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Belluno
07 ottobre | 15:56

Trasporto pubblico in ginocchio: "Treni e bus non 'dialogano', serve un cambiamento: si parla di turismo sostenibile ma non ci sono le basi per realizzarlo"

“La mobilità nel Bellunese e nelle Dolomiti è di fronte a un bivio: credere nel trasporto pubblico e dotarsi di una vera rete, oppure abbandonarsi al crescente traffico stradale e al declino”. L’intervista de Il Dolomiti ad Alessandro De Nardi, portavoce dell’associazione TreniBelluno che recentemente ha svolto un’indagine sul sistema di trasporti in provincia

BELLUNO. “Quello della mobilità nel Bellunese e nelle Dolomiti è un tema decisivo, legato tanto alla residenzialità quanto al turismo. Ci troviamo di fronte a un bivio, fin qui trascurato: credere nel trasporto pubblico e dotarsi di una vera rete, oppure abbandonarsi al crescente traffico stradale e al declino”.

 

Così l’associazione TreniBelluno apre la recente indagine sulla mobilità in provincia di Belluno. Il Dolomiti l’ha contattata, dopo un’estate di forti disagi tra frane, cantieri e la chiusura della rete ferroviaria. “Se si considera la mobilità come un sistema - afferma Alessandro De Nardi, portavoce dell’associazione - alcune cose obiettivamente funzionano male, infatti riceviamo tantissime segnalazioni. È ormai indispensabile fare qualcosa, perché la situazione è seria”.

 

Secondo l’indagine, mentre da qualche anno il sistema ferroviario sta conoscendo dei miglioramenti grazie a investimenti nell’elettrificazione e un sensibile aumento dei passeggeri, altrettanto non si può dire per gli autobus, che non dialogano con la rete ferroviaria. Dal Cadore al Feltrino, i tempi di attesa per le coincidenze appaiono infatti disordinati, passando da punte di oltre un’ora a partenze distanziate di pochi minuti. “In tutta la provincia - spiega De Nardi - gli autobus seguono logiche dettate dal personale o dalla tradizione, ma slegate dal segmento ferroviario. Tuttavia è la corriera a doversi adeguare ai treni, i cui orari cadenzati sono impossibili da cambiare. Quasi certamente Dolomitibus non lo fa perché nessuno glielo ha mai chiesto: deve quindi essere la Provincia a dare l’input, invece finora si è intervenuti in modo isolato per arginare singole problematiche qua e là”. Non a caso l’associazione spera di potersi confrontare al più presto con l’ente, visto che suggerisce una regia provinciale per una riforma che consideri treni e autobus come parti di un’unica rete.

 

L'impressione nel frattempo è che il trasporto ferroviario sia sottovalutato o addirittura non valutato. Proprio in questi mesi è praticamente inesistente, con lo stop ai treni tra Conegliano e Calalzo fino a dicembre, ma sono già in programma ulteriori chiusure. Questo ha fatto nascere il dubbio che, dietro di esse, si celi la volontà di depotenziare il servizio fino a chiuderlo definitivamente: una tesi subito smentita dalla Regione (qui gli articoli). “Abbiamo seguito, e in parte alimentato, il dibattito. Anzitutto - prosegue De Nardi - va premesso, pur con dispiacere, che anche vent'anni fa la ferrovia Ponte nelle Alpi-Calalzo lavorava più con i turisti che con i residenti. Per questo, anche considerando che nei mesi più freddi alcuni lavori non possono essere fatti, anni fa abbiamo chiesto di spostare le chiusure in autunno e primavera. Tuttavia una ferrovia che funziona solo sei mesi l'anno è un problema, sia perché impedisce una conoscenza e un uso apprezzato del servizio da parte di residenti e turisti, sia perché non può diventare la colonna portante del servizio integrato che auspichiamo. Sappiamo che tenerla aperta 365 giorni l’anno è difficile in montagna, ma chiuderla metà del tempo diventa un freno per Dolomitibus e il territorio a rivedere il sistema dei trasporti complessivo”.

 

Infine, colpisce come, poiché il sabato e nei periodi di vacanza le già poche corse dei bus diminuiscono ulteriormente, “si sta consolidando - scrive l’associazione - l’idea, riduttiva e controproducente, che il trasporto pubblico coincida con lo scuolabus”. Un’opinione diffusa sul territorio, come emerso anche in una recente petizione popolare a Belluno. “È un sentire comune - conferma De Nardi - che la corriera sia solo per gli studenti. Certamente si tratta di una fetta di popolazione vincolata al trasporto pubblico, tuttavia quest'ultimo deve servire anche per chi vuole lasciare a casa l’auto o per le famiglie, spesso costrette a mantenere un’auto a testa con evidenti conseguenze in termini sociali e di bilancio familiare”.

 

Un limite non da poco anche il rilancio turistico. “C’è turismo e turismo - conclude - perché se vogliamo un modello in cui le persone che possono permetterselo arrivano in auto, lo si dica così ne prendiamo atto e mettiamo da parte le speranze. Se invece parliamo, come spesso accade, di turismo sostenibile, bisogna rendersi conto che mancano le basi per realizzarlo. Il traffico lungo le arterie stradali è sotto gli occhi di tutti e anche gli imprenditori del settore sono preoccupati per la crescente motorizzazione delle Dolomiti. Servono quindi una politica seria e un'idea precisa di sviluppo, che implichi un cambio di passo generale: o si crede nel servizio e lo si porta avanti, o si ammette che va a morire così chi può permettersi l’auto fa ciò che vuole e chi invece non lo può fare, o semplicemente non vuole, si dovrà rassegnare”.

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