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Dallapiccola: "Abbandonare il bio per l'agricoltura sostenibile?" Qualche certezza e tanti dubbi. Gios: "A cominciare dall'ambiente"

Una ricerca sulla sostenibilità della produzione trentina per il consumatore europeo di mele mette in evidenza alcune criticità, ma soprattutto che la strada è ancora lunga. Quale differenza tra agricoltura biologia e sostenibile? Geremia Gios: "E' necessario rispettare tre requisiti, quello economico, sociale e ambientale"

Di Luca Andreazza - 14 gennaio 2018 - 06:01

TRENTO. "Dobbiamo liberarci dalla chimera del biologico perché non è la panacea di tutti i mali: dobbiamo puntare sulla sostenibilità", queste le parole dell'assessore Michele Dallapiccola nel corso della conferenza di Apot per tracciare il futuro dell'agricoltura trentina, che hanno fatto sobbalzare sulla sedia più di qualcuno (Qui articolo).

 

Insomma, quello che doveva diventare un marchio di fabbrica dell'agricoltura trentina sembra compiere una brusca frenata. Nel nome del bio tutto si poteva e doveva. E oraUn passo indietro?

 

Il commento dell'assessore sembra andare proprio in quella direzione, forse anche, per strizzare l'occhio nei confronti di quegli agricoltori che ancora oggi non si sono convertiti.​ Condivisibile è invece l'affermazione che il biologico si può fare solo in zone ristrette e separate, fuori dal pericolo di deriva e conseguente inquinamento da fitofarmaci di sintesi.​

 

"Sostenibile – aveva chiarito Dallapiccola – vuol dire per sempre e per tutti. Ma questi due parametri non sono rispettati in questo momento dall'agricoltura convenzionale, nella lotta integrata ma nemmeno nel biologico perché non è per sempre e nemmeno per tutti. La strada invece che dobbiamo seguire è quella della sostenibilità". ​Il giusto orientamento può venire solo dalla ricerca, in particolare della Fondazione Mach. ​

 

Dichiarazioni che sembrano però andare controcorrente rispetto anche ai risultati che si sono ottenuti dal biologico negli ultimi dieci anni. A confermarlo sono i dati. Se nel 2005 gli ettari di frutteto biologico in Trentino erano 252, nel 2015 sono diventati oltre 400 ettari per arrivare, secondo i progetti, a 800 ettari di frutteto biologico nel 2022.

 

Per sempre e per tutti. Più facile a dirsi che a farsi. L'agricoltura ​sostenibile deve rispettare tre parametri fondamentali per avere successo: economico, ambientale e sociale.

 

"Il progetto di Apot - spiega Geremia Giosdirettore del Dipartimento di economia e management all'Università di Trento - può probabilmente garantire gli aspetti economici e sociali. I dubbi riguardano quello ambientale, ma è ancora presto per trarre delle conclusioni, in quanto sono in fase di chiusura dello studio".

 

Apot che inoltre ha presentato i risultati della 'ricerca sulla sostenibilità per il consumatore europeo di mele'. Un'analisi targata AgroTer sviluppata nel corso del 2017 appena concluso.

 

Si parte dall'assunto che le mele del Trentino Alto Adige sono quelle più sostenibili e migliori d'Italia. A questo si aggiunge che dal 2015 la nostra regione esporta più mele rispetto a quelle consumate sul mercato italiano. Necessario allora allargare l'orizzonte. 

 

Una ricerca che prende in considerazione tre Paesi considerati chiave. Germania, mercato tradizionale per il Trentino Alto Adige, Danimarca, nazione dove i temi di sostenibilità e rispetto dell'ambiente sono forti, e Spagna, paese dove le nostre marche sono un riferimento e conosciute.

 

Una ricerca, definita ​esplorativa​, a 500 persone per Paese, per ​individuare i macro-trend. Detto che 1.500 persone difficilmente possono avere una rilevanza statistica, questo rapporto evidenzia più lati scuri che chiari.​ Certamente non a vantaggio della frutticoltura trentina sostenibile e in buona parte di montagna.​

 

Ecco alcuni risultati. 'Secondi lei, quanto è rispettosa dell'ambiente l'agricoltura italia?': siamo intorno al 30%. 'Secondo lei, le migliori mele provengono da?': circa il 50% dice 'Non so', solo il 3%, il 18% e il 6% rispettivamente per Danimarca, Spagna e Germania affermano la 'Montagna'. 

 

'Secondo lei, qual'è il Paese che produce le migliori mele?': Tedeschi (74% in Germania, 11% Italia e 5,6% in Austria) e spagnoli (31,5% Spagna, 23,3% in Germania e 18,4% in Italia) si auto-candidano, la Danimarca punta invece nell'ordine su Spagna (30,6%), Germania (24,3%), Italia (17,5%) e Francia (15,2%). I risultati migliori si hanno tra i giovani (18-34 anni), che però rappresentano solo il 20% del campione intervistato.

 

 

In generale risultati sono poco brillanti e ​l'impressione è​ che sul piano della comunicazione la strada è ancora lunga​ per far conoscere la decantata superiorità delle mele trentine​.

 

Insomma, il progetto di Apot e l'indagine lasciano più di qualche dubbio e proviamo a toglierne alcuni.

Professor Giosè possibile quantificare in termini economici la ricaduta sul bilancio della frutticoltura trentina (OP, cooperative, frutticoltori) del progetto Trentino Frutticolo sostenibile?

E' necessario prendere in considerazione due aspetti per quanto riguarda le mele. Il risultato che si ottiene quando il prodotto viene immesso sul mercato per la vendita, ma anche gli impatti su ambiente e società. Questo consente in linea di massima di quantificare la ricaduta della frutticoltura. Ora, in particolare quando si parla degli ultimi indici si può affermare che ci sono conseguenze negative e positive. Tutti questi aspetti sono al centro di un lavoro in fase di conclusione e quindi non posso ancora sbilanciarmi a riguardo.

 

Oggi esiste una differenza di prezzo tra le mele del fondovalle trentino (20 centesimi) e quello della Val di Non (43-45 centesimi)Si può attribuire questa 'forbice' di valore alla gestione dei frutteti secondo l’unico protocollo della frutticoltura sostenibile?

La differenza di tipo commerciale è che le mele della Val di Non durano mediamente una settimana in più e presentano un aspetto estetico più gradevole: il prezzo deriva principalmente dalla combinazione di questi aspetti.

 

Quale è la differenza sostanziale e quindi anche di valore economico tra frutticoltura sostenibile e frutticoltura biologica?

Ma cosa si intende per agricoltura sostenibile? La definizione tecnica è che un'attività presenti i presupposti in modo che si possa continuare a produrre per sempre. Ma è necessario rispettare tre requisiti, quello economico, sociale e ambientale. Quest'ultimo punto può evidentemente presentare delle criticità. Una cosa è certa, l'agricoltura biologica è regolamentata, mentre quella sostenibile non ancora. Sembra più un concetto declinabile a come tira il vento e prima bisogna definire concretamente significati e regole.

 

A questo si aggiunge, il preannunciato convegno del 25 gennaio prossimo alla Cocea di Taio, aperto a tutti, potrà misurare il grado di comprensione e condivisione del progetto trentino frutticolo sostenibile, non solo da parte dei non addetti, ma anche dei frutticoltori.

 

Il presidente di Apot ha affermato: "Se i frutticoltori conoscessero i costi del progetto direbbero che siamo dei matti". Il Dolomiti è aperto a ulteriori approfondimenti utili a chiarire i lati ombra e l'iniziativa. Non solo in vista dell'annunciato convegno.

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