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"E’ necessario affrancarsi dall’ansia di prestazione, superare l'opposizione tra brand e territorio", prove di dialogo tra Consorzio e Vignaioli alla Mostra dei Vini

Mentre Trento si gode le eccellenze del territorio alla kermesse giunta all'ottantesima edizione, Consorzio e Vignaioli cercano di trovare intese e punti in comune per restare competitivi sul mercato

Di Nereo Pederzolli - 27 maggio 2017 - 12:09

TRENTO. Il vino come stimolo alla convivialità, per trasformare la città in una dinamica arena, dove la degustazione - cosa ben diversa della banale bevuta  - promuove confronti, educa a consumi più responsabili, coinvolge schiere di giovani a scoprire immediati sapori, per capire (speriamo) certi valori.

 

Un fine settimana decisamente enoico. Partito quasi in sordina, con l’inaugurazione dell’80esima Mostra dei Vini nelle suggestive sale di Palazzo Roccabruna, subito ‘preso d’assalto’ da schiere di ‘wine lovers’ , mentre altre schiere di ‘millenials’ si spostavano tra bar, ristoranti e austeri edifici trasformati in rumorose osterie. Come la sede dell’ex intendenza di finanza, palazzo tra la chiesetta di San Marco e il parco dell’ex ristorante Chiesa. Un chiostro già ‘location’ di scene cinematografiche  - Vittorio Storaro, Oscar come direttore della fotografia di Bertolucci, lo definì magico – che i tenaci Vignaioli del Trentino hanno ribattezzato Inchiostro.

 

Tanti stand espositivi sotto il porticato, musica popolare e sedie a sdraio sistemate nel cortile, vino dolomitico (non sfruttano, volutamente, la denominazione Trentino ) per una risposta alternativa  e per certi versi provocatoria, ai canoni istituzionali della Mostra Vini al Roccabruna.

 

Due ‘visioni’ diverse su come  proporre i vini delle aziende locali, tra strategie di comunicazione e rapporti di forza che certo non s’avvertono tra le migliaia di persone che hanno trasformato Trento in una osteria popolare. Strategie e contrapposizioni quasi esclusivamente tra i prioritari soggetti della ‘filiera vino’. Vale a dire Consorzio Vini, Camera di Commercio, ma anche assessorato provinciale all’agricoltura, organismi di tutela, il Trentodoc, la Confraternita, le associazioni dei sommelier, pure certi ‘stakanovisti’, gli amici della ‘resistenza territoriale’.

 

Proprio sul ‘come’ cercare di superare certe incomprensioni tra cantine industriali con fatturati milionari e aziende agricole impegnate nel ‘piccolo è bello’ a Palazzo Roccabruna sono stati individuati alcuni temi strategici, per possibili futuri ‘fermenti unitari’. Segnali, dunque, ma incoraggianti. Con un documento  dell’associazione trentina degli enologi – Goffredo Pasolli, è il presidente, nonché tecnico della Gaierhof – che ha trovato unanimità tra i direttori delle diverse cantine sociali e autorevoli esponenti delle aziende gestite da vignaioli.

 

Bisogna distinguere il vino dei grandi numeri, ovvero il vino commodity, dal vino dei piccoli numeri, ovvero quello identitario, sia nelle grandi aziende che nelle politiche di comunicazione del Consorzio vini. Superare l’opposizione fra politica di brand delle grandi cantine e politica di territorio cercando un equilibrio a livello di mercato” .Questo un passaggio di un documento che Goffredo Pasolli e i suoi colleghi presenterà nelle sedi opportune , anche per “rivedere le denominazioni di origine territoriale integrando il toponimo 'Trentino' con quello delle Dolomiti“.

 

Una proposta dunque decisamente ‘controcorrente’. Subito sottolineata da tutto il ‘parterre’ del ‘talk show’ e dai protagonisti  – Luigi Togn, storico imprenditore del buon bere trentino, l’avvocato Elvio Fronza, già presidente Cantina di Trento, Francesco Spagnolli, ex preside della scuola di San Michele, e da due emergenti spumantisti, Lucia Letrari e Giacomo Malfer – ma specialmente da Bruno Lutterotti, presidente sia del Consozio Vini, di Cavit e della Cantina Toblino.

 

Bisogna distinguere le produzioni che rispondono a logiche di volume da quelle che si ispirano alla valorizzazione dell’identità territoriale. E’ necessario affrancarsi dall’ansia di prestazione: non pensare solo al fatturato.  I grandi colossi possono aprire le porte su alcuni mercati anche ai piccoli produttori”.

 

E ancora. Fare squadra, valorizzare ulteriormente i caratteri del vino di montagna, coinvolgere i giovani nelle scelte strategiche. Riorganizzando pure il Consorzio Vini. Magari recuperando strategie in voga – con grande successo – in Francia. Dove, nello Champagne, ad esempio i piccoli produttori hanno stessi diritti e valori delle aziende con produzioni ‘milionarie’. Superando campanilismi e certe prese di posizioni ritenute arroganti, di entrambe schieramenti.

 

Discussioni certo per ‘addetti ai lavori’. Intanto Trento si gode il vino, senza tanti distinguo. E lo farà anche nei prossimi giorni. Per le tante degustazioni legate al Festival dell’Economia e alla consueta rassegna del Trentodoc nel Castello del Buoncosiglio.

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