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Dalla parte dei fascisti: in divisa o senza, carabinieri e guardie regie si schierano con gli squadristi

Fondamentale nell’offensiva fascista contro i movimenti e le organizzazioni di sinistra fu l’apporto delle forze dell’ordine. L’atteggiamento di carabinieri e guardie regie nei confronti di chi auspicava un radicale cambiamento non fu però una novità, ponendosi in chiara continuità con il periodo bellico. Prosegue, nell’anno del centenario, la rubrica “Cos’era il fascismo”

Foto tratta dal web
Di Davide Leveghi - 04 September 2022 - 15:16

TRENTO. In un contesto di sostanziale imparzialità di importanti settori dello Stato, l’atteggiamento della forza pubblica – in continuità con il periodo bellico e in maniera sempre più vistosa – “oscillò fra arrendevolezza, comportamenti omissivi e azione combinata con gli squadristi” (M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922). Sotto esecutivi deboli ed erroneamente convinti di poter “costituzionalizzare” il fascismo (QUI l’articolo), ai comandi di funzionari prefettizi che vedevano in loro un’espressione di patriottismo e difesa dell’ordine (QUI l’articolo), le squadre acquisirono sempre maggior libertà d’azione, preparando la conquista al potere, avvenuta nell'ottobre 1922. 

 

La storia delle ambiguità e del supporto delle forze di pubblica sicurezza al fascismo affonda le radici, nondimeno, in quella stessa militarizzazione della vita pubblica avvenuta nel corso della Grande Guerra. Criminalizzato il dissenso, specialmente nella delicatissima fase post-Caporetto, fra accuse di disfattismo e repressione di ogni afflato pacifista, le forze dell’ordine trovarono nel magma da cui nacquero i Fasci di combattimento (QUI e QUI degli approfondimenti) degli alleati fondamentali nel frenare “l’offensiva bolscevica”.

 

Ancora in vigore o lentamente smantellata – il controllo preventivo sulla stampa venne abolito solamente nell’aprile del ’20 – la legislazione di guerra permetteva al governo di intervenire con forza di fronte a una conflittualità sociale notevolmente acuita dalla smobilitazione e dal ritorno a un’economia di pace. Alle aspettative di cambiamento dei ceti popolari, dunque, gli esecutivi avvicendatisi nel dopoguerra opposero un’azione coerentemente improntata alla coercizione e alla repressione.

 

Non è un caso che il nodo storiografico del “biennio rosso”, periodo a cui si attribuirebbe il tentativo non riuscito del socialismo italiano di “fare come in Russia”, molti storici controbattano evidenziando come “la ricerca delle radici e delle fonti del progetto politico della destra conservatrice convincono che l’attacco della classe possidente procedette parallelo e indisturbato, almeno sin dalla primavera del 1919, quando si cercò di spezzare lo slancio di un proletariato prima che esso riuscisse ad affermarsi” (F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo, 1918-1921).

 

Più che reazione alla violenza socialista, secondo questa interpretazione, il fascismo fu invece frutto dello sgretolamento delle strutture liberali e delle paure delle piccola e media borghesia, ferocemente antisocialista, imbevuta di miti nazionalistici e spaventata dalla “obiettiva condizione di incertezza, di agitazione, di disordine, in cui era piombata la società italiana, già durante la guerra” (Fabbri).

 

È in questo contesto, pertanto, che possiamo comprendere la connivenza delle forze dell’ordine. Scrive ancora Franzinelli: “Il rapporto fra movimenti di sinistra e forze dell’ordine – sempre critico – s’inasprì nel 1919-20 durante la fase del ‘biennio rosso’, quando le proteste popolari per questioni economiche o politiche (il costo della vita, la mancata distribuzione delle terre ai braccianti, l’invio delle truppe in Albania…) sfociarono in moti caratterizzati dal diffuso ricorso alla violenza, affrontati dalla forza pubblica con misure drastiche e costati un alto numero di vittime, in prevalenza tra i manifestanti”. “

 

I militanti rivoluzionari si contrapponevano quotidianamente ai tutori della legge, definiti con spregio ‘carne venduta’, ‘sicari della borghesia’, ‘Malemerita’ (per i carabinieri inversione dell’appellativo: ‘Benemerita’). Avversione ricambiata con l’attribuzione agli elementi di sinistra dell’epiteto di ‘sovversivo’, espressione d’uso frequente nella corrispondenza d’ufficio fra prefetti, questori e governanti liberali, ma non mai impiegata per designare i fascisti: alla differenziazione terminologica corrispondevano comportamenti diversi a seconda che la violenza fosse perpetrata dagli uni o dagli altri”.

 

Già dall’assalto all’Avanti! dell’aprile 1919 (QUI l’articolo), le forze di pubblica sicurezza diedero dimostrazione della loro parzialità – dando avvio a un’escalation che, in particolare con l’alleanza elettorale tra liberali e fascisti del 1921, portò anche all’attiva partecipazione di carabinieri e guardie regie agli assalti delle Camere del lavoro del Centro-Nord.

 

A nulla valsero, in quell’anno, le accorate proteste socialiste, con tanto di discorsi in aula e infinite liste di nomi e dati sulla complicità tra fascisti e forze dell’ordine. A rendersi conto della cordialità di rapporti fra camicie nere e carabinieri, d’altronde, erano gli stessi appartenenti al Comando generale, che in un rapporto riservato dell’agosto 1922 scrivevano: “Le quotidiane segnalazioni che qui pervengono di conflitti tra fascisti e partiti avversi, e soprattutto di incursioni di una delle parti nel campo avversario, di spedizioni punitive e di atti di rappresaglia, lasciano intravedere che ancora non si è ottenuta da parte dei nostri Carabinieri quella scrupolosa imparzialità e soprattutto quella severa fermezza sulla quale il Comando Generale già tanto e replicatamente, e vibratamente, ha insistito per ottenere l’applicazione della legge da parte di chiunque la infranga

 

Proseguivano: “Non è possibile tollerare – ne può considerarsi attenuante l’esiguità del numero che deve nella maggior parte dei casi fra fronte ai facinorosi – che sotto gli occhi dei Carabinieri inerti si compiano assalti a case private o sedi di associazioni, feroci atti di violenza contro le persone, incendi, devastazioni e talvolta veri e propri saccheggi”.

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