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Tariq Ramadan, l'intellettuale che Bolzano non ha voluto ascoltare. Che a Trento parla di dialogo e di pari opportunità

L'autore del libro edito da Erickson interviene sui temi scottanti del rapporto tra mondo occidentale e mondo musulmano: "Io mi sento europeo, e i musulmani in Europa dovrebbero impegnarsi assieme agli altri sui temi comuni come la giustizia sociale"

Di Donatello Baldo - 24 maggio 2017 - 13:43

TRENTO. Dopo le polemiche che si sono scatenate a Bolzano all'annuncio della presentazione del libro di Tariq Ramadan (Il musulmano e l'agnostico, T. Ramadan, R. Mazzeo, edizioni Erickson), l'appuntamento è stato spostato a Trento.

 

A tanto sono riusciti quelli che senza aver mai letto una riga dell'intellettuale musulmano hanno manifestato tutta la loro contrarietà all'iniziativa.

 

A Trento, ad ascoltarlo in collegamento Skype, oltre al presidente di Erickson Giorgio Dossi e del co-autore Riccardo Mazzeo, c'erano più di cento persone, tra loro l'assessora regionale Violetta Plotegher, il presidente della Comunità islamica Breigheche, quello del Forum per la Pace Massimiliano Pilati e tante altre persone, musulmani ma non solo.

 

Tutti in attesa delle parole di questo pensatore descritto da molti come integralista, come nemico della libertà delle donne, intransigente musulmano che predica contro l'Occidente. Una vignetta costruita sulla sua persona che si cancella nel momento stesso in cui parla e il suo pensiero viene ascoltato, non appena spiega il suo punto di vista. Per nulla integralista, bensì conciliante, 'europeo', libero e carico di speranza per un futuro di coesistenza culturale e sociale tra musulmani e occidentali.

 

Parla ai fedeli dell'Islam che abitano in Europa e negli Stati Uniti: “La prima sfida che dobbiamo affrontare come musulmani è l'ipertrofia della regola, altrimenti la spiritualità diventa arida, dobbiamo imparare a vivere la spiritualità del cuore”. Ma ci sono altre sfide, dice Ramadan: “ C'è il deficit educativo, di istruzione, di cultura, i libri di testo in lingua araba sono pochi”.

 

Ma c'è anche un'altra sfida, quella della liberazione della donna, “e io mi batto da trent'anni per questo, io sono un sostenitore dello Statuto dell'indipendenza della donna musulmana”. Un tema, questo, che Ramadan affronterà anche nel seguito del suo intervento, anche nella risposta a una domanda del pubblico.

 

Ma prima parla di un'altra sfida che tutti devono affrontare, quella del razzismo. “E anche l'antisemitismo è razzismo, anzi – afferma – l'antisemitismo è anti-islamico e non può essere in nessun modo giustificato”. Eccolo un altro tratto di quella vignetta costruita su di lui che viene cancellato: era accusato di essere contro Israele, quindi antisemita.

 

“Possiamo criticare gli Stati, i loro governi – spiega – e questo non è razzismo ma libertà di critica. E io critico anche l'Arabia Saudita, Stato che mi considera persona non gradita e in cui non posso nemmeno mettere piede”.

 

Ma si rivolge ancora ai musulmani che vivono in Occidente e dice: “Non parlate sempre e solo dell'Islam voi che abitate in Europa e negli Stati Uniti, in qualità di cittadini occidentali indirizzate i vostri sforzi nelle questioni dei Paesi che vi ospitano. Con l'ascolto, con il desiderio di conoscenza e attraverso la costruzione della fiducia”.

 

Cosa che a Bolzano non è successa, perché quello che è venuto a mancare è stato proprio il rapporto di fiducia. “C'è stata diffidenza – afferma Ramadan – ha vinto la paura che non ha permesso nemmeno di ascoltare. E se volgiamo vivere insieme dobbiamo imparare a farlo”.

 

Tariq Ramadan non perde il filo, l'accenno a Bolzano è solo una parentesi, e riprende sulle questioni a cui chiede impegno anche ai musulmani. “Tutti abbiamo da dire qualcosa sulla giustizia sociale, sull'uguaglianza. E anche sulla pari opportunità delle donne”.

 

Sentiamo cosa dice a questo proposito quello descritto come estremista: “Se una donna ha le stesse competenze di un suo collega uomo deve avere lo stesso stipendio. Perché mi interessano poco le questioni legate all'abbigliamento, mi interessa invece il salario, perché quello significa autonomia per le donne, e questo significa favorire le pari opportunità”.

 

Alle persone che stupite lo ascoltano strabuzzando gli occhi e facendo sì con il capo, spiega questo: “Io sono musulmano ma la mia cultura è europea. E questa è la direzione che devono prendere i musulmani occidentali”.

 

Ramadan parla anche della situazione politica del Vecchio Continente: “Dei nazionalismi, dei partiti come la Lega Nord, come il Front National. A questa visione della politica e della società dobbiamo contrapporre la rivoluzione della fiducia, un'alleanza tra atei, agnostici, musulmani, ebrei, cristiani, senza chiuderci ognuno sulla propria isola ma collaborando assieme, in un impegno globale”.

 

“Perché – spiega – a volte mi trovo più in sintonia con una persona che non crede in Dio che con certi musulmani. Come i dittatori, i tiranni, coloro che portano violenza che non sono degni nemmeno della propria fede”. Come gli attentatori di Manchester.

 

Io ho scelto la parte della giustizia e dell'uguaglianza. È questo che mi ha insegnato la mia spiritualità”. Conclude così il suo intervento, dopo aver detto che il suo posto è dalla parte degli oppressi, contro ogni oppressione, provenga essa dal mondo musulmano o dal mondo occidentale.

 

Dal pubblico arriva una domanda che torna sul tema dell'emancipazione della donna musulmana: “Cosa pensa del velo?”. E Ramadan risponde spiegando che bisogna fare una differenza sostanziale, tra quello che copre i capelli e quello che copre integralmente il viso.

 

“Nel primo caso, nessuna legge lo impone nel mondo arabo, ma nessuna legge dovrebbe nemmeno imporre di toglierlo. Questo è sancito anche dalla Convenzione dei Diritti dell'Uomo. Dev'essere una libera scelta – spiega – non un'imposizione, né in un caso né nell'altro”.

 

Ma la questione più dibattuta è quella relativa al velo integrale: “Non è un obbligo previsto dalla religione musulmana – spiega Ramadan – non c'è scritto da nessuna parte che debba essere così. Ma abbiamo due scelte: proibirlo per legge oppure impegnarci assieme per migliorare l'interpretazione dell'Islam per quello che riguarda queste regole integraliste”.

 

Ma con la proibizione cosa potremmo ottenere? “Le donne dovranno rimanere a casa e non uscire”, sarà loro impedito di socializzare, di incontrare altre persone, di confrontarsi con altre donne. “Ma non sarà possibile proibirlo ovunque – afferma – perché nelle 'banlieue' è vietato ma sugli Champs Elyséés no, perché le ricche signore arabe vanno lì a fare shopping, spendendo migliaia di euro”.

 

Serve educazione, serve integrazione. Solo così si possono cambiare le cose, armonizzarle all'interno di una cultura. E sapete dove si trova la cultura? Sui libri – risponde Ramadan – e sapete dove si incontra l'integrazione? A scuola”.

 

Ma serve anche la capacità di saper ascoltare, quella che a Bolzano è mancata del tutto.  

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