"La mitica Ornella Vanoni? Io la conoscevo bene", Armando Franceschini ricorda una leggenda della musica italiana: "Come parlava, cantava: le veniva tutto facile"
Dalla passione per Paoli alla gelosia di Lady Pavarotti, gli aneddoti di una lunga vita musicale

TRENTO. Resta viva in Italia (non solo nell’Italia musicale) l’emozione per la scomparsa della leggendaria Ornella Vanoni (22 settembre 1934 - 21 novembre 2025) e resta vivissima nella memoria viva di un vivissimo trentino che l’ha conosciuta bene.
Il maestro Armando Franceschini, classe 1946, bocia da Aldém ex rocker, ex pianobarista, professore compositore e arrangiatore, ora felicemente trapiantato a Bosentino con Cristina (ex miss della festa dell’uva!) e vista lago, per me “o meu amigo” Armà, è il musicista trentino che ha conosciuto più da vicino il mondo della grande canzone italiana degli anni Sessanta/Settanta. Ha collaborato con i Sommi (da Dalla a Paoli), ha sfiorato due volte Sanremo, è stato il braccio destro e la mano pentagrammica del Poeta in musica Bardotti (nella foto tra Don Lurio e la Vanoni, a destra il Franceschini del 1965 e quello del 2025).
Come hai conosciuto l’Ornella nazionale, Armando?
“La incontravo alle edizioni musicali Senza Fine, a Milano, il regno di Gino Paoli con cui collaboravo, tra l’ottobre 1968 e il giugno del 1969. Quella per me ventiduenne, non fu sempre un’esperienza facile e piacevole ma mi permise d’imparare un mestiere nuovo e di conoscere tantissima gente del panorama musicale. E pure Ornella”.
E Gino Paoli, per cui hai arrangiato diverse canzoni seppure a fondo perduto (eh, i genovesi…) come lo ricordi?
“Grande cacciatore di fanciulle, indefesso collezionista di fumetti erotici”.
Girava la voce – ha ricordato Ornella rievocando la loro storia – che fosse gay…
“Macché, era un super dongiovanni, un vero tombeur de femmes, te lo dico io. L’altro grande genovese, l’Umberto Bindi capostipite della scuola dei cantautori, lui sì lo era. Mi ha fatto una bellissima dedica su un’audiocassetta”.
Torniamo a Paoli-Vanoni. Una bella coppia. Storia cominciata nel 1960, tre anni dopo Paoli si spara perfino un colpo vicino al cuore...
“Quando scrisse Il cielo in una stanza, il soffitto viola era quello dell’albergo milanese dove avvenivano i suoi incontri d’amore con la Vanoni. Sì, prima il fuoco del sesso ma poi con Ornella Gino ha sempre mantenuto un rapporto bello, anche se non più passionale”.
La Voce di velluto com’era allora, se la tirava?
“Lei veniva agli studi in piazzetta Pattari due-tre volte in settimana, a trovare Gino con il quale, dopo un’intensa storia d’amore, aveva mantenuto un’amicizia sincera. Ornella mi dava grande confidenza come se ci conoscessimo dai tempi dell’asilo. Ascoltava qualche sua nuova canzone, chiacchierava con me e dava costantemente pareri e suggerimenti a tutti. Era simpatica, alla mano, schietta sia nella buona e nella cattiva sorte. “Non dire coglionate” era una delle sue frasi preferite. Era franca e credo anche sincera…”
Tu arrangiavi musica, loro erano ancora in sintonia...
“Io facevo lo stesso lavoro che facevo con Lucio Dalla a Roma. Paoli improvvisava alcune frasi al pianoforte, era un discreto pianista, io poi sviluppavo la linea melodica e l’armonizzazione. Intanto Ornella gli faceva il solletico sotto il sedile…”
In Paoli, con quella faccia un po’ così, che cosa aveva trovato?
“Gino era molto intelligente e l’attrazione fisica ha fatto il resto… una passione che si è bruciata in fretta. Ma da Il cielo in una stanza a Ieri ho incontrato mia madre, c’è l’impronta della Vanoni. Non c’è nessuno come lei, ed è riuscita a cantare per settant’anni…”.
E sceglieva le canzoni giuste!
“Ha sempre scelto pezzi splendidi. E mi ha fatto il regalo di registrare Occhi di ragazza, come Occhi di ragazzo, la canzone che avevo scritto per Dalla”.
E tu, Armà, hai rischiato di andare a Sanremo proprio grazie a Ornella. Ricordo bene?
“Ti do un po’ di retroscena. Ero stato da poco tagliato fuori da una “quasi” certa partecipazione al Festival di Sanremo come autore del brano Il marinaio. Quando glielo dissi, fu sorpresa e un po’ rattristata. Il mio lavoro, oltre a svuotare i posacenere, consisteva nel produrre delle lacche (dei dischi prova) da far ascoltare ai diversi produttori delle case discografiche. Li conobbi quasi tutti e, un giorno, mi cercò Tonino Ansoldi che in quel momento (oltre che marito di Iva Zanicchi) era anche il responsabile della Ri-fi. Mi disse che doveva parlarmi e il pomeriggio dello stesso giorno lo andai a trovare. Mi fece ascoltare un brano intitolato Eternità. Mi disse che era già stato selezionato per andare a Sanremo e lo avrebbe cantato Ornella Vanoni. Gli serviva un arrangiamento particolare che, secondo Ornella, avrei potuto realizzare proprio io! Non fu facile credere a questa cosa”.
E poi che cosa è successo? Un’altra sberla del destino, come le chiami tu, che alle sberle della sorte hai dovuto abituarti fin da ragazzino?
“Ascolta un po’. Ero felicissimo e già assaporavo l’opportunità di compensare la delusione subita con Il marinaio. Ringraziai Ornella per la sua generosità e le chiesi alcune cose importanti sull’arrangiamento da fare. Poi, nella mia malinconica stanzetta della pensione situata in via Castel Morrone, mi misi subito al lavoro. Ero già messo bene con la scrittura, quando tornò a telefonarmi Ansoldi! Da qualche giorno era scomparsa la nonna di Ninni Carucci che, a quel tempo, era il pianista di Paoli. Compresi subito la ragione della sua telefonata e il mattino successivo mi incontrai con lui. Conoscevo molto bene Ninni perché, anche lui, veniva spesso alla “Senza fine”. Era un amico e lo stimavo tanto. Il lavoro per Ornella, ora, lo avrebbe fatto lui e sicuramente molto bene. In seguito, con Ornella, di quella Eternità non parlammo più”.
Ma Ornella l’hai incontrata altre volte?
“Qualche anno dopo. Stavo scrivendo gli arrangiamenti per un disco che avrebbe fatto Umberto Bindi. Si trattava di una quindicina di belle canzoni. Le avrebbe registrate assieme alle persone che avevano contribuito al suo successo e alla loro diffusione. Fra queste c’era La musica è finita che cantò con Ornella Vanoni. Questa volta era tutto vero e così realizzammo la registrazione. In seguito, nel 1987, ci rivedemmo a Roma quando fui chiamato a scrivere i brani sui quali avrebbe dovuto ballare Lorella Cuccarini nello Show Festival di Pippo Baudo. Un sabato, Baudo invitò anche la Vanoni. Fu molto bello rivedersi e, terminato lo spettacolo, andammo a cena assieme a lei e Sergio Bardotti che era diventato il suo autore e produttore. A quel tempo, Ornella, aveva anche iniziato una attività editoriale a Roma che portava il nome di Vanilla. I rapporti con Bardotti, poi, si intensificarono molto e la complicità di ambedue per l’amato Brasile contribuì a produrre numerosi lavori. Sergio mi disse un giorno che la collaborazione tra Ornella e il gruppo dei New Trolls aveva permesso all’artista milanese di “allargare” notevolmente l’estensione della sua voce. In effetti il doppio album Io dentro, io fuori ne fu una prova tangibile”.
Più grande lei o Mina?
“Un’altra eccezione straordinaria, un’estensione unica, più ampia di quella di Ornella. Qualità vocale eccelsa. Grandi entrambe”.
E la rossa Milva?
“Una personalità più simile a quella di Ornella, eppure diversa… Ma Ornella resta inarrivabile”.
La qualità speciale di Ornella?
“Il timbro contraltistico, speciale, un suo dono di natura, e l’interpretazione… Era un attrice che cantava… Nuova e unica”.
Una che studiava, per cantare così?
“Macché. Ornella, come parlava, cantava, non ci dedicava nessuno studio… si definiva una cialtrona. Le veniva tutto facile. Come pretendere di insegnare un dribbling a Pelè?”.
La sua/tua canzone preferita?
“La musica è finita (Bindi-Califano-Nisa). E Domani è un altro giorno. Di Giorgio Calabrese (bravissimo paroliere, Sergio Bardotti lo chiamava papà) sulla musica di Jerry Chesnut”.
Hai nominato il tuo grande amico e maestro Sergio Bardotti, principe dei Parolieri (antica arte italiana), che hai conosciuto facendo il pianista di pianobar a Predazzo e che poi, ospitandoti giovanissimo nella sua casa a Roma vicino a quella di Morricone, ti ha aperto il grande mondo della canzone. Bardotti, o meglio Bardóci, come lo pronunciavano i brasileiros, è stato la porta attraverso cui Ornella ha incontrato le canzoni di Vinicius, di Chico, di Toquinho...
“La voce di Vanoni era perfetta per quel tipo di saudade. Per registrare Tristezza, con Sergio sono andati insieme in Brasile, lui le ha presentato Vinicius, Toquinho, Chico. Bardotti era brasiliano dentro. Anche se, dopo aver studiato il portoghese per sei mesi, mi diceva: chissà perché, ma i brasiliani la mia pronuncia proprio non la capiscono. Comunque, grazie a Vinicius de Moraes e Toquinho, il ritmo era diventato per il cantare di Ornella un altro elemento importante. Bardotti, per la Vanoni, produsse numerosi album tutti pregevoli e personali. Tra l’altro, Sergio riuscì a convincere Ornella a scrivere dei testi tra i quali ne ricordo uno in particolare, molto bello: Vai Valentina”.
Vero, una bella canzone. Ci sono altri episodi da ricordare nella tua personale “Ornelleide”?
“Altro che. Un’altra sberla. Nel 1982, fui chiamato a Milano dall’editore Sugar. Avrei dovuto scrivere poco più di un minuto di musica per la Vanoni e Luciano Pavarotti. Non era un’impresa semplice. Si trattava di produrre un brano che avrebbero cantato insieme, accompagnati strumentalmente solo da un violoncello. Per realizzare questa cosa la scelta cadde su un notissimo pezzo francese, Plaisir d’amour. Ci impiegai poco a scrivere l’arrangiamento e lo inviai subito a Sugar. Questa antica melodia avrebbe chiuso l’album Uomini che Ornella stava ultimando. Un paio di giorni dopo mi chiamò il maestro Gianfranco Monaldi (direttore artistico della casa discografica di Sugar) per complimentarsi del lavoro fatto e per comunicarmi che, la settimana seguente, avrebbero registrato. Passarono alcuni giorni ma nessuno mi telefonò. Attesi ancora un po’ e poi chiamai Bardotti. Mi disse che si erano verificati alcuni intoppi tra le due case discografiche ma poi mi richiamò per comunicarmi la vera ragione del no: la moglie di King George, come chiamavano Pavarotti, si era ingelosita della neonata coppia (solo artistica) e non se ne fece più nulla! Ornella, anche quella volta, non si dimenticò del lavoro fatto e quando uscì il disco, lessi con piacere il suo personale ringraziamento nei miei confronti”.
Però, sempre uno sberlone, grazie alla First Lady Pava. Meno male che Ornella non ha mai rinnegato le sue amicizie. Nel 2017 è venuta a Trento per partecipare al convegno nel decennale della scomparsa di Bardotti, voluto e pensato da te con l’aiuto di Simonetta Bungaro direttrice del Conservatorio e del sottoscritto, presidente e modesto successore del grande maestro Danilo Curti. Tra l’altro Ornella, spiritosissima, ha duettato magnificamente, a parole, con Chico Buarque collegato dal Brasile, nell’aula magna del Bonporti.
“Una occasione particolare e molto emozionante. Vanoni, oltre a cantare in teatro, raccontò al pubblico alcuni divertenti aneddoti bardottiani. Allo spettacolo al Sociale cantò anche la giovane trentina Caterina Cropelli che interpretò il mio Marinaio. Al termine andammo tutti alla pizzeria Pedavena e Ornella, complimentandosi con Caterina per la sua esibizione, le diede un prezioso consiglio: sei brava e hai personalità, ma quando canti chiudi sempre gli occhi! Non farlo mai più!".
Bardotti è stato fondamentale anche per il tuo progetto, innovativo a livello nazionale, di inserire il corso di musica pop dentro il Conservatorio di Trento che dirigevi, no?
“Sì, grazie a lui abbiamo convinto il Ministero. E mi aveva proposto Pippo Baudo, Paoli, Morricone e Vanoni per la conferenza stampa di lancio nazionale… Il 10 aprile mi aveva telefonato per propormi un “Natale in casa D’Avena”. I progetti erano tanti. Solo che il giorno dopo, quell’11 aprile 2007, quando era quasi tutto pronto per il Conservatorio Pop, alla stazione di Peschiera dove ero andato a prendere il mio figlio musicista Matteo che tornava da Parigi, mi arriva la telefonata di sua figlia Fiore: Sergio Bardotti era morto improvvisamente, un arresto cardiaco a 68 anni. Una mazzata terribile. Sono corso dentro i bagni della stazione e sono scoppiato a piangere”.
Dobbiamo lasciare Bardotti e Vanoni oltre la soglia che hanno entrambi attraversato. Nel luogo misterioso, se c’è, dove ancora magari stanno inventando nuove canzoni. Tu Armando, che per fortuna vivi ancora e lotti con noi, a che cosa stai lavorando?
“Sta per uscire, a gennaio 2026, un disco che amo molto. Un cd in cui ho messo in musica le bellissime poesie di Sandro Boato sui gatti di Venezia. E poi sto scrivendo le musiche per una commedia musicale sulla suggestiva storia di Fra Dolcino e Margherita, da un testo di Renzo Francescotti: quindici scene in tre atti, insieme a Giuseppe Calliari”.
Eretici e gatti, cioè due categorie di sapienti: mi pare un bel programma, maestro Armà!
“Sono un po’ gatto eretico anche io. E le sberle prese nella vita mi hanno aiutato. A r-esistere. Sempre con Sorella Musica al mio fianco”.












