"Come abbiamo potuto permettere che una bambina supplicasse per la sua vita?", The voice of Hinda Rajab emoziona la Mostra del cinema di Venezia
La proiezione di The voice of Hinda Rajab, scuote, attanaglia emozioni, urla l’urgenza della pace, la solidarietà, le nefandezze. Il cinema parla di Gaza e della guerra in Palestina

VENEZIA. La Mostra ha imboccato la sopita traiettoria verso il traguardo, ma tra le interminabili code - in fila per ogni cosa, ingressi, cibarie varie, posto in autobus o vaporetto - è stata squarciata dalla proiezione di The voice of Hinda Rajab, titolo che non ammette tentennamenti. Scuote, attanaglia emozioni, urla l’urgenza della pace, la solidarietà, le nefandezze. E il cinema finalmente parla della guerra palestinese.
Lavoro di un team tunisino - la regia è di Kaouther Ben Hania, già due candidature all’Oscar, una decina di film presentati con successi in vari festival internazionali - che mette sullo schermo (tramite la voce drammaticamente registrata dalla Mezzaluna Rossa) la vera storia della bambina di Gaza, intrappolata con alcuni suoi parenti nell’auto falciata da carrarmati israeliani.
Un sibilo, angosciante, che riesce a far udire quello di oltre10 mila bambini uccisi dalle incursioni israeliane. La storia, è inutile subito dirlo, purtroppo non finisce bene - non è spoiler, ma la cruda cronaca di una tragedia - come è capitato a decine e decine di migliaia di bambini nel corso della guerra. Senza ancora registrare flebili segnali di pace.
Un film senza mezzi termini, assolutamente imperdibile. Realizzato con incredibile perfezione cinematografica, ritmo talmente coinvolgente degno dei più acclamati e ridondanti titoli proposti al Lido. Talmente coinvolgente che nelle anteprime riservate alla stampa riceve applausi sperticati del pubblico, molte le persone con il volto rigato da lacrime.
Nessuna concessione alla spettacolarizzazione: tutto si svolge nella centrale operativa della Mezzaluna Rossa, in Cisgiordania, 83 chilometri da Gaza, dove si cerca di coordinare i pericolosi interventi di salvataggio dei palestinesi feriti. Ambulanze che però devono ottenere complicatissimi visti. Iter burocratico su percorsi tracciati tra macerie e sparatorie che ritarda ogni aiuto, con l’esercito sionista sordo ad ogni sollecitazione umanitaria.
Il film è rigorosamente legato alla specificità di una chiamata di soccorso: lo zio di Hinda che telefona dalla Germania, sollecitando i soccorsi di alcuni suoi familiari, intrappolati nella loro vettura, colpita da spari israeliani davanti ad una stazione di servizio a Gaza nord. Fornisce i contatti dei suoi cari, ma al telefono risponde solo la bambina, appena 6 anni. Immediatamente partono le complicate triangolazioni per far entrare l’ambulanza nell’area della sparatoria. Mobilitazione con ore di trattative, intervento che purtroppo non salverà la vita alla piccola, causando altro dolore.
La regista e gli attori, in conferenza stampa, hanno subito dichiarato: "Da parte di tutti noi attori e del team chiediamo: non è abbastanza? Della fame, della disumanizzazione, della distruzione. La voce di Hind Rajab non ha bisogno della nostra difesa. Questo film non è un’opinione, ma ha salde radici nella realtà. La sua voce è quella di 10.000 bambini uccisi in due anni a Gaza, la voce di ogni figlia o figlio che ha diritto di esistere e di sognare, di vivere. Dietro ogni numero c’è una storia che non ha avuto l’opportunità di essere raccontata. Questa è la storia di una bambina che chiede “salvatemi”. La vera domanda è questa: come abbiamo potuto permettere che una bambina supplicasse per la sua vita? Nessuno può essere in pace quando i bambini ci chiedono di essere salvati. Dobbiamo ricordarci che non ne possiamo più, adesso dobbiamo chiedere giustizia per l’umanità intera, per il futuro di ogni bambino. Adesso basta".
Appello potente, che supera pure plateali esibizioni di qualche altro divo cinematografico, pure le proteste dei manifestanti sfilati al Lido la scorsa settimana. Il film registra tra i produttori star hollywoodiane del calibro di Brad Pitt e Joaquin Phoenix, con la regista tunisina che riesce benissimo a fondere fiction cinematografica e tracce concrete di realtà, mettendo sullo schermo l’attivismo della sala operativa della Mezzaluna Rossa, ma lasciando fedelmente al suo posto la vera e viva voce della piccola Hind.
“Qui c’è molta fiction, anche se poi vira verso il documentario. Tutto girato in interni, la violenza rimane fuori campo. Perché le immagini violenze sono comunque sui nostri schermi. Volevo concentrarmi sull’invisibile, sul dolore universale che provoca una storia come questa. Non mi piace definire i generi, ma stare in mezzo ad essi", dichiara Kaouther Ben Hania.
"La mia domanda principale come regista, quando ho ricevuto queste registrazioni, è stata: quali mezzi cinematografici posso usare per rendere al meglio quello che provo e quello che hanno provato gli operatori della Mezzaluna Rossa in quei momenti? La registrazione degli ultimi momenti di Hind ti fanno sentire un sentimento di tremenda impotenza. Per questo ho deciso di focalizzarmi sugli operatori, che parlano con una persona in pericolo e non possono fare niente per salvarla".
Scelta coraggiosa e che lascia basito il pubblico del Lido, visibilmente emozionato dalla vocina della bimba che inutilmente chiede di essere salvata dalla morte, mentre sullo schermo scorrono i titoli di coda, tra lunghissimi applausi scroscianti e qualche grido di Palestina libera. Ma come non far tacere la vocina di Hind, vittima e testimone di questo moderno genocidio? Renderla una memorabile Anna Frank palestinese.











