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Al PalaTrento la festa di fine Ramadan. Breigheche: "Nessuno delle istituzioni è venuto a portarci un saluto, questo fa male"

L'imam: “La vera festa è quella di diffondere l'amore e la pace. La cancellazione dei rancori, della discordia”. E sulla moschea a Trento: "Noi non abbiamo bisogno di un luogo per pregare, ma una moschea sarebbe un dono non solo per i musulmani ma per tutta la città"

Di Donatello Baldo - 25 June 2017 - 18:40

TRENTO. “No, nessuno, non è venuto nessuno dal Comune o dalla Provincia”. E' amareggiato l'imam Aboulkheir Breigheche, “certo che mi dispiace”. Alla chiusura del Ramadan nessun assessore, nessun consigliere. Ci ha pensato soltanto la diocesi a inviare un suo delegato per un saluto di fratellanza, di augurio, di partecipazione.

 

La festività di Eid al-Fitr, che per i musulmani chiude il mese di digiuno dedicato a Dio, non ha soltanto una valenza religiosa. “E' la nostra tradizione – spiegano alcuni dei presenti al PalaTrento dove si è tenuta la cerimonia – un momento di festa, di incontro, di gioia per adulti e per bambini”.

 

Il fatto che le istituzioni abbiano ignorato l'evento colpisce nel profondo: “Quest'anno non abbiamo mandato nessun invito – spiega l'imam – anche perché vorremmo che il sentimento di vicinanza alla comunità musulmana trentina fosse spontaneo”. Tanto spontaneo che i politici e gli amministratori, di solito sempre in prima fila alle cerimonie civili e religiose, oggi non si sono visti.


L'aria di festa non si lascia comunque scalfire da questi retroscena. Appena finita la preghiera è scoppiata la gioia, come a Natale per i cristiani che appena finita la messa, sul sagrato, si scambiano gli auguri gli uni con gli altri. E anche sul parquet del PalaTrento baci e abbracci, benedizioni e carezze sui visi felici dei bambini vestiti a festa.

 

Bambini che per tutta la durata della cerimonia non hanno smesso un attimo di correre e gridare sugli spalti. “Questa festa è anche per loro”, ha detto al microfono Breigheche, come per giustificare ai fedeli il sottofondo di allegria che ha accompagnato il rito. Un rito semplice, la preghiera collettiva che prevede l'invocazione Allah Akbar con le mani vicino al capo, la recita della sura iniziale del Corano con le mani sul ventre e poi la glorificazione di Dio prostrati sul tappeto che ognuno si è portato da casa.

 

A condurre la preghiera un giovane imam che al microfono ha parlato in arabo rivolto alle decine e decine di fedeli vestiti sia in abiti tradizionali che in giacca e cravatta. Un sermone tradotto poi in italiano da Breigheche: “La vera festa – ha spiegato – è quella di diffondere l'amore e la pace. La cancellazione dei rancori, della discordia, questa è la vera voglia di pace, lo spirito della fratellanza che deve unirci”. E un pensiero è stato rivolto anche ai “fratelli che nel mondo vivono in paura, perseguitati e torturati”.


Finita la cerimonia c'è spazio per le domande. E quella su terrorismo è ormai la stessa, e stessa è la risposta: “Il terrorismo non c'entra con l'islam. Nei giorni scorsi – ha spiegato Breigheche – un uomo ha fatto un attentato a Londra davanti al ritrovo della comunità musulmana in preghiera per il Ramadan: sono morte delle persone, persone che credono in Allah, ma non mi sognerei mai di dire che ad ucciderle è stato un cristiano. E' stato un criminale, un assassino”.

 

“C'è bisogno di pace, di fratellanza – ha detto l'imam – e questa pace e questa fratellanza dobbiamo costruirla tutti assieme”. Parole sante. “C'è bisogno di incontrarsi e conoscersi, di capire che tutti siamo parte di un popolo. Queste persone – e l'imam guarda attorno a sé le decine e decine di fedeli in festa – sono di ogni nazionalità, bianchi e neri, ricchi e poveri, ma sono soprattutto persone che vivono in Italia, che abitano in Trentino, che lavorano, che pagano le tasse”.

 

Cittadini che pregano, che per farlo sono costretti ad adattare un palazzetto dove si gioca a pallavolo e basket a moschea provvisoria. “Noi musulmani non abbiamo bisogno di un luogo per la preghiera – mette le mani avanti Breigheche – ma una moschea servirebbe non solo ai noi ma alla stessa città di Trento”. Sarebbe un segno importante di integrazione, di rispetto, di civiltà.

 

Tra gli adulti che si salutano e che si fanno gli auguri si rincorrono bambini che giocano ai supereroi, bambine che negli spazi grandi del parquet abbozzano piroette da ballerine e fanno a gara per rientrare nelle riprese delle telecamere. Tra le scarpe disposte ordinatamente che i fedeli si sono tolte perché al cospetto di Dio si sta scalzi si leggono le storie di chi le indossa, gli anziani, i ricchi, i poveri e i giovani che indossano le All Star, le Nike e quelle che indossano tutti gli altri giovani.

 

E tra i giovani presenti ce n'è uno che non ha i lineamenti arabi, biondo e alto: “Sono siriano, sono arabo anch'io, musulmano – dice con un italiano perfetto – la Siria è un miscuglio di culture, di etnie, è facile trovare persone alte e bionde come me”, dice poi sorridendo. “Mio padre è in Italia da molti anni, è un medico, io sono nato qui”. 


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