento delle ultime amministrazioni non fasciste, nel Sud si assistette alla proliferazione di nuovi Fasci, formati dal vecchio notabilato locale e da una piccola e media borghesia smaniosa di occupare i nuovi posti.

 

Tale crescita provocò nel Partito non pochi problemi, alimentando il fenomeno del dissidentismo. Fasci autonomi sorsero in diverse parti del Paese, animati da fascisti della prima ora insoddisfatti degli esiti della “rivoluzione”. D’altra parte, nonostante il disorientamento, gli squadristi più intransigenti non cessarono affatto di sfogare la propria cieca ferocia sui nemici politici: dalla strage di Torino del dicembre ’22 (QUI l’articolo) all’omicidio e al pestaggio di antifascisti di diversa estrazione (su tutti il parroco ferrarese don Minzoni, manganellato a morte nell’agosto ’23), numerosi furono gli episodi di violenza squadristica.

 

Pressato dall’opinione pubblica moderata, Benito Mussolini adottò comunque una strategia ambigua, condannando da una parte l’illegalismo e dall’altra servendosene per gettare il Paese nel terrore. Inquadrati nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (QUI l’articolo), posta sotto il diretto controllo del capo del governo, gli squadristi avranno un ruolo decisivo nello spingere il presidente a metter fine al regime liberale, fine rappresentata comunemente dal discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 (QUI l’articolo).

 

Il periodo che va dall’affidamento del potere a Mussolini da parte del re al celebre discorso del gennaio ’25, con l’assunzione di responsabilità per l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, certo non fu florido per le istituzioni liberali. Già ampiamente compromesso dalle modalità con cui era stato formato il primo governo fascista, il regime liberale inanellò misure tese a ottenere una certa stabilità, colpendo gli avversari con strumenti già usati dagli esecutivi ante-marcia.

 

Indeboliti gli avversari politici a colpi di violenza terroristica e riforme parlamentari, attraverso le prefetture il governo agì arrestando numerosi oppositori (specialmente i comunisti) e limitandone la stampa. Scrive ancora Gentile: “Rendendosi conto di ciò, fin dal 1923 alcuni antifascisti misero in circolazione per la prima volta espressioni come ‘dittatura totale’ di partito, ‘spirito totalitario’, ‘Stato partito’, con le quali essi intesero definire la vocazione dittatoriale del Partito fascista, il metodo terroristico usato per imporre la sua diversità privilegiata di partito dominante, e la pretesa di convertire tutti gli italiani alla propria ideologia”.

 

Intervenendo sulla legge elettorale (riforma Acerbo) e sulla scuola (riforma Gentile), nel primo anno di governo il fascismo si assicurò innanzitutto la sopravvivenza politica, in secondo luogo un ruolo centrale nella trasformazione della società e della cultura. Agendo anche simbolicamente – nell’aprile ’23 fu cancellata la festività del primo maggio, festa dei lavoratori, a favore del “Natale di Roma” (QUI l’articolo) – il nuovo governo preparò il terreno all’accelerata autoritaria scaturita dalle violenze nelle elezioni del 1924.

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