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Tre fotografi naturalisti e un branco di lupi nelle Dolomiti Bellunesi: "Mi sono passati davanti in fila indiana, un'emozione incredibile"

Si chiama "Il sentiero dei lupi" il progetto promosso dal Parco Dolomiti Bellunesi e portato avanti da Ivan Mazzon, Bruno Boz e Roberto Sacchet. Obiettivo: fare una corretta informazione sulla ricolonizzazione delle Alpi da parte del grande carnivoro. In preparazione anche un documentario ad hoc. Vettorazzo, responsabile del Parco: "Il lupo è ancora oggetto di molti fraintendimenti, le informazioni che lo riguardano e che circolano sono spesso legate all'emotività e, a volte, a strumentalizzazioni"

Foto di Bruno Boz, Ivan Mazzon e Roberto Sacchet
Di Arianna Viesi - 15 gennaio 2021 - 18:11

BELLUNO. "L'area del Parco, negli ultimi anni, è stata al centro di un processo di ri-colonizzazione spontanea da parte del lupo", così Enrico Vettorazzo, referente del progetto Il sentiero dei lupi (QUI SITO WEB) e responsabile comunicazione, divulgazione, educazione ambientale, ricerca scientifica e faunistica del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

 

In principio furono Giulietta e Slavc. La storia del ritorno del lupo nel Bellunese parte, infatti, proprio dalla coppia più famosa delle Alpi. Fino al 2018, nel Parco, era stato documentato solo lo sporadico passaggio di alcuni esemplari in dispersione. Tra questi un lupo maschio, Slavc appunto, che, radiocollarato dai ricercatori dell'Università di Lubiana, compì un lungo viaggio attraverso la Slovenia, l'Austria e l'Italia dopo aver abbandonato il proprio branco. Era il dicembre del 2011, all'inizio dell'anno successivo Slavc entrò in Italia e, intorno a metà febbraio, si trattenne per qualche giorno nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Di lì proseguì verso sud, fino alla Lessinia, dove incontrò la lupa italiana Giulietta con la quale, nel 2013, diede vita al primo branco delle Alpi Orientali (QUI STORIA).

 

"Questo branco - spiega Vettorazzo - rappresenta il primo contatto reale documentato con analisi genetiche tra la popolazione di lupo italiana e quella dinarica. Al momento, in attesa di approfondimenti, non si può escludere che gli esemplari che ora occupano il Parco siano discendenti proprio di Slavc e Giulietta, il progenitore che prima di loro aveva esplorato questi territori".

 

 

Dal 2018, dunque, il lupo è tornato ad occupare stabilmente le cime e i boschi del Parco. E, proprio per monitorarne e documentarne la presenza in questo territorio, un paio di anni fa è nato il progetto Il sentiero dei lupi con il preciso scopo di raccontare la naturale riconquista, dopo due secoli, di un questa zona, i rinnovati equilibri fra prede e predatori, la convivenza con l'uomo e l'attività di ricerca in corso. A capo del progetto tre "amici", che da anni collaborano con il Parco, con la passione per la fotografia naturalistica: Bruno Boz, Ivan Mazzon e Roberto Sacchet (QUI).

 

"Ci sembrava giusto promuovere questo progetto - racconta Enrico Vettorazzo -. Il lupo è ancora oggetto di molti fraintendimenti, le informazioni che lo riguardano e che circolano sono spesso legate all'emotività e, a volte, a strumentalizzazioni. Avevamo quest'occasione: seguire fin dall'inizio la ri-colonizzazione. Il sentiero dei lupi è, quindi, un progetto di comunicazione attraverso il quale diamo indicazioni oggettive e scientifiche sul lupo: come vive, quali sono gli strumenti e i mezzi per far convivere questi grandi carnivori con le attività di allevamento ecc." (QUI IL PROGETTO).

 

Il lupo era scomparso dal Bellunese da più di un secolo. Ma, ci spiega Vettorazzo, era ed è fondamentale per la catena alimentare: "I carnivori che stanno in cima sono l'elemento più importante perché completano un quadro altrimenti disequilibrato".

 

 

"Ci è sembrato naturale, dunque, accanto a tutte le altre attività di monitoraggio e prevenzione portate avanti grazie al reparto carabinieri del Parco, accogliere la proposta di Bruno, Ivan e Roberto, che già collaboravano con noi. Un progetto di corretta comunicazione che va a completare azioni che già esistono".

 

Ad oggi, all'interno del Parco, è sicuramente accertata la presenza di un branco composto da una decina di esemplari. Tutt'attorno, si muovono altri branchi. "Questo processo di ri-colonizzazione - continua Vettorazzo - è cominciato dagli anni Settanta quando, in Italia, si è raggiunto il numero minimo di esemplari. Erano rimasti alcuni branchi solo sull'Appennino centrale e in Calabria. Si è iniziato, quindi, a tutelare la specie che, poi, spontaneamente ha ri-colonizzato prima gli Appennini, la Liguria, le Alpi francesi. E poi, spostandosi da ovest verso est, è arrivata in Veneto, in particolare in una zona di confine con il lupo balcanico".

 

Prima di arrivare nel Parco Dolomiti Bellunesi, il lupo aveva iniziato a frequentare il massiccio del Grappa, e il Nevegal. "Il lupo ha poi cominciato a ri-colonizzare un territorio che già frequentava. Il lupo, potenzialmente, potrebbe stare in tutto l'emisfero settentrionale del pianeta".

 

 

Ma, va ricordato, ogni branco ha già in sé dei meccanismi di autoregolazione. "Adesso l'impressione potrebbe essere quella di un'espansione esponenziale e fuori controllo del lupo. In realtà stanno crescendo perché hanno un territorio immenso da ri-colonizzare. Il branco, di per sé, rimane costante come numero di animali rispettando sempre il delicato equilibrio tra prede e predatori. I giovani lupi vanno in dispersione, in cerca di nuovi territori. Ma, se entrano nel territorio di un altro branco, o riescono ad imporsi o vengono uccisi. Non sono rare le uccisioni tra conspecifici. Anche Slavc, ad esempio, è riuscito a fare così tanti chilometri perché, davanti a sé, ha trovato territori sconfinati e nessun altro lupo. Si ricordi, poi, che all'interno del branco solo la coppia alfa si riproduce. Sono, questi, meccanismi di controllo, di autoregolazione del branco stesso. I lupi si stanno espandendo perché, ora, vengono tutelati ma anche perché, negli ultimi decenni, si è assistito ad un abbandono generalizzato delle aree montane, con conseguente aumento delle superfici boschive e degli ungulati".

 

Il progetto Il sentiero dei lupi, della durata di tre anni (è partito ufficialmente nel 2020 e dovrebbe concludersi nel 2022), prevede anche la realizzazione di un documentario e un sito web, già molto attivo, sul quale i responsabili del progetto hanno già caricato (e continuano a caricare) decine e decine di immagini, filmati e storie.

 

"Io, Bruno e Roberto - racconta Ivan Mazzon - collaboravamo già con il Parco. Nel 2017 era stata registrata la presenza di un branco nella zona del Nevegal. Il lupo era in espansione e sapevamo che, quasi sicuramente, prima o poi sarebbe arrivato anche nel Parco".

 

"Così - continua - nell'estate del 2017 abbiamo provato a mettere una fototrappola su un sentiero di accesso a queste zone. Non so perché ma mi ero messo in testa che il lupo sarebbe passato da lì. Nel 2012, infatti, da lì era passato Slavc. Caso ha voluto che la prima coppia di lupi sia passata proprio da lì, in quella zona".

 

 

L'anno successivo infatti, nel 2018, Roberto Sacchet e Bruno Boz trovarono tracce sulla neve e un'altra fototrappola catturò le immagini di un lupo solitario, forse in dispersione. Il 31 maggio di quello stesso anno, però, la fototrappola posizionata sul famoso "sentiero di Slavc" immortalò una coppia che, di lì a poco, avrebbe ripopolato il parco.

 

"Da lì è nato tutto - spiega Ivan -. Per rintracciare i lupi inizialmente andavamo un po' a caso, non conoscevamo i loro percorsi, potevamo solo ipotizzarli. Ad esempio era più probabile che seguissero vie meno faticose, passaggi comodi insomma ma allo stesso strategici. Va detto, poi, che durante il primo anno anche loro erano meno sistematici e prevedibili: stavano esplorando un territorio per loro nuovo".

 

Da quel momento le strade di Ivan, Roberto e Bruno e quella dei due lupi hanno iniziato a correre in parallelo. "Abbiamo iniziato a capirli, tarandoci su quello che avevamo acquisito.  Tutt'ora non è facile filmarli e fotografarli, posizioniamo le fototrappole per capire quali sono le zone migliori per osservarli".

 

 

Gli avvistamenti, ci spiega Ivan, sono più facili nel caso in cui ci si imbatta in una carcassa. "I lupi, infatti, i giorni successivi sono soliti tornare. Molte volte siamo riusciti a fotografarli o a filmarli proprio grazie alla presenza di una carcassa. In ogni caso, non è mai stata una casualità incontrarli. Andiamo a cercali ma rispettando la loro privacy. Ad esempio, non conosciamo il luogo di riproduzione, non sappiamo dov'è la tana. Quando li vediamo siamo sempre molto lontani".

 

"La prima volta che l'abbiamo visto - racconta - forse si è accorto di noi. C'era un lupo solo che aveva predato un cervo il giorno prima. La carcassa dell'ungulato si trovava di fianco ad un sentiero. La mattina seguente, all'alba, ci siamo appostati sopra la strada ed ecco che, ad un certo punto, da dietro gli arbusti, dai mughi, è uscito un lupo ed è sceso verso la carcassa, ha guardato un paio di volte verso di noi e poi è andato avanti per la sua strada".

 

"Un'altra volta -continua - c'era sempre un cervo predato, io e Bruno eravamo a circa 200/300 metri dalla carcassa e non avevamo idea da che parte potessero arrivare i lupi. Ad un certo punto, ecco che compare il lupo. Caso ha voluto che sulle creste alte, sopra di noi, proprio in quel momento, passassero due escursionisti. Il lupo li ha visti ed è scappato, mentre loro, lassù, non se ne sono nemmeno accorti".

 

 

Oggi il branco del Parco Dolomiti Bellunesi conta circa una decina di esemplari e, ogni giorno, Ivan, Roberto e Bruno scoprono (e fanno scoprire a tutti noi) un pezzo in più della vita di questi meravigliosi animali (QUI ARTICOLO).

 

"La scena più bella che ricordo - conclude Ivan Mazzon - è questa. Ero tornato ad appostarmi dove c'era un cervo predato, in corrispondenza di una forcella. Ero uscito con il buio dal bivacco dove solitamente dormiamo. Era ancora buio e ricordo che c'era una luna luminosissima, vedevo la mia ombra per terra. Quando ha iniziato a far chiaro ho guardato verso questa forcella e ho visto tutto il branco lì, seduto".

 

"Hanno iniziato a scendere e mi sono passati davanti in fila indiana, un'emozione incredibile. A capo del gruppo c'era la femmina alfa. Ho iniziato a contarli, sono arrivato a dieci. È stata un'emozione grandissima. Loro non sapevano che io ero là, andavano per la loro strada, il che è l'ideale per uno che filma. Ad un certo punto sono partiti e sono andati tra i mughi, dove stanno di giorno. È stato bellissimo vedere l'interazione tra loro: i piccoli andavano dagli adulti, un cucciolo provava ad andare dalla mamma, leccandole il muso. Sarà durato una ventina di minuti ma è sembrato durare una vita".

 

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