"I miei parenti sono bloccati in Iran con un visto in scadenza", l'appello di Amir, arrivato in Italia aggrappato sotto un camion: "Temo il peggio: aiutatemi a portali in Trentino"
Ha avuto paura di morire tante volte e, ora, teme il peggio anche per i suoi cari. É la storia di Amir e della sua famiglia, bloccata da sei mesi in Iran con un visto prossimo alla scadenza. L'appello del giovane che vive da 11 anni a Trento: "Se li rimanderanno in Afghanistan, i miei parenti finiranno per essere uccisi dai talebani. Aiutatemi a portarli in Trentino"

TRENTO. "Ho avuto paura di morire tante volte: ora, il timore è che alla mia famiglia possa accadere qualcosa". Lo dice così, Amir (nome di fantasia per tutelare la privacy ndr), con la consapevolezza di chi all’alba dei 30 anni ha vissuto anni densi al punto da poterne scrivere un libro, osservando con i propri occhi quanto, troppo spesso, accade a chi non riesce a fuggire dal proprio Paese in guerra: "I miei parenti sono bloccati in Iran da sei mesi, con un visto prossimo alla scadenza – anticipa il giovane a Il Dolomiti -. Aiutatemi a farli venire in Italia, prima che sia troppo tardi".
"Oggi mi sento più italiano che afghano", confessa fin da subito Amir, raccontando a ritroso un’esperienza di vita partendo da un esito 'felice', ma che se sondata a fondo, rivela il dramma di chi, tutt’oggi, scappa, in cerca d'un futuro migliore (o, più semplicemente, d'un futuro ndr).
"Avevo 15 anni quando sono partito alla volta del Pakistan, senza documenti: era il 2010 – esordisce il giovane classe 1993 -. Prima tappa d’un viaggio che sapevo sarebbe stato tanto duro quanto potenzialmente rischioso". Dal Pakistan Amir riusciva dopo poco a raggiungere l’Iran "dove sono rimasto per due anni: tempo trascorso a lavorare per racimolare quanto mi serviva per partire alla volta dell’Europa", spiega l'oggi 29enne.
Due anni di lavoro e soldi messi da parte, giorno dopo giorno, con la volontà d’un domani 'diverso': "Volevo raggiungere mio fratello – ricorda Amir -. Sapevo che era in Europa ma ormai da 3 anni non avevamo più sue notizie, poiché senza cellulari: così, avevo deciso di andarlo a cercare".
Uno zaino in spalla con provviste e acqua da centellinare e la speranza di riabbracciare il parente: "Sono partito con la paura di morire, che mi ha accompagnato lungo tutto il viaggio: ricordo di aver camminato per giorni valicando montagne innevate sulle quali, la notte, ci accampavamo al freddo, senza sapere se l’indomani ci saremmo risvegliati – racconta, ricostruendo con lucidità una terribile esperienza -. Avevamo dato i nostri soldi a delle ‘guide’ che ci avrebbero accompagnati alla volta prima della Turchia e poi della Grecia".
Raggiunta la Turchia, è toccato un altro viaggio verso la Grecia "un po’ in auto e un po’ a piedi nel bosco dove ci siamo persi varie volte: un luogo talmente fitto di vegetazione che pareva impossibile riuscire ad uscirne – ricorda -. Infine, l’esperienza più terribile, quella a bordo di un gommone: lì, davvero, ho pensato che non ce l'avrei fatta", confessa. In Grecia il 15enne Amir non perdeva tempo: "Mi sono nascosto sotto a un camion e vi sono rimasto aggrappato fino all’arrivo in Italia, a Bari, dove mi hanno scoperto e rispedito indietro – riporta -. Ci ho provato ben 3 volte prima di riuscire a arrivare in Italia senza essere rimandato indietro".
Dalla Puglia poi, autobus e treni presi con l’entusiasmo di chi si sentiva sempre più vicino al proprio obiettivo: "Mi avevano detto che mio fratello era in Danimarca: sono finito a Copenaghen dove sono rimasto per 2 anni – ricorda -. Nel 2012, tuttavia, sono venuto a sapere che mio fratello era invece in Italia, a Trento, e così l’ho finalmente raggiunto".
Il Trentino è stato il vero punto di ri-partenza di Amir, che ha anzitutto deciso di imparare l’italiano iscrivendosi a una scuola di lingue: "Poi, ho preso il diploma di terza media e frequentato le Barelli, diventando parrucchiere, mestiere che faccio tutt’oggi". Dall’arrivo a Trento, sono trascorsi "oltre 11 anni, tanto che ormai mi sento più trentino che afghano". Una storia, quella di Amir, che parrebbe concludersi con lieto 'fine': "Da sei mesi vivo nel terrore - rivela -. Non vedo mia madre e i miei parenti da 14 anni: dal giorno in cui mi incamminavo alla volta del Pakistan con nel cuore il desiderio di raggiungere l’Europa".
"Quando il 15 agosto 2021 è caduto il governo in Afghanistan, mi era stato detto che, avendo io la residenza in Italia, avrei potuto portare la mia famiglia qui: ho così fatto domanda – spiega -. Dopo qualche giorno dalla richiesta, la telefonata di un’associazione mi avvisava che poche ore più tardi era stato prenotato un volo per tutta la mia famiglia (15 persone in totale fra mamma, sorelle e nipoti ndr) – dichiara Amir -. Quel giorno stesso, tuttavia, mentre i miei parenti erano in aeroporto a Kabul i talebani fecero un attentato - ricorda -. I miei familiari si sono salvati, ma, dinanzi a loro, centinaia di persone hanno perso la vita".
Su consiglio della Comunità di sant'Egidio, che ha seguito la vicenda, Amir ha provveduto a elaborare un piano 'B': "Ho fatto fare a tutti passaporto e visto per raggiungere l’Iran, dove da ormai sei mesi sono bloccati - sottolinea -. Vivono in un garage e non possono uscire di ‘casa’, perché il rischio è che vengano arrestati. Da parte del Trentino ho avvertito molta solidarietà - fa notare -. La Comunità di sant’Egidio si è mossa al fine di creare corridoi umanitari e il centro Astalli di Trento si è detto disponibile a accogliere la mia famiglia", spiega, sottolineando che dopo i primi 3 mesi in Iran "vedendo che nulla si sbloccava, i miei parenti hanno rinnovato i loro visti per altri 3 mesi: questi, scadranno a fine dicembre. Se per allora non saranno partiti, verranno rimandati tutti in Afghanistan: non voglio nemmeno pensarci".
"Ho paura di perdere la mia famiglia - conclude commosso Amir -. Per questo, voglio lanciare un appello alla comunità tutta, politici trentini e non: aiutateci, salvateli, perché se torneranno in Afghanistan verranno uccisi dai talebani".












