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"Più che guardie carcerarie, servono educatori e psicologi", l'intervista a Ornella Favaro che giovedì 9 sarà al Rosmini

L'incontro è programmato per giovedì 9 febbraio all'interno 'Storie dal carcere per crescere insieme. Dalla viva voce', promosso dall’associazione Il Gioco degli Specchi con il contributo della Fondazione Cassa Rurale di Trento. Favaro: "Il reato può capitare a tutti per un lento scivolamento"

Ornella Favero
Di Luca Andreazza - 08 febbraio 2017 - 20:16

TRENTO. "Non esistono mostri, ma persone che fanno cose mostruose", si chiude così l'intervista di Ornella Favero per il Dolomiti. Riflettere sulle regole, su colpa ed espiazione, su percorsi di recupero e reinserimento: giustizia e carcere. Ornella Favero, direttrice della rivista 'Ristretti Orizzonti' del carcere Due Palazzi di Padova e presidentessa della conferenza nazionale volontariato giustizia, sarà al liceo Rosmini di Trento giovedì 9 febbraio. Questa giornata rientra nell'ambito del progetto 'Storie dal carcere per crescere insieme. Dalla viva voce', promosso dall’associazione Il Gioco degli Specchi con il contributo della Fondazione Cassa Rurale di Trento

 

La redazione della rivista è composta da persone detenute nel carcere di Padova anche nelle sezioni di alta sicurezza. Nelle riunioni quotidiane i redattori, sotto l’esperta guida di Ornella Favero, si confrontano sui loro vissuti per riprogettare la loro esistenza, raccolgono e divulgano attraverso una newsletter gli articoli nazionali di argomento carcerario, organizzano convegni di riflessione sulla questione carceraria e, più in generale, della giustizia in Italia. 

 

I giovani e i detenuti si confrontano in un dialogo spesso molto franco in cui trovano spazio i sentimenti più contrastanti che vanno dalla rabbia legittima di chi ha subito la violenza di un reato e dal disprezzo per i colpevoli, alla compassione verso le vittime e al diritto di redenzione sociale dei condannati, grazie a percorsi di reinserimento che prevedano magari anche momenti di riconciliazione. L'incontro prevede anche un corso di formazione in vista della visita al cercare di Padova.

 

Ogni anno incontra migliaia di studenti. I detenuti raccontano la loro storia a partire dall’assunzione di responsabilità del reato commesso. Si parla di droga, furto e rapina, di omicidi passionali o legati alla criminalità organizzata. Un confronto per creare una nuova cultura.

Questo percorso è iniziato 13 anni fa, i detenuti oppure ex detenuti raccontano le loro storie personali non per soddisfare le curiosità dei ragazzi, ma per far capire ai più giovani come si può giungere al reato. Un gesto che può capitare a tutti in prima persona oppure ai propri famigliari. Non sempre il reato è una scelta oppure una conseguenza del contesto sociale. E' necessario creare quella consapevolezza che il reato può essere il frutto di piccole scelte sbagliate, un lento scivolamento: sono tanti i comportamenti a rischio, come mettersi alla guida dopo aver bevuto oppure l'assunzione di droghe leggere. 

 

Il 17 dicembre scorso Luca Soricelli si toglieva la vita nel carcere di Spini. Rinchiuso dopo aver dato fuoco al distributore. seppur noto ai servizi psichiatrici, è stato valutato compatibile con una struttura carceraria. Perché succede?

Il disagio e la marginalità è meglio nasconderla e non vederla e per questo il carcere viene considerato, a torto, la soluzione di tutti i problemi sociali, invece di intervenire inviando queste persone in Comunità oppure seguirle dal punto di vista psichiatrico. Uomini e donne più fragili non reggono e questi gesti accadono. Non bisogna lasciarsi travolgere dalle campagne di odio e vendetta: trovare e punire il colpevole a tutti i costi. La realtà è sempre più complessa di quando invece si tende sempre a semplificare. Un esempio è quanto successo a Vasto: il ragazzo ha evidentemente commesso un errore, ma non è scappato, si è fermato a prestare soccorso. I giudizi, l'opinione pubblica, il grido contro l'impunità e la caccia al mostro hanno fatto il resto. 

 

Un tema sempre all'ordine del giorno è il sovraffollamento delle carceri e il personale carcerario sottodimensionato. Tutto si esaspera, non mancano tensioni e qualche volte le guardie subiscono violenza.

E' scarso soprattutto il personale nel campo degli educatori e dei psicologi. Il disagio si acuisce e le risorse per fornire quel sostegno alle persone che hanno bisogno di aiuto è assolutamente insufficiente. 

 

Capita però anche il contrario e la violenza diventa un meccanismo di rieducazione.

Ogni tanto succede, ma sono semplici episodi isolati che però producono tanto rumore. Negli ultimi anni sono stati introdotti importanti sistemi di trasparenza. Una volta non si poteva sapere cosa sarebbe accaduto all'interno del carcere, oggi invece il volontariato e il Garante dei detenuti sono un punto di riferimento per il detenuto e per la famiglia. La persona detenuta ha maggiori garanzie e sicurezze. Il Garante ha fatto visita anche al carcere di Trento, redigendo un rapporto molto critico e non tenero, segno che quanto messo in campo per migliorare la situazione carceraria dei detenuti e del personale funziona e la strada intrapresa è quella giusta. 

 

Un altro problema è quello dei detenuti in attesa di giudizio. 

Una criticità del sistema italiano. L'Italia ha il rapporto più alto fra detenuti in attesa di giudizio e colpevoli. Se c'è il pericolo di fuga è un discorso, ma questo aspetto andrebbe tenuto maggiormente sotto controllo e soprattutto ridotto. A mio avviso la carcerazione preventiva è il risultato della pressione mediatica che cerca un colpevole ad ogni costo. Si è passati dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza. Un telefilm americano potrebbe spiegare meglio la corretta procedura e la distorsione del giustizialismo italiano.

 

L'attentato di Berlino ha fatto emergere l'esistenza del problema della radicalizzazione nelle carceri.

Questo è un alibi, anzi è urgente attivare un percorso di apertura e garanzia. Se un detenuto sembra attratto dalla radicalizzazione e si agisce isolandolo, carcerandolo nelle sezioni speciali e togliendogli i diritti l'approdo diventa inevitabile. 

 

Nelle carceri esiste l'etica interna?

Esistono le sezioni protette, dove vengono incarcerate le persone che si sono macchiati di crimini sessuali e i collaboratori di giustizia. La società anche in questo caso esercita una pressione sui carcerati per atti sessuali e c'è la condivisione dell'idea che queste persone debbano pagare un prezzo più alto. Anche qui sarebbe necessario fermarsi un attimo e analizzare le diverse storie: si tratta in molti casi di una patologia, chi ha subito abusi in giovane età spesso tende a ripetere gli stessi gesti e allora forse la soluzione ideale sarebbe curare il detenuto in strutture psichiatriche. Esiste una scarsa cultura alla quale bisogna prestare attenzione: i mostri non esistono, esistono persone che fanno cose mostruose.

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