Srebrenica, una fossa comune agli albori dell'Europa: ''Una guerra che ha segnato il fallimento del multiculturalismo e della convivenza e l'inizio di un nuovo ciclo storico''
L'11 luglio di 30 anni fa avveniva il genocidio di Srebrenica sotto gli occhi dei caschi blu dell'Onu: tra la cittadina e i territori circostanti, vengono giustiziate sommariamente oltre 8000 persone. Circa un migliaio, ancora oggi, non state identificate. Per aiutarci a contestualizzare i fatti, abbiamo interpellato il professor Egidio Ivetic, professore ordinario di Storia moderna all’Università degli Studi di Padova

TRENTO. Era una piccola cittadina della Bosnia orientale, ai piedi delle montagne; quattro chilometri di lunghezza per quattrocento metri di larghezza. Meta rinomata di turismo termale. Aveva meno di seimila abitanti, dei quali quasi quattromila erano bosgnacchi; questo il nome che indica i bosniaci di tradizione - più che di fede - islamica. Almeno questi sono i dati del censimento del 1991, dall’anno dopo i numeri si confondono. Diciamo “era” perché oggi Srebrenica sembra non esistere più, certo non quella del ‘91, non dopo quei tre anni di assedio. Da allora, parlando della città, invece che del numero degli abitanti si parla di quello dei morti; di cui si continuano a cercare i cadaveri, che ormai sono molto più numerosi di coloro che sono tornati a viverci.
La Jugoslavia, ‘terra degli slavi del sud’, era un universo omogeneo soltanto nella lingua, il serbo-croato; che pure presentava numerose sfumature dialettali. In fatto di identità della popolazione era invece una moltitudine di eredità diverse: fu il socialismo di Tito a tenerne unite le compagini dopo la guerra, sotto il motto “fratellanza e unità”. Ma con la morte del “Maresciallo”, nel 1980, germogliò un seme che già aveva messo radici da tempo nella Repubblica di Jugoslavia: quello dei nazionalismi. Un germe da sempre presente all’interno della compagine balcanica, già infiammato al tempo dell’invasione italo-tedesca durante la guerra, che cercava di definirsi per contrasto con il vicino. La fine dell’ideologia comunista, lasciò un vuoto che fu sostituito proprio dalla proliferazione di queste istanze.
Per aiutarci a contestualizzare i fatti, abbiamo interpellato il professor Egidio Ivetic, professore ordinario di Storia moderna all’Università degli Studi di Padova, dove insegna anche Storia del Mediterraneo e Storia dell’Europa orientale. “Parlano la stessa lingua, sono la stessa gente, ci sono anche degli studi genetici. La parola etnia è imprecisa, si prende dall’inglese ethnic, dove si usa in modo generalizzato. I recenti studi danno nettamente credito alle ipotesi di continuità tra i popoli balcanici, sembrerebbero essere un unico popolo da tempi pre-romani. La differenza è religiosa, non etnica, e solo da questa si arriva all’identità nazionale”.
Ad affermarsi su ciò che rimaneva della Jugoslavia fu il progetto nazionalista serbo, guidato da Slobodan Milošević. Mirando alla costruzione di una “Grande Serbia”, etnicamente pura, il nazionalismo serbo non poteva accettare l’indipendenza della Croazia, nel 1991, con una così alta percentuale di popolazione serba. Tanto meno, poteva accettare quella della Bosnia Erzegovina, la repubblica più multietnica di Jugoslavia. È lì che si volsero le armi nel 1992. È lì che i bosniaci instillarono il germe della guerra civile: il progetto politico era appropriarsi delle terre “ripulendo etnicamente” la popolazione, specie dalla componente musulmana. Le modalità furono due: la propaganda e la violenza; quest’ultima, prima privata e occasionale, poi sistemica.
Nel 1990, fu messo a capo dei serbi bosniaci Radovan Karadžić, leader del Partito Democratico Serbo, uno dei tre partiti della Bosnia. È lui a boicottare il referendum per la secessione della Bosnia Erzegovina dalla Jugoslavia. Allo scoppio della guerra, Karadžić ha già fondato la Repubblica Srpska, una repubblica serba in territorio bosniaco, in netta contrapposizione alla fallita richiesta di riconoscimento di indipendenza della Bosnia Erzegovina. Insieme a lui, ad occuparsi delle questioni pratiche c’era il suo braccio armato, il generale Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia.
Nel 1992 inizia la guerra civile. È una guerra che, prima che con l’Armata popolare jugoslava e gli uomini di Mladić, si consuma tra compaesani, sotto casa, nella notte. Si inizia dagli stadi, con i gruppi ultras, piccole scorrerie di delinquenti. I serbi chiamano i musulmani “turchi”, come se non avessero bevuto il caffè insieme fino a qualche tempo prima. In realtà, ci ricorda Ivetic: “È stato uno scontro su base identitaria, non religiosa. L’Islam balcanico è sempre stato diverso dagli altri Islam, non aveva affatto i vincoli dell’Islam medio-orientale o dell’Arabia Saudita. Ai tempi della guerra poi, questi bosgnacchi erano laici. Sotto il regime comunista non andavano certo in giro col velo, la gente non partecipava alla religiosità. È stato con la democrazia che ci sono state le trasformazioni: ci sono stati i partiti nazionali, in questo caso quello musulmano. Oggi, siamo di fronte ad un nuovo cambiamento: l’influsso della Turchia e dei paesi del Golfo è forte a Sarajevo. Così l’Islam tende ad uniformarsi sempre di più anche in Europa”.
Da un giorno all’altro, una rabbia fratricida s’impadronisce dei civili che organizzano spedizioni punitive, stupri, mutilazioni. Lo scioglimento del tessuto sociale in “etnie” contrapposte aveva avuto successo: ora, erano gli stessi bosgnacchi a rifugiarsi in piccole enclave di resistenza; tra queste c’era anche Srebrenica. Da lì, la resistenza di Naser Orić restituiva ai serbi lo stesso trattamento, seminando stragi e bruciando case, lasciando la popolazione profuga.
Furono 40.000 i bosgnacchi che cercarono rifugio a Srebrenica. L’assedio dura tre lunghi anni, in cui la popolazione era costretta alla fame e stipata nella cittadina d’altopiano come in una stalla, in condizioni igieniche che sarebbe impossibile descrivere a parole. Tuttavia, come ricorda Paolo Rumiz, “la parola assedio, stando a Sarajevo, non veniva nominata mai, perché [le Nazioni Unite n.d.r.] avevano avuto ordine di non fare differenza tra assediati e assedianti. Tutto era mescolato nella rappresentazione di un’unica indistinta barbarie”. Questo era ciò che il mondo vedeva. Eppure, dal 12 marzo 1993, per intervento del generale dell’Unprofor (Forza di protezione delle Nazioni Unite) Philippe Morillon, Srebrenica era proprio sotto la protezione delle truppe dell’Onu.
“Negli anni ’90, - io stesso l’ho vissuto - tutto questo veniva descritto come un orrore balcanico, circoscritto alla ex-Jugoslavia” ci racconta il professor Ivetic, nato a Pola, in Croazia. “In realtà, tutti questi fatti, lontano dall’essere una cosa eccezionale e circoscritta, hanno anticipato i tempi in cui viviamo”.
La comunità internazionale avvia una serie di trattati di pace, basati sul principio della spartizione del territorio su base etnica. Vengono formulate numerose risoluzioni per l’ex Jugoslavia. Ad essere approvata dall’Onu è la risoluzione 819, per cui Srebrenica è dichiarata “zona protetta e smilitarizzata”, ovvero, le Nazioni Unite chiedono alle forze di resistenza musulmane di consegnare le armi. In cambio, nel 1994 a Srebrenica arriva un contingente di 429 di caschi blu olandesi. A quel punto, Karadžić si rende conto che la guerra sta per finire: bisogna invadere le enclave al più presto. L’Onu, dal canto suo, dimostra sempre più il suo disinteresse per la guerra, e la scomodità causatagli da queste enclave: i caschi blu abbandonano di frequente le loro postazioni, spesso e volentieri si inoltrano tra le zone conquistate dai serbi, con i quali vanno ben più d’accordo che non con i “turchi”.
Il 6 luglio 1995, l’esercito serbo avvia l’operazione che punta ad eliminare definitivamente l’enclave. I rinforzi richiesti dal contingente internazionale non arrivano, e gli uomini di Mladić entrano a Srebrenica, conquistando numerose postazioni Onu e prendendo in ostaggio alcuni caschi blu. Il 10 luglio, erano giorni che la città era disarmata e lasciata alla disperazione, inizia lo stermino. Tra i gas lacrimogeni, il suono delle fucilate e gli stupri, qualcuno si tolse la vita da sé. I primi timidi tentativi di intervento aereo dell’Onu vengono bloccati dalla minaccia di Mladić di ritorsioni sugli ostaggi olandesi: nulla ostacola la “soluzione finale”.
La popolazione bosgnacca si rifugia nella base Onu, sfondando le recinzioni, che erano rimaste chiuse. All’arrivo di Mladić, la divisione internazionale non oppone resistenza. Il generale, di fronte alle telecamere, regala caramelle ai bambini; alle spalle di queste continuano gli stupri e gli omicidi. La sera dell’11 luglio, tra 12 e 15mila uomini riescono a radunarsi nei boschi e a partire in direzione di Tuzla, un centinaio di chilometri di bosco minato. Le truppe serbe però li raggiungono - mine, gas, proiettili - si combatte e si marcia per giorni. Qualche giorno dopo, tra coloro che sono partiti, in pochi raggiungono la destinazione, gli altri sono stati fatti prigionieri e riportati indietro.
A Srebrenica, sempre a favor di telecamera, Mladić annuncia la sua risoluzione al generale dell’Onu Karremans, e a pochi rappresentanti dei cittadini: resa incondizionata e consegna di tutti gli uomini tra i 17 e i 70 anni. Le donne e i bambini saranno evacuati e portati a Tuzla. L’organizzazione è condotta con rigore, vengono fatti arrivare autobus per i trasferimenti, gli uomini vengono condotti in luoghi adattati al loro contenimento, per le esecuzioni si organizzano i turni di servizio. Terminato il trasferimento dei “salvati”; dal 12 al 17 luglio, tra la città e i territori circostanti Srebrenica, vengono giustiziate sommariamente oltre 8000 persone. Circa un migliaio, ancora oggi, non state identificate.
Il 21 luglio, il comando Onu viene lasciato uscire dalla città. Il 25, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e alle immagini aeree, la Corte Internazionale di Giustizia condanna il crimine come “genocidio”.
Nel novembre 1995, Bill Clinton convocò i capi di stato di Bosnia-Erzegovina, Croazia e Serbia nella base di Dayton, Stati Uniti. L’accordo prevedeva la divisione del paese in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska. Srebrenica tutt’oggi fa parte della Repubblica serba di Bosnia. Di fatto, questo accordo ratificava la divisione su base etnica.
“È stato l’inizio di un nuovo ciclo storico. Quella guerra è stata la prima delle guerre di oggi. Era qualcosa di diverso rispetto alla Guerra Fredda, in cui le guerre accadevano per scaricare la tensione fra le potenze. Quella in Jugoslavia è una guerra nata in grembo alla Repubblica stessa, senza interventi esterni. È stata una guerra civile, che ha dimostrato il fallimento della convivenza, del multiculturalismo. Ora i musulmani stanno per conto proprio, così i serbi; i croati stanno in questa federazione che però di fatto li tiene separati. Basta andare a Mostar per vederlo: i musulmani stanno da una parte del fiume, i croati dall’altra”.
Il numero delle vittime, 8372, non è definitivo. Ogni anno, l’11 luglio si commemora la giornata in memoria delle vittime di Srebrenica.













