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Il Kaiserjäger Antonio Bernardi torna in Trentino dopo oltre 100 anni dalla scomparsa. Il nipote: ''L’ho fatto per mantenere una promessa alla nonna''

Una ricerca durata quasi un secolo, una famiglia trentina divisa dalla prima guerra mondiale e la scomparsa di un uomo. Fra i pochi indizi una foto e una lettera data 1917: “Avevo promesso a mia nonna che lo avrei trovato”. Ecco la storia del Kaiserjäger Antonio Bernardi

Di Tiziano Grottolo - 20 febbraio 2022 - 20:28

TRENTO. Si chiamava Antonio Bernardi. Era un contadino trentino nato a Fraveggio ma morto in Russia nel 1918, indossando la divisa dei Tiroler Kaiserjäger austriaci. Aveva solo 34 anni. Per scoprirlo però, c’è voluto quasi un secolo di ricerche portate avanti dai famigliari e concluse con grande impegno e dedizione dal nipote Osvaldo Tonina. Per raccontare questa storia che viaggia fra decenni e chilometri è necessario fare un passo indietro e partire dal principio.

 

“Per molto tempo ho vissuto con i miei genitori in casa con nonna Martina – racconta Osvaldo Tonina – fin da piccolo ho sempre percepito questa esperienza di aspettativa, l’attesa per il ritorno di questo povero uomo”. Infatti del Kaiserjäger Antonio Bernardi, si erano perse le tracce molti anni prima, i famigliari non hanno avuto indietro nemmeno un corpo da seppellire. L’unico ricordo è un vecchio baule militare all’interno del quale sono custoditi una foto, una divisa, delle fasce, zaino e pipa dei Kaiserjäger e alcune vecchie lettere. È proprio da queste ultime che Osvaldo, ancora bambino, inizia a interessarsi alla storia del nonno scomparso.

 

Nonno Antonio, nato a Fraveggio l’8 febbraio 1884 di professione contadino, sposò Martina Faes nel 1907. Nel 1908 nacque Agnese (la madre di Osvaldo) mentre quattro anni più tardi arriverà pure Erina. “Ho iniziato a leggere le lettere e a fare delle ricerche, al cimitero ho trovato un piccolo monumento con una foto del nonno”. Reperire le informazioni però è complesso perché nel primo dopoguerra l’argomento, soprattutto per chi ha vestito “l’altra divisa”, è ancora considerato tabù.

 

Ad ogni modo, grazie ai documenti recuperati (in particolare quelli provenienti dal Tiroler Landesarchiv di Innsbruck) e alle lettere rimaste Osvaldo inizia a ricostruire gli spostamenti del nonno. Il 2 agosto 1914 il Kaiserjäger Antonio venne chiamato in servizio per la guerra, essendo perfettamente bilingue serviva come ausiliario per conto di alcuni ufficiali. Antonio rimarrà al Comando di Innsbruck fino al 15 maggio 1916, dopodiché venne spedito al fronte. Direzione Galizia. “Scrisse subito a mia nonna – ricorda il nipote Osvaldo – dicendo di non avere paura anche se stava andando al fronte perché stava bene, ma di preoccuparsi per le figlie alle quali lui teneva moltissimo”.

 

Dalla seconda lettera ritrovata nel baule di casa si scopre che alcuni mesi più tardi il Kaiserjäger Antonio è stato ricoverato in ospedale a Budapest per curare un congelamento alle gambe. Dopo le cure, forse approssimative perché il fronte è “affamato” di soldati, viene rispedito in Galizia. La terza lettera che Antonio manda alla moglie Martina è di tutt’altro tenore: “Si percepisce la totale disperazione, dice che si ritrova al fronte a contatto con i russi, da una settimana le postazioni austriache erano esposte al costante tiro dell’artiglieria”. La nota si conclude con un “addio” ripetuto più volte. Un disperato commiato dalla famiglia con la quale da quel momento si interrompono i contatti. È il 1917 e sul fronte russo soffiano i venti della Rivoluzione d’ottobre, a breve sarà firmato l’armistizio.

 

“Dopo quest’ultima lettera – spiega il nipote Osvaldo – c’è stato solo silenzio”. Un silenzio con il quale la famiglia ha dovuto convivere per moltissimo tempo. “Durante le mie ricerche ho contattato istituzioni di ogni ordine e grado, ho letto libri e pubblicato degli scritti”. Dalla Croce Nera austriaca fino a Vienna, passando per Innsbruck e Bolzano è in questa fase che Osvaldo (aiutato anche da un colonnello dall’esercito Carlo Menozzi) si imbatte negli innumerevoli cimiteri di guerra sparsi per il fronte russo. Il nome di Antonio Bernardi però non compare né negli elenchi dei prigionieri né in quelli dei caduti. Nessuno sa che fine abbia fatto.

LE FOTO. La storia del Kaiserjäger Antonio Bernardi che tornerà in Trentino dopo oltre 100 dalla morte in Russia (cliccare sulla foto per ingrandirla)
Antonio Bernardi
Antonio Bernardi il primo a sinistra della fila in ginocchio con la sua Compagnia a Innsbruck il 15 maggio 1916 prima di partire per la Galizia
Il documento ricevuto dalla Croce Nera di Bolzano tramite Innsbruck dall'archivio di Stato di Vienna
Shapiro Orleg
Il cimitero di Kirsanov

 

Una prima svolta arriva nel 1996, dall’Archivio di Stato di Vienna. Con un colpo di fortuna viene recuperato un documento intestato proprio ad Antonio Bernardi. Si tratta di una nota con intestazione “Russland-Italien-Serbien” dove si attesta che il Kaiserjäger Antonio Bernardi è deceduto nel campo di concentramento di Kirsanov, nella provincia russa di Tambov. Ma c’è di più perché si scopre pure il luogo di sepoltura: tomba 30/71 fila IX, proprio davanti del monumento eretto nel 1916 dallo scultore trentino Ermete Bonapace, anche lui prigioniero a Kirsanov. L’unica a sapere la verità sarà zia Erina, la sorella della madre di Osvaldo che purtroppo è deceduta prima di poter conoscere la sorte del padre. “Mia zia era molto avanti con gli anni, quando le ho raccontato ciò che avevo scoperto si è commossa e mi ha abbracciato”.

 

Grazie a un secondo documento (redatto nel 1925 da un certo Tomaso Chemeĺli di Calavino ) è stato infine possibile ricostruire gli ultimi giorni di vita di Antonio Bernardi. Il Kaiserjäger fra il 10 e 15 agosto 1918 si trovava nel campo di concentramento di Kirsanov assieme a centinaia di altri militari prigionieri. Il caporale Chemelli lo descrive come un uomo “timido e mesto”, arrivato con le gambe molto gonfie. Dopo aver consumato una cena frugale (con sé teneva un tozzo di pane) l’indomani mattina il Kaiserjäger Antonio viene trovato morto. La diagnosi è arresto cardiaco, probabilmente legato alle condizioni di estrema indigenza in cui si trovava. Con sé solo pochi miseri averi, un portamonete con qualche spicciolo e una pipa.

 

Una volta scoperto il luogo della sepoltura, un cimitero di guerra ben tenuto e curato dai russi, il nipote Osvaldo si è adoperato per tentare di riportare in patria la salma del nonno ma dalle autorità ha ricevuto solo risposte negative. Quando tutto sembra in stallo però arriva un altro colpo di fortuna. Il nipote del Kaiserjäger entra in contatto con la deputata della Duma e docente universitaria a Mosca, Vera Zaharova, che prende a cuore la vicenda. Grazie alla sua intercessione Osvaldo viene messo in contatto con Orleg Shapiro, presidente del Consiglio de Ministri della Regione di Tambov e sua moglie Irina Shapiro, direttrice del museo storico di Tambov.

 

Dopo essersi fatti mandare tutta la documentazione che riguarda il nonno Antonio, lo stesso Shapiro si reca sulla tomba di Antonio Bernardi e ritira del materiale depositandolo in un’urna che è stata spedita in Italia. La consegna a Fraveggio è avvenuta lo scorso dicembre.

 

Ora però è tempo di chiudere il cerchio. Nella frazione di Vallelaghi infatti esiste un monumento vicino al cimitero eretto “a perenne memoria e suffragio” il 16 luglio 1922 per ricordare i commilitoni che non poterono rientrare dal fronte. “Quest’anno cade l’anniversario dei 100 anni dalla costruzione del monumento – ricorda il nipote Osvaldo – il 17 luglio verrà organizzata una cerimonia per commemorare il ritorno a casa, dopo oltre un secolo, del Kaiserjäger Antonio Bernardi. Mio nonno”. A quanti gli chiedono perché imbarcarsi in un’impresa all’apparenza impossibile Osvaldo Tonina dà una risposta semplice: “L’ho fatto per mantenere una promessa alla nonna”. Una promessa che possiamo dire essere stata mantenuta.

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