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Biodistretto, anche in Trentino la campagna arriva in città

Le macrotendenze globali sembrano dar ragione a questo genere di approccio che vuole salvaguardare la specificità del territorio. Un passo indietro rispetto all'urbanizzazione selvaggia che mina felicità e fecondità

Di Stefano Fait - 06 giugno 2017 - 20:24

TRENTO. Il dibattito sul bio-distretto di Trento è stimolante perché non assume come dato di partenza che l’umanità sia destinata a vivere in agglomerati urbani e che la questione della sicurezza alimentare sarà sempre più legata a strategie metropolitane di pianificazione accentrata della gestione della produzione e logistica del cibo.

 

Il bio-distretto di Trento, presentato giovedì 1 giugno, è pronto a partire tra  quelli di Povo, Villazzano e dell'Argentario. Gli agricoltori della collina Est sono infatti forti dell'interessante studio condotto da Helena Treska, neolaureata presso l’Università di Lubiana, e Giada Da Roit, laureanda all’Università di Trento.

 

Ad oggi all'interno dei confini del comune di Trento circa il 20% della produzione agricola è già biologica ma, stando a quanto prodotto dalla ricerca (coordinata dall'Università di Trento e dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria di Villazzano con il supporto tecnologico di Effetreseizero), almeno nella collina, il 50% degli agricoltori convenzionali "ha intenzione di passare al biologico, nonostante l’eccessiva burocrazia per ottenere una certificazione biologica".

 

Un’ulteriore virtù del settore è la quasi completa assenza di inglesismi spesso superflui e un po’ provinciali come 'governance alimentare', 'urban food planning', 'food policy management', 'smart food community' e simili.

 

L’intento, qui da noi, sembra essere quello di tutelare le nostre specificità e portare la campagna in città, letteralmente, evitando nel contempo di inurbare altro terreno coltivabile.

 

Le macrotendenze globali sembrano dar ragione a questo genere di approccio.

 

Senza voler scadere nel pregiudizio anti-urbano alla radice di innumerevoli atrocità (urbicidi), l’ipertrofia metropolitana sta diventando uno dei maggiori impedimenti alla felicità umana.

 

Singapore, Hong Kong, Tokyo, Seoul, Shanghai sono centri ad alta densità abitativa (a Seoul e Tokyo risiedono rispettivamente un quinto della popolazione coreana e un quinto di quella giapponese) e con alcuni tra i più bassi tassi di fecondità del mondo.

 

A San Francisco ci sono 80mila più cani rispetto al numero di bambini, a Seattle i bambini arrivano al terzo posto dopo gatti e cani, a Manhattan una maggioranza degli appartamenti è destinata a singoli oppure a Washington il 70% delle donne è privo di figli.

 

Parigi ha invece registrato il più basso tasso di fecondità degli ultimi 40 anni proprio nell’anno in cui la Francia è arrivata in testa alla classifica europea delle nazioni più procreative.

 

Sono macrotendenze che minano alle fondamenta il sistema sociale esistente, perché non hanno comunque assicurato la promessa parità di genere e nel contempo riducono la base imponibile, la forza lavoro e anche il desiderio di investire nel futuro della propria famiglia e comunità.

 

La concentrazione demografica poteva avere un senso nei tempi andati, quando comunicazione e logistica erano arretrate, ma oggi lo scambio di idee e merci avviene agevolmente senza dover essere presenti nello stesso luogo. Di contro, la densità demografica sta creando problemi e ostacoli.

 

Per questo centri semi periferici periurbani ben interconnessi con il resto del mondo stanno risorgendo grazie alla diaspora di realtà aziendali, di ricerca e familiari in fuga dalle metropoli.

 

D’altronde, storicamente, il concetto di città ad alta densità residenziale è un prodotto della cultura europea (e solo in parte cinese e indiana), ossia di tradizioni minoritarie che si sono imposte alle altre.

 

La cosiddetta 'frontiera nascosta' che distingue il mondo tirolese e nordico 'ruralista' da quello trentino e mediterraneo 'urbanista' ci ricorda che, per lungo tempo, anche in seno alla civiltà europea, l’urbanocentrismo non era uno sviluppo scontato.

 

Ancora adesso molti altoatesini non si sentono per nulla a proprio agio a Bolzano, non solo per ragioni linguistiche.  

 

Altrove, nel mondo, le città erano tendenzialmente a bassa densità, sparse su ampia aree, con giardini, boschi e campi al loro interno. Erano molto, molto 'green'; in gran parte del mondo non è mai esistita una vera e propria separazione tra mondo rurale e mondo urbano.

 

C’erano contadini in città e mercanti nelle cinture esterne. C’erano palazzi del potere al centro e anche in periferia.

 

Questo fenomeno era particolarmente marcato in Messico e America centrale, in Africa e nel Sud-Est asiatico, dove esistevano civiltà sofisticate e a volte anche imperiali che convivevano con questo urbanesimo 'light' ruraleggiante.

 

Non c’è motivo di credere che le città del futuro debbano per forza ricalcare un modello di netta separazione urbano-rurale imposto dall’Europa al mondo negli ultimi 300 anni, anche perché è del tutto da dimostrare che stia funzionando.

 

Molto probabilmente ce lo teniamo solo perché ci siamo dimenticati di aver annientato con la forza le alternative, consegnandole all’oblio e ai saperi specialistici.  

 

La ri-ruralizzazione di Detroit e di altri centri decaduti dell’era post-industriale, l’orticoltura urbana e il ritorno alle campagne di tanti giovani potrebbero rappresentare un segnale di inversione di tendenza che Trento sta tempestivamente intercettando.

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