Ruggero Osler, l'indomito agricoltore-scienziato che da oltre 80 anni va controcorrente: ''Ogni pianta è un magazzino di geni. Puntiamo su quelle immunizzate''
Prima ricercatore al Cnr, poi docente in California e a Udine ribadisce che le piante coltivate stanno diventando sempre più fragili e per difenderle siamo costretti ad inquinare, il che le indebolisce ancora e quindi serve altro inquinante. Un circolo vizioso che fa calare la loro capacità di resistenza: ''Una pianta tollerante vive di più. Se la cava con un procedimento di autodifesa''

LEVICO TERME. Schietto, sincero e con una cordialità che volutamente maschera una competenza scientifica a dir poco monumentale. Si presenta come umile contadino, custode di un podere incastonato sul versante sinistro del Brenta, la Valsugana sul fondovalle, Levico Terme appena alle spalle. Valdrana è un microscopico borgo rurale e Ruggero Osler lo custodisce. O meglio: lo rilancia, ponendolo al centro del dibattito agro-scientifico sul ruolo delle piante. Che devono resistere alle epidemie. Con metodi rispettosi della stessa naturalità dei vegetali.
Ruggero Osler, oltre 80 primavere alle spalle, gran parte trascorse come ricercatore del Cnr presso l’Istituto di Patologia Vegetale dell’Università Statale di Milano, ma anche docente alla Berkley californiana e professore ordinario all’ateneo di Udine. Sempre impegnato in studi per certi versi controcorrente. Sicuramente autorevole, altrettanto combattivo, deciso a riformulare tempi e modi per gestire la salubrità vegetativa delle piante da frutto. Concetti scientifici, filosofie di ricerca, nel massimo rispetto della biodiversità.
’Le piante durante la loro evoluzione millenaria hanno avuto la possibilità di adattarsi di volta in volta dagli stress che venivano coinvolte’. Inizia così una lunga, appassionata discussione, mentre si passeggia tra filari di pesche, di meli e tutta una serie di ortaggi, disseminati sul costone che guarda verso Borgo Valsugana. Erba, verde rigoglioso, il ronzio delle api, massima naturalità vegetativa. Nessuna forzatura, solo ancestrali metodi curativi. ‘Ogni pianta è un magazzino di geni che ha volutamente silenziato, che di volta in volta sceglie se val la pena salvare. La pianta si ricorda e avvia le sue difese, con una vigoria dovuta più alla tolleranza verso i patogeni e non per la sua resistenza’.
Ruggero Osler è preciso nella sua caparbia ricerca. Spiega, elabora, rilancia concetti, con una filosofia assolutamente intrigante. Ha dato recentemente alle stampe un libro, 'Le piante immunizzate - visione di un patologo vegetale, a modo suo’. E continua a ribadire che le piante coltivate stanno diventando sempre più fragili e per difenderle siamo costretti ad inquinare. Il calo di resilienza delle piante coltivate è lineare e progressivo e per questo motivo ci sembra meno inquietante. I segni di questo peggioramento sono evidenti non solo a dire dei contadini e dei tecnici che operano in campagna, ma anche di chi coltiva l’orto e le piante per puro diletto. Si pensi, ad esempio, alle epidemie sempre più gravi, ricorrenti, difficili da gestire, spesso impossibili da eradicare.
Discutendo di prevenzione, si deve ricordare che le norme comunitarie per il contenimento delle gravi epidemie, impongono il “Trittico”: l’eliminazione delle piante ammalate, pericolose sorgenti di inoculo; il controllo dei vettori; l’uso nei reimpianti di piante sane certificate, che però sono suscettibili, quindi infettabili. Ma, a questo riguardo non possiamo dimenticare i 40 anni e più di insuccessi registrati nella lotta contro le più temibili epidemie: per vincerle è necessario poter disporre prima di tutto di piante non solo sane dal patogeno, ma che ospitino nel contempo qualche forma di resistenza o di tolleranza. ‘Perché una pianta tollerante vive di più. Se la cava con un procedimento di autodifesa’.
Ecco allora che dalle ricerche - non solo quelle di Osler - emerge il ruolo di piante che ‘comunicano tra loro’ con sostanze volatili. Comunicano, allertando la presenza d’insetti o di patogeni inquinanti. Si può affermare che le piante possono diventare realmente resistenti/tolleranti semplicemente perché sono stati risvegliati, indotti a funzionare, i loro geni della resistenza. In ambito scientifico si discute e si scrive sempre di più di piante che sono state “immunizzate” attraverso fenomeni induttivi. I cambiamenti indotti (similmente a quelli genetici) possono essere durevoli nella pianta e persino trasmissibili alla progenie (transgenerazionali), quindi evolutivi. Ora si parla correntemente di genoma, di mutazioni: ormai è chiaro che non basta conoscere la struttura genica di una pianta ma anche il genoma effettivamente espresso, quello che funziona.
Sono migliaia le ricerche e le relative pubblicazioni scientifiche sull’affascinante argomento dell’ambiente che di continuo modula e rimodula il funzionamento dei genomi e poi seleziona le piante divenute più “adatte”. A questo riguardo, come unico esempio rappresentativo fra i tanti, Ruggero Osler riporta quello delle piante allevate e selezionate in ambiente siccitoso: queste ultime dimostreranno progressivamente maggiore tolleranza alla siccità ed alle alte temperature rispetto a quelle cresciute in condizioni di normale temperatura e idratazione. Con questo tipo di piante (meno fragili) si eleva il grado di resilienza delle coltivazioni, si può allentare la lotta chimica e si abbassa di conseguenza il pericolo di inquinamento ambientale.
''“Prima di suggerire tagli consistenti ai prodotti chimici in Agricoltura è necessario trovare soluzioni alternative nella difesa fitosanitaria” dicono in tanti: a me - continua il patologo di Levico, legami familiari con Castel Madruzzo, studi già a San Michele all’Adige e poi in mezzo mondo - sembra che le piante indotte per la resistenza/tolleranza rappresentino realmente una opportunità (non l’unica) da non sottovalutare. Invece, questa visione - che non si propone per nulla come sostitutiva ad altre – non è incoraggiata. Che sia perché si presenta troppo innovativa quando in effetti ripropone concetti storici e tradizioni della vecchia Agricoltura?''.












