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"L'Islam fa parte del nostro stesso orizzonte culturale". L'islamologo che lo ha studiato per 40 anni: "Un grave errore associarlo a violenza e terrorismo"

Massimo Campanini ha insegnato in molte università italiane, anche a Trento. Lo scontro Islam-Occidente? "Una strumentalizzazione che produrrà guasti che sarà difficile risolvere in tempi brevi. Ci vorranno decenni perché si possano abbassare i toni"

Di Donatello Baldo - 15 gennaio 2017 - 18:01

TRENTO. “Non sono esperto di carceri, non sono giurista, un legale o un poliziotto”. Risponde così Massimo Campanini alla domanda sulla fondatezza delle preoccupazioni espresse dal Ministero dell'Interno a proposito della radicalizzazione in carcere di alcuni detenuti di fede musulmana. Il professor Campanini fa un altro mestiere: “Sono un islamologo, ho dedicato 40 allo studio dell'Islam”.

 

Laureato in filosofia, ha insegnato alla Statale di Milano, a Urbino, all'Orientale di Napoli e infine a Trento. Ha pubblicato libri sulla filosofia islamica, sul pensiero politico arabo, ha scritto su Averroè e su al-Ghazali.

 

“Le rispondo così a proposito della radicalizzazione: andiamo indietro di un po' di tempo, nell'America degli anni '60, '70. In carcere c'è un piccolo teppistello di quartiere che in quell'ambiente trova qualcuno che lo fa sentire in famiglia, accettato, difeso. Incontra i Black Muslim, un'organizzazione che si scaglia ideologicamente contro i bianchi statunitensi. Sto parlando di Malcom X”.

 

Ma io volevo parlare di radicalizzazione. 

Anche questa può essere raccontata come una radicalizzazione, come la storia di Mohamed Alì, il grande pugile Cassius Clay. Anche Alì troverà nel movimento della Nation of Islam un motivo di liberazione, un'appartenenza politica e ideale che lo porterà a radicalizzare la sua fede e il suo agire. Questo movimento lo forma intellettualmente e praticamente permettendogli di opporsi a quel mondo dei bianchi che riteneva lo stesse opprimendo in quanto musulmano.

 

Perché la prende tanto alla lontana professore? Sono le stesse forme di radicalizzazione di un tempo quelle di oggi?

Per molti di questi che si dice si stiano radicalizzando credo che si tratti della stessa cosa. Di un avvicinamento per motivi di appartenenza, di identità, per sentirsi parte, per sentirsi dentro una famiglia, un gruppo.

 

Ma si è radicalizzato in questo modo anche Anis Amri, l'autore della strage di Berlino?

Attenzione. Non è che questi entrano in carcere e si avvicinano alla fede diventando musulmani. La radicalizzazione non è diventare musulmani. Erano criminali prima e rimangono criminali dopo. La radicalizzazione messa in questi termini sembra un modo per dire che questi teppistelli di periferia entrano in carcere, trovano nell'Islam una risposta e poi escono e fanno gli attentati. Questo ragionamento si basa su un pregiudizio.

 

Nei confronti dell'Islam, immagino.

Parlare di radicalizzazione è un errore se presuppone a monte il pregiudizio islamofobo nei confronti di una religione che si crede assassina per definizione e jihadista.

 

Allora permetta una domanda stupida, utile però per ribadire un concetto importante: l'islam è una religione intrinsecamente violenta e in opposizione all'Occidente?

E' chiaro che la risposta è assolutamente negativa. Non è così, ce lo dimostra la storia. Ma purtroppo l'opinione pubblica comune che non ha coltura, che non ha coscienza politica e storica, è condizionata dal costante e continuo bombardamento dei mass media che continuano a introdurre immagini che associano l'islam alla morte alla violenza.

 

L'islam gode di cattiva reputazione?

Quando mai si trovano articoli e servizi televisivi che parlano della cultura islamica, della civiltà araba? Mai. E stiamo parlando di una realtà che ha 1500 anni di storia: l'Alhambra, il Taj Mahal, le moschee del Cairo, i capolavori della scienza, i trattati di medicina e algebra, la filosofia, i capolavori letterari. Credo che siamo di fronte a una precisa volontà politica.

 

Un'informazione strumentale, dice?

Un'informazione pilotata per creare il nemico, per produrre il fantasma dell'avversario che deve essere combattuto, annientato: un pericolo per la nostra civiltà. In questa dialettica la questione della radicalizzazione diventa un gioco al massacro. Ma cosa c'entra Anis Amri con tutto questo?

 

Nulla, soltanto che è musulmano.

Ma questi non sono musulmani, non lo erano prima e non lo sono ora. Si crede che questi entrano in carcere e diventano musulmani: ma di che radicalizzazione stiamo parlando, prima sei un musulmano normale e poi diventi un musulmano assassino? Questa è una strumentalizzazione.

 

Una strumentalizzazione di una fede, di una cultura e di una civiltà. Cosa succede se si dà per scontata l'equazione Islam-Terrorismo?

Si producono dei guasti che sarà difficile risolvere in tempi brevi. Ci vorranno decenni perché si possano abbassare i toni. Perché entrano in gioco dinamiche che tutti possono immaginare: quando si alza la voce nessuno più la abbassa, si grida sempre di più. La mia è una valutazione pessimistica: il conflitto assumerà toni ancora più esasperati.

 

Ma è così difficile capire che la violenza e il terrorismo non sono connaturati nell'Islam?

E' difficile farlo capire all'uomo della strada che non ha gli strumenti culturali, che non conosce e che non vuole conoscere. Non vuole conoscere anche perché mettersi in discussione è troppo difficile.E' molto più facile lo schema per cui l'Islam non è più cultura ma soltanto morte, violenza e jihad. Questo modo di pensare è pericoloso, è un paradigma che dovrebbe essere messo in discussione e smontato della sua fondatezza.

 

Un altro paradigma è quello dello scontro Islam-Occidente.

Ma l'Islam fa parte dell'orizzonte culturale, storico, politico, intellettuale, economico dell'occidente. Se ci pensiamo bene, il vero 'diverso' è l'orientale, il cinese, l'indu, il giapponese. Non c'è nulla che ci lega, non una parola con la stessa radice, non un piatto simile che mettiamo sulle nostre tavole.

 

Con l'Islam il rapporto è più profondo?

Soprattutto per noi italiani: anche l'Islam è parte della cultura mediterranea. L'Arabia era legata alla Siria, l'Impero bizantino, le espansioni arabe nel Mediterraneo, l'interazione con le Repubbliche marinare che portarono a nuovi mercati fecondi. Che determinarono una vera e propria integrazione che ha veicolato rielaborazioni culturali e sociali e scientifiche. Zero è parola araba, come carciofo e limone, due cibi quotidiani di noi europei. Nella nostra lingua non ci sono parole cinesi, ci sono parole arabe, berbere, turche. Le parole inglesi sono entrate nei nostri vocabolari recentemente, quelle arabe ci sono fin dal IX secolo.

 

Il marocchino non sembra più un alieno se lo si guarda da questo punto di vista.

Soprattutto non è più straniero, nel senso che non è affatto diverso da noi per cultura: è nato, cresciuto e si è formato in un sistema geo-politico, storico e intellettuale che è il nostro stesso sistema.

 

Questo per quanto riguarda la dimensione culturale, poi però ci si scontra a volte anche con la dimensione della politica, dei valori. Sul tema dei diritti civili, della considerazione della donna, delle persone omosessuali... Su questo le critiche a una “cultura retrograda” arrivano anche da sinistra.

Dobbiamo però renderci conto che tutto ciò che noi crediamo essere universale ed eterno in realtà è storico. Anche i diritti civili, anche i diritti umani. Tutto si inserisce all'interno di un processo storico che si trasforma, che non rimane immutato. Facciamo un esempio, proviamo a risvegliare Cicerone.

 

Addirittura, e cose diciamo a Cicerone?

Gli diciamo che la schiavitù è un delitto contro l'umanità, che per noi oggi è un reato che fa orrore: ti guarderebbe con occhi sgranati e ti chiederebbe, perché? Allora era normale, era nelle cose, era naturale la schiavitù. Per questo dico che nemmeno questi valori sono eterni e immutabili: sono storici. E si trasformano storicamente.

 

Ma ci sarà anche un Islam laico con il quale potersi confrontare...

Questo termine è però ambiguo, bisogna collocarlo. E bisogna distinguere tra laicità e secolarizzazione, che sono due cose diverse.

 

Ci spieghi pure la differenza.

La secolarizzazione è un approccio che riduce la questione religiosa a una questione privata, il modello di Cavour per intenderci, 'Libera chiesa in libero Stato'. La laicità è la negazione della religione, ritenere cioè che la religione sia sbagliata in sé. In sintesi: la secolarizzazione è la neutralizzazione della religione rispetto al pubblico, la laicità la sua negazione.

 

E quindi la laicità è esclusa.

Come è esclusa per il cristianesimo. Ma la questione è il rapporto con la dimensione pubblica, e l'Islam è un'ideologia religiosa che ha un'estensione nel pubblico e nel sociale, nella stessa costruzione dell'organizzazione dei rapporti. Ma non implica necessariamente una teocratizzazione dello Stato. Anzi, non è mai esistita nella storia la rivendicazione dello Stato islamico salvo alcune eccezioni della contemporaneità.

 

Mi viene in mente Khomeyni e la Repubblica islamica dell'Iran.

Appunto, una rivendicazione contemporanea che non fa parte della tradizione del pensiero politico islamico. Un'anomalia derivante dal colonialismo, dalla successiva decolonizzazione, dalla reazione dei Paesi islamici che cercavano strutture statuali che affrontassero la nuova sfida dell'indipendenza.

 

Quindi non c'è una tendenza a subordinare il potere alla religione, a legittimare lo stesso potere politico con la religione?

No, non è nella tradizione storica del pensiero politico islamico. Se poi ci sono delle incrinature nella storia, questo vale per tutti, anche per l'Occidente. Ma il discorso è mal posto: come ho detto bisogna distinguere tra laicità e secolarizzazione e poi assumere il dato storico che l'Islam è per sua natura secolare.

 

Sono argomenti difficili, me ne rendo conto. Siamo partiti dalla strage di Berlino e ora parliamo di Storia del pensiero politico islamico.

E' difficile affrontare la complessità, è molto più facile farsi bastare la banale lettura dell'Islam violento e assassino. Meglio credere che l'Islam sia altro da noi, che sia un nemico da combattere. La complessità obbliga a mettersi in gioco, troppo rischioso. La banalizzazione risponde molto meglio a quel novanta per cento delle persone che al posto della testa usa la pancia. E con la pancia non si ragiona, non si pensa. Ecco da dove arriva il mio pessimismo. 

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