"Se il massacro non si ferma, ci fermiamo noi: il Trentino fa scuola di pace", da Brentonico all'Italia, l'Arci rilancia lo sciopero a livello nazionale
L'Arci di Brentonico rilancia lo sciopero ma a livello nazionale: "In Trentino è stato dimostrato non solo che si può fare, ma che le persone ne hanno bisogno"

BRENTONICO. "L'appello che rivolgiamo a Cgil, Cil e Ui, ai circoli Arci, Anpi e tutte le associazioni è di aderire e rilanciare lo sciopero". A dirlo il circolo Arci di Brentonico. "In Trentino è stato dimostrato che si può fare, ma anche che le persone hanno bisogno di queste azioni. C'è bisogno di sentire che vengono superate inutili divisioni e malumori, perché c'è qualcosa di molto più grosso e più urgente in ballo, qualcosa di terrificante che sta succedendo nel mondo, nel nostro mondo. C'è bisogno di camminare assieme con l'obiettivo comune di fermare la pulizia etnica, ognuno con le proprie attitudini, fianco a fianco anche se diversi, abbassando per una volta la guardia della difesa del proprio orticello".
Lanciato dall'Altopiano di Brentonico su iniziativa del locale circolo Arci Ugo Winkler, lo sciopero generale per Gaza si estende a livello nazionale: "Se il massacro non si ferma, ci fermiamo noi. Il Trentino fa scuola di pace". La data è quella del 20 giugno (Qui info).
Cinque le richieste sul tavolo: la condanna ufficiale da parte dello Stato italiano del massacro in corso nella Striscia di Gaza; l’immediata cessazione di ogni collaborazione militare e blocco della fornitura di armi e tecnologie belliche da parte dell’Italia a Israele; il rispetto da parte di Israele delle Convenzioni di Ginevra, del Diritto internazionale umanitario e delle risoluzioni Onu; il rispetto del principio costituzionale di ripudio della guerra (art. 11 Costituzione Italiana) e il pieno esercizio del diritto di informazione libera e imparziale sui crimini commessi nei territori occupati.
"Non sarà solo uno sciopero dal lavoro, ma anche dai consumi", spiegano i proponenti. "Si invitano tutti a non utilizzare servizi, come posta e banca; non fare la spesa o acquisti; chi può, chiudere eventuali esercizi commerciali; esporre simbolicamente (sui social, alla porta di casa, sul luogo di lavoro) - sia chi aderirà allo sciopero lavorativo che chi no - dei simboli legati alla resistenza palestinese. In particolare, come simbolo dello sciopero è stato pensato ad un ramo o una pianta di ulivo. L’ulivo, pianta storica della Palestina, rappresenta il legame con la terra, la dignità, la resistenza. Proprio per questo, anche gli ulivi sono diventati bersaglio della distruzione: secondo Oxfam, solo nel mese di novembre 2024, oltre 1.450 ulivi sono stati sradicati o incendiati. Difendere gli ulivi significa anche difendere la memoria, l’identità e il futuro di questo popolo".
Se il Trentino "era un banco di prova, la prova è stata superata. Nonostante la fatica a diffondere lo sciopero proclamato da piccoli sindacati di base, l’adesione è stata altissima".
A marzo, un piccolo Circolo Arci di periferia ha inviato una lettera ai sindacati una lettera aperta, chiedendo di immaginare un momento per fermarsi.
"Non capiamo come possiamo sentire il suono della sveglia al mattino e andare a lavorare, sicuri nella nostra routine: perché non ci siamo ancora fermati in un vero giorno di sciopero, dal lavoro, dalla scuola, dagli acquisti? Perché non stiamo davvero urlando “Basta!” tutti assieme?
Basta bambini incastrati sotto le macerie, abbracciati alle madri morte; bambini amputati senza anestesia, bambini che non sopravvivono al dolore dell’amputazione senza anestesia. Bambini intossicati, senza cibo, agonizzanti per terra, senza genitori. Basta donne e uomini stuprati fino alla morte, torturati fino a perdere la vita o la ragione. Basta malati bruciati negli ospedali. Basta con la falsa narrazione rispetto all'interesse di Israele verso gli ostaggi, utilizzati - come sta venendo utilizzata la memoria dell'olocausto - per giustificare uno sterminio.
Sappiamo tutti che quello che sta succedendo a tre ore di aereo da noi va oltre l’orrore, ogni giorno di più, e ogni giorno peggio." recita parte del testo della lettera, sottoscritta nei giorni successivi da moltissime persone, lavoratori, giornalisti, addirittura aziende private, da tutta Italia. Realtà che non hanno una tradizione legata ai sindacati ma che in questo caso hanno capito la portata di quello che sta succedendo e la necessità di dare una risposta forte, che vada oltre le tante iniziative simboliche organizzate fino ad ora. Tra i firmatari, troviamo circoli di anziani, associazioni ricreative, gruppi sportivi, gruppi di acquisto e personalità pubbliche come Luigi De Magistris.
La lettera prosegue: " Destra, sinistra, anarchici, religiosi, forze dell’ordine: siamo in tanti, non ci interessano le bandiere, non vogliamo altre etichette se non quella di esseri umani. Vogliamo uno sciopero in solidarietà ai bambini e alle persone palestinesi, per chiedere di salvare coloro che sono ancora vivi, salvare quelle persone dalla furia sadica e omicida di Israele, compresi gli ostaggi nelle mani di Hamas. Non c’è più cibo a Gaza, e qua non c’è più tempo".
Dopo due mesi da questa lettera, "il tempo è davvero finito. Le immagini dei bambini scheletrici di Gaza resteranno nella storia, assieme alla domanda "come abbiamo potuto lasciarlo succedere". Purtroppo - ammettono i promotori - se dal basso c'è stata una grande risposta, a oggi non c'è stata dall'alto, né dai sindacati confederali, ma confidiamo nelle prossime settimane, ora che lo sciopero è stato proclamato" (Qui vademecum).
Testo lettera e elenco firmatari:
Brentonico, 25 marzo 2025
A chi ha il potere di organizzare e sostenere uno sciopero
La ripresa dello sterminio è qualcosa che non riusciamo più a sopportare.
Non capiamo come possiamo sentire il suono della sveglia al mattino ed andare a lavorare, sicuri nella nostra routine: perché non ci siamo ancora fermati in un vero giorno di sciopero, dal lavoro, dalla scuola, dagli acquisti? Perché non stiamo davvero urlando “Basta!” tutti assieme?
Basta bambini incastrati sotto le macerie, abbracciati alle madri morte; bambini amputati senza anestesia, bambini che non sopravvivono al dolore dell’amputazione senza anestesia. Bambini intossicati, senza cibo, agonizzanti per terra, senza genitori. Basta donne e uomini stuprati fino alla morte, torturati fino a perdere la vita o la ragione. Basta malati bruciati negli ospedali.
Sappiamo tutti che quello che sta succedendo a tre ore di aereo da noi va oltre l’orrore, ogni giorno di più, e ogni giorno peggio.
Anche se i media ne parlano poco e male, non si può non percepire la portata di questa carneficina. Destra, sinistra, anarchici, religiosi, forze dell’ordine: siamo in tanti, non ci interessano le bandiere, non vogliamo altre etichette se non quella di esseri umani. Vogliamo uno sciopero in solidarietà ai bambini e alle persone palestinesi, per chiedere di salvare coloro che sono ancora vivi, salvare quelle persone dalla furia sadica e omicida di Israele, compresi gli ostaggi nelle mani di Hamas.
Non c’è più cibo a Gaza, e qua non c’è più tempo.
Ecco una proposta. Quando: il primo giorno utile, possibilmente dal lunedì al giovedì per differenziare dai tanti scioperi proclamati il venerdì
come:
Spiegando bene come aderire ad uno sciopero, perché forse potrebbe esserci qualcuno che non ha mai scioperato prima.
Oltre a scioperare dal lavoro, invitiamo a astenerci dagli acquisti, dai viaggi, da tutto ciò che rende “normale” una giornata.
Esporre fuori dalla porta di casa, come profilo social, addosso, un simbolo palestinese. Quello che proponiamo in particolare è un ramo di ulivo, o l’immagine di un ulivo.
Perché l’ulivo rappresenta il sostentamento del popolo palestinese, e rappresenta il legame del popolo palestinese con la loro terra, simbolo di dignità e resistenza. Per questo i campi di ulivi rappresentano un bersaglio per gli israeliani, che nel solo mese di novembre 2024, hanno sradicato o incendiato oltre 1.450 ulivi (Oxfam). L’accanimento contro gli ulivi, oltre che sulle persone, evidenzia la chiara volontà di estirpare la Palestina e il diritto all’esistenza dei palestinesi dalla memoria collettiva.











