“L’ultima via di Riccardo Bee” fa il tutto esaurito al comunale di Belluno. Barp: ''Come Cai uno dei nostri compiti è portare avanti la cultura della montagna''
Quella di martedì sera era la prima proiezione in provincia di Belluno dell’opera di Emanuele Confortin, che al Trento Film Festival 2023 si è aggiudicato il premio del pubblico Miglior Film di Alpinismo – Rotari. Il presidente del Club Alpino: ''Riccardo Bee, scalatore estremo, è considerato uno dei più forti alpinisti della sua epoca, eppure dei suoi itinerari e delle sue imprese si conosce poco''

BELLUNO. Un teatro comunale gremito ha accolto con un lungo applauso il docufilm “L’ultima via di Riccardo Bee”, che racconta la vita del grande scalatore bellunese scomparso sull’Agner quarant’anni fa, durante un’impresa solitaria in pieno inverno. Quella di martedì sera era la prima proiezione in provincia di Belluno dell’opera di Emanuele Confortin, che al Trento Film Festival 2023 si è aggiudicato il premio del pubblico Miglior Film di Alpinismo – Rotari. Da oggi il film sarà in programmazione al Cinema Italia di Belluno e alla proiezione di giovedì 15 giugno, alle 20.30, sarà presente anche il regista.
“Riccardo Bee, scalatore estremo, è considerato uno dei più forti alpinisti della sua epoca, eppure dei suoi itinerari e delle sue imprese si conosce poco” ha raccontato nell’introduzione Paolo Barp, presidente del Cai Belluno, che insieme a Oltre le Vette ha promosso la serata/evento di martedì sera al Comunale. “Riccardo non divulgò mai le sue imprese al grande pubblico e solo una ristretta cerchia di amici e parenti sono a conoscenza di quanto ha fatto nella sua vita alpinistica”.
Questi amici, compagni di cordata, fratelli rimasti, sono intervenuti a teatro per ricordarlo. Il fratello Gianni ha raccontato al pubblico un ricordo intimo e dolce di un giorno di quasi sessant’anni fa, sulla Schiara, quando Riccardo, che voleva portare il fratello più giovane ad aprire una nuova via, ma temeva che dirglielo lo avrebbe spaventato e dissuaso. Così gli giocò lo scherzo di promettergli di fare insieme la ferrata Zacchi che dal rifugio VII Alpini porta alla Gusela. “E invece – ha ricordato commosso Gianni Bee – arrivati nei pressi della Zacchi, vedo che gira a destra e capisco che me l’aveva fatta”.
Diverse altre voci, nel corso del documentario, hanno trasmesso la forza di un alpinismo che univa tante persone in una passione fortissima per le proprie montagne. Come ha spiegato il regista Emanuele Confortin, presente in sala, l’intento del lavoro era quello di raccontare la figura di Riccardo Bee non solo sotto il profilo alpinistico, ma cogliendone l’aspetto umano, svelando con delicatezza e sensibilità il suo carattere e le relazioni con i suoi cari. Ne è nato un intenso e lungo lavoro di ricerca, reso possibile grazie alla collaborazione e al coinvolgimento dei familiari di Bee (in primis la moglie Carla, le figlie Federica e Valentina, i fratelli Gianni e Adriano) e dei tanti amici che hanno condiviso con lui un’esistenza breve ma vissuta intensamente.
Riccardo Bee ha avuto una carriera alpinistica fra le più grandi sulle Dolomiti. Nei primi anni Settanta insieme a Franco Miotto scala la parete nord della Pala Alta (gruppo della Schiara), compie la prima ripetizione invernale della via Italo-Polacca al Burèl e la prima, sempre invernale, al Gran Diedro sud della Schiara. E ancora altre due prime assolute in Burèl: la via del Gran Diedro di destra e la via di sinistra. In solitaria apre la via al Pilastro Sud della Schiara, e ripete per la prima volta la via Livanos sulla Pala Belluna e la via Sorgato della Seconda Pala Balcon.
Negli ultimi anni, Riccardo ha poco più di 30 anni, apre la nuova via diretta alla Parete Nord-Est dell’Agner, ripete per la prima volta in solitaria la via Vinci-Bernasconi, sempre sull’Agner, apre la nuova Via nella Parete Sud dell’Antelao e nel 1982, poco prima della morte, la Via al pilastro Nord-Ovest dell’Agner, che porta il suo nome. Quella di Riccardo Bee raccontata da Emanuele Confortin - documentarista, regista e giornalista originario di Castelfranco Veneto - è la storia di un uomo che dedicò tutto alla montagna, con sacrifici enormi anche da parte di chi gli stava vicino. “Come Club Alpino Italiano uno dei nostri compiti primari è portare avanti la cultura della montagna, facendo sì che il testimone passi dalle generazioni, per così dire, con più "montagna sulle spalle", ai giovani, a coloro che nei prossimi decenni, ci auguriamo, possano mandare avanti con cognizione, consapevolezza, passione, ma anche e soprattutto con responsabilità, l'alpinismo bellunese. Un film è un ottimo modo per fare tutto questo” ha concluso Paolo Barp.













