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Parolacce e bestemmie già tra i bimbi degli asili nido. La psicologa: "Sentono il genitore e le ripropongono in contesti analoghi ma per loro sono solo parole"

Come comportarsi di fronte a un bambino di appena due anni che pronuncia parolacce? A rispondere al dilemma d'innumerevoli genitori, la presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento, che consiglia di non dare troppo peso alla questione

Di Sara De Pascale - 19 September 2022 - 11:44

TRENTO. Un bambino di appena due anni dice le parolacce (o addirittura bestemmia) mentre passeggia nei corridoi dell'asilo nido che da qualche tempo frequenta: al fattaccio, segue poi la reazione dell'adulto che, inevitabilmente, si chiede come comportarsi. Partendo dalla consapevolezza che “il piccolo non sa cosa sta dicendo”, Roberta Bommassar, presidente dell’Ordine degli psicologi di Trento, spiega come agire in (delicatissime) situazioni, divenute sempre più comuni

 

"I bambini, quando iniziano a parlare, pronunciano determinate parole poiché le associano a un apprendimento: sentono il genitore e ripropongono quanto imparato in contesti analoghi - spiega a Il Dolomiti Bommassar - che cos'è la parolaccia? Il modo di alcuni per esprimere rabbia, per altri invece un intercalare: in generale, un rafforzativo". Un rafforzativo che, se utilizzato in un momento sbagliato o, ancora meglio, dinanzi alla persona sbagliata, finisce per divenire motivo di cruccio per quei genitori che sentono poi i propri figli (anche piccolissimi) pronunciare espressioni come le bestemmie.

 

In generale, come tutti sappiamo, "i genitori dovrebbero evitare di utilizzare parolacce o bestemmie dinanzi ai propri figli, per fare in modo che questi ultimi non finiscano per usarle ingenuamente in situazioni analoghe, magari in quanto rafforzativi o per esprimere la propria frustrazione, proprio come mamma e papà avevano fatto". Un impegno che tutti dovrebbero cercare di portare avanti ma che non sempre ha successo. 

 

Ci sono infatti situazioni in cui è (quasi) inevitabile che alcune parole vengano imparate, vanificando il certosino lavoro dei più attenti genitori: “Se all’asilo alcuni bambini utilizzano determinate espressioni imparate a casa, di conseguenza, anche gli altri potrebbero ripeterle - ipotizza la psicologa – a cose fatte, non resta che lavorare in primis sulla reazione dell’adulto che deve essere abbastanza bravo da non reagire istintivamente o in maniera esagerata, cercando di non dare troppo peso a parole dette da chi (quantomeno i bambini fino ai 3 anni) non sa cosa sta dicendo: per loro, sono soltanto parole", commenta.

 

La reazione dell'adulto ha quindi la potente capacità di attribuire valore a una data azione o, per l'appunto, a una parola: "Il rischio è che si crei un gioco di potere, in questo caso come in molti altri per quanto riguarda bambini piccoli - dichiara la presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento - se sento mio figlio di 2 anni pronunciare una bestemmia e reagisco arrabbiandomi e dando molto peso alla cosa, il piccolo probabilmente capirà che quello è un modo per attirare la mia attenzione e comincerà a utilizzarlo come arma (contro il genitore) per essere considerato".

 

Al contrario, secondo la psicologa, in tali occasioni sarebbe meglio fingere che determinate parolacce non siano mai state dette, soprattutto se pronunciate da un bambino di età inferiore ai 3 anni: "Meglio fare finta di niente, potrebbe trattarsi di un evento eccezionale. Se il fatto dovesse persistere allora sarebbe bene indagare, cercando di capire come e perché un bimbo abbia appreso determinate espressioni e continui a riproporle. In generale, è meglio fare in modo di non dare troppo peso alla questione, altrimenti quella parolaccia potrebbe diventare un'ottima arma nelle mani del piccolo per colpire a piacimento il genitore", torna a sottolineare. 

 

A mano a mano che un bambino cresce, invece, "possiamo pensare di arricchire, in quanto genitori o figure adulte, il nostro intervento, spiegando perché determinate cose non vadano fatte o dette - conclude Bommassar - insistendo con più determinazione se ci troviamo di fronte a un bimbo più grande e puntando invece su una non-reazione nel caso di piccolissimi".

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