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Mussolini e il Trentino: dall'anticlericalismo (che qui sviluppò al massimo) a quella sensazione ''paurosa e lugubre'' passando vicino al Buon Consiglio

Pubblichiamo la prima parte di un bellissimo approfondimento dello storico Vincenzo Calì sul ''Mussolini trentino'', il suo rapporto con la Chiesa e con i clericali locali (''essi sono austriacanti'' che cantavano ''Colla pell de Garibaldi/ Ne faremm tanti tamburi/ Tirolesi stè sicuri/ Garibaldi no ven pu'') e i suoi articoli per Cesare Battisti (dalla santa di Susà al disastro edilizio di Rovereto)

Di Vincenzo Calì - 01 maggio 2019 - 19:07

Mentre il libro dello storico trentino Francesco Filippi “Mussolini ha fatto anche cose buone” / sottotitolo: “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo” è diventato un vero caso letterario nazionale (QUI PRESENTAZIONE DEL CORRIERE) abbiamo la fortuna di poter pubblicare sulle pagine de IlDolomiti un'articolata inchiesta su quel che Mussolini ha fatto mentre era in Trentino realizzata dallo storico Vincenzo Calì (già docente di storia contemporanea all'Università degli Studi di Trento e direttore per due decenni del Museo storico di Trento. Tra le tantissime cose fatte, in qualità di curatore dell’Archivio Battisti ha seguito in particolare all’interno della collana editoriale del Museo storico le pubblicazioni battistiane della serie “Fonti Archivio Battisti”. Le sue ricerche vertono in modo particolare sulla storia del Novecento).

 

Questa la prima parte, domani la seconda, che arriverà a riflettere sulla fondamentale domanda posta dalla vedova di Cesare Battisti nel '47: “Come riconoscere nel “duce” imperialista, nazionalista, il rivoluzionario antimilitarista, internazionalista? Come, nell’alleato del Vaticano, il violento anticlericale, il propagandista del libero pensiero? Come nel fastoso (fino alla goffaggine) dittatore, la finezza, talora aristocratica, del ribelle, che affrontava miseria e carcere per la rivoluzione proletaria? Chi diceva la verità? Chi aveva ragione? Gli apologeti o i detrattori?”.. Buona lettura.

 

 

 

Il Benito Mussolini che giunge a Trento nel febbraio del 1909 per assumere la carica di segretario della locale camera del Lavoro, nonostante la giovane età ( 26 anni da poco compiuti ) ha alle spalle una attività di pubblicista di tutto rispetto. Dopo quel primo articolo sui diritti della scuola del dicembre 1901 scritto appena conseguita la licenza magistrale, era passato dalla collaborazione nel 1902 “all’Avvenire del lavoratore” di Losanna, alla direzione del periodico “La Lima” di Oneglia, alla collaborazione a “Pagine Libere” di Angelo Oliviero Olivetti e al “Pensiero romagnolo” di Gaudenzi; innumerevoli erano state le conferenze e i contraddittori che aveva tenuto nella sua natia Romagna e all’estero, nel suo peregrinare fra Losanna, Ginevra, Coira, Friburgo e Lugano; fu però Trento il luogo in cui il futuro duce del fascismo, stipendiato dalla Camera del lavoro della città del Concilio, ebbe modo di interessarsi nei ritagli di tempo delle cose di casa d’Austria, ed oltre a proseguire nella stesura di interessanti articoli giornalistici, poté progettare le sue opere storico-letterarie: Giovanni Huss il veridico, Rodolfo d’Austria, Il Trentino veduto da un socialista e il romanzo d’appendice Claudia Particella l’amante del Cardinale.

 

Proprio allo scadere del sessantesimo anniversario della tragica fine di Mussolini, fu ripubblicato dal settimanale “Gente” ( i ) lo scritto su Rodolfo d’Austria, incentrato sulla tragedia di Mayerling. Il manoscritto, sfuggito al sequestro ai tempi dello sfratto di Mussolini da Trento e tornato nelle mani dell’autore nel ’26, fu pubblicato nel 1973 dal “Borghese” ed è conservato nella biblioteca dell’università di Stanford negli Stati Uniti. Del 1988 è la ristampa di Giovanni Huss il veridico con ampia prefazione di Renzo De Felice, al 2004 risale l’ennesima ristampa, con prefazione di Franco Cardini, del libretto di Mussolini sul Trentino, mentre del romanzo d’appendice Claudia Particella l’amante del cardinale, apparso sul giornale “Il Popolo” di Battisti, l’ultima ristampa, ormai introvabile, risale al 1983.

 

La fortuna di questo corpus di scritti anticlericali, ( ii ) che lo stesso Mussolini aveva contribuito a togliere dalla circolazione negli anni venti del secolo scorso per l’evidente ostacolo che essi avrebbero potuto rappresentare nell’azione di avvicinamento alla Chiesa di Roma, fu in gran parte dovuta ai suoi avversari politici antifascisti i quali - come aveva osservato Renzo De Felice nell’introduzione alla ristampa del Giovanni Huss - dipingendolo come un voltagabbana, erano interessati a mettere in cattiva luce il capo del governo italiano di fronte all’opinione pubblica europea. E’ da Paolo Valera, il direttore de “La folla”, che si cimentò con la biografia di Mussolini all’indomani del delitto Matteotti, che veniamo a sapere che è nel “laboratorio trentino” che il giovane militante socialista affina il suo armamentario politico contro la Chiesa istituzione e il potere costituito: ''Io l’ho trovato a Trento, redattore capo del giornale “Il Popolo” di Battisti. Non era un grande giornale. Faceva più della cronaca che della politica. La politica, nei possedimenti austriaci, dava molte noie a coloro che ne scrivevano. Si veniva chiamati nei gabinetti delle teste poliziesche, redarguiti, censurati, espulsi. Benito Mussolini subì tutte queste cose. In quel tempo il futuro duce del fascismo soffriva. Aveva una forte flussione alle gengive. Malgrado i dolori egli migliorava il suo tedesco e metteva assieme un martire della religione, una specie di Savonarola che gli hanno pubblicato Podrecca e Galantara, della ditta dell’ “Asino”''. ( iii)

 

Anche Renzo De Felice, pur avendo dei dubbi sul luogo e il tempo in cui il nostro andò imbastendo la sua opera in ricordo del riformatore boemo finito sul rogo nel 1415, non esitò ad affermare che fu il contesto trentino a fungere da stimolo: “ Non crediamo di sbagliarci dicendo che se, per un verso, dall’esperienza trentina nacque, a livello pamphlettistico e per aiutare l’autore a sbarcare il lunario, la Claudia Particella, da essa, per un altro verso, Mussolini dovette uscire rafforzato nell’idea di metter mano ad una compiuta ricostruzione della “esemplare” vicenda di Huss”. ( iv ) Si diceva dell’uso che gli antifascisti fecero di quest’opera negli anni venti, quando, a trattative concordatarie con la Chiesa già avanzate, l’opera sparì dalle librerie per volontà del Duce: decisione ovvia, se solo ci si sofferma sul passo del libro a commento dell’episodio in cui Huss, già in prigione e in attesa del verdetto del Concilio di Costanza, riceve il “salvacondotto” dell’autorità imperiale, passo che già Ernesto Rossi aveva sottolineato: «Quando porge la man Cesare a Piero / Da quella stretta umano sangue stilla». ( v)

 

Il periodo trentino di Mussolini, apertosi con la commemorazione di Giordano Bruno (Dove il rogo arse… sul “Popolo” del 17 febbraio 1909) ( vi) viste le feroci critiche espresse dallo stesso al potere costituito, alla Procura di Stato che “imbavagliava la libera stampa”, non poteva che chiudersi con lo sfratto dell’agitatore socialista dai territori d’Austria e il suo rientro in Romagna, ( vii). Come già accennato sfuggì al sequestro delle carte di Mussolini ( viii ) il manoscritto su Mayerling; nel corsivo di commento alla pubblicazione di quell’inedito, Giorgio Pini osservava che, rispetto allo scritto su Claudia Particella, quello sulla tragedia di Mayerling ( ix) “ ha ben altra importanza: è evidente che Mussolini si proponeva tre precisi bersagli. E’ infatti scritto in chiave antiasburgica, antiromantica, anticlericale” come si evince, aggiungiamo noi, dal quadro che l’autore ci presenta della corte degli Asburgo: “Alla corte di Vienna, imperano i gesuiti. L’ordine di Ignazio è responsabile della miseranda fine di Elisabetta. Ma se il Dio dei troni ha concesso una longevità eccezionale a Francesco Giuseppe, vi è stato un altro dio, quello delle vendette, che ha macchiato col sangue di molte misteriose tragedie domestiche, le pagine della storia degli Asburgo: da Massimiliano fucilato a Queretaro nel Messico, a Rodolfo suicidatosi a Mayerling, a l’imperatrice Elisabetta caduta a Ginevra sotto il pugnale di Luccheni….” ( x)

 

Della produzione trentina di Mussolini vanno anche ricordati ”i medaglioni” scritti per il foglio sindacale “L’avvenire del Lavoratore” che , come è stato giustamente sottolineato, ben illustrano la concezione “religiosa” del socialismo mussoliniano: “intrisa cioè di idealismo e di attivismo, nella quale c’era sempre meno posto per il materialismo e il determinismo ma nella quale un ruolo-chiave continuarono a rivestire la critica al parlamentarismo, al riformismo,e allo spirito borghese che egli vedeva incarnato esemplarmente nelle figure dello speculatore , “prodotto tipico della società borghese”, dello strozzino, “il corvo che segue i cadaveri della società borghese“, del viveur, del magistrato, del blasonato, della signora onesta e dell’uomo serio, quest’ultimo autentica “zavorra sociale”, dato che “ La civiltà è l’opera dei cosiddetti pazzi!”. ( xi) In continuità con la precedente esperienza Svizzera, fra gli articoli troviamo pezzi di autentico anticlericalismo, come nell’ intervista alla Santa di Susà, un classico del giornalismo d’inchiesta, apparso sul “Popolo” e ripubblicato da Mussolini sotto forma di estratto, al prezzo di 6 centesimi, con la seguente prefazione: “….Il processo e i casi per cui la povera contadina di Susà ebbe per qualche tempo gli onori della santità, sono forse analoghi a quelli delle altre sante che la chiesa cattolica ha posto sugli altari. Superstizione, miseria, ingenuità da una parte; raggiro, abuso, furberia dall’altra, e una solenne, documentale smentita a certi voti di castità che non possono essere mantenuti senza forzare la natura umana…” ( xii )

 

E’ sui costumi della Chiesa, con il romanzo d’appendice scritto per il “Popolo”che fece schizzare verso l’alto le vendite del giornale socialista (con Cesare Battisti che implorava che la storia non finisse, pena il calo delle vendite, e Mussolini che minacciava il direttore del giornale di far morire la povera Claudia se non giungevano le poche lire di compenso pattuite articolo per articolo) ( xiii) che l’anticlericalismo mussoliniano raggiunge l’apice. Battisti fu prodigo di consigli a Mussolini durante il lavoro di stesura del romanzo, come attesta questo appunto restituito dal dittatore ( xiv ) ad Ernesta Bittanti nel 1938: “Carissimo, Ho ricevuto le nuove puntate. Il romanzo è letto con molta avidità e la vendita a Trento ne ha avuto notevole vantaggio. Pel giorno stabilito avrai le 25 lire. Non so se tu conosca un episodio dell’opera del Particella, episodio che potrebbe servirti nel romanzo. Il Particella fu dal Madruzzo mandato in valle di Non a prendere cognizione dell’esistenza di streghe che turbavano la pace dei paesi di Fondo, Castelfondo, Brez…”. Sempre Battisti, in una cartolina inviata a Forlì il 18 febbraio del 1910, tiene informato il suo ex-capo redattore, che aveva sollecitato un pagamento, ( xv  ) sull’andamento delle vendite: “Spero che i denari – spediti- non appena potei, ti saranno giunti in tempo. L’appendice è ora esaurita e vi è urgenza che tu mi mandi alcune puntate. Stabiliscimi poi per tempo quando desideri il residuo importo. L’appendice è letta con molta avidità . I compensi finanziari sono scarsi, ma rischi di avere un monumento in piazza del Duomo. Saluti cordialissimi tuo Cesare Battisti”.

 

Nell’ultimo capitolo del romanzo così Mussolini descrive i commensali che parteciperanno al banchetto in cui Claudia Particella morirà avvelenata:

«Claudia, tornata a Trento, tornata vicino al pericolo per meglio spiare le mosse dei suoi nemici mortali e parare i colpi, tornata dal cardinale per concedergli un’ultima lusinga d’amore… non mancò alla luculliana imbandigione... Il convitare con donne, con molte donne e gaie, era abitudine universale anche fra i gerarchi della Chiesa di Roma. I convitati indossavano vesti splendide, adorne di oro e di argento. Sul petto dei cardinali non brillavano croci: un elementare senso di pudore aveva consegnato di riporle, di nasconderle. Il Crocifisso che non ebbe pietra su cui posare il capo, né pane, non doveva assistere neppure nell’effige scolpita alla cena succulenta dei suoi tardi seguaci….».

 

Negli articoli scritti per “Il Popolo” e “Vita Trentina” il socialista romagnolo rivela una discreta vena letteraria, come quando descrive la fossa del Castello del Buonconsiglio, luogo che già era stato teatro della fucilazione dei 21 patrioti dei Corpi Franchi nel ’48 e destinato a ridiventare tale, luogo tenebroso, che suscitava in lui angoscia e paura quando di notte lo lambiva rientrando nella sua abitazione di via della Cervara: “ Di notte, verso l’alba - quando la luna si nasconde dietro le vette del Bondone – la fossa del castello nella penombra assume un’apparenza fantastica , paurosa, lugubre…. Dall’alto al basso la patina grigia, il colore del tempo che cancella il passato e ne copre i resti di una tinta melanconica, uniforme… Il giardino che ai tempi gloriosi del Madruzzo era “ricco di di piante e di fiori vaghissimi e d’ingegnosissimi giochi d’acqua è oggi deserto, abbandonato. L’arpia di un grande assassinio ha fatto il suo nido fra i rami. Al posto delle aiuole stanno oggi attrezzi da ginnastica e sagome di legno; i giochi d’acqua quali ci furono descritti e tramandati nelle cronache dei contemporanei dei prìncipi trentini, sono scomparsi…”. ( xvi)

 

Anche negli scritti da “inviato speciale” troviamo sprazzi letterari, come nella chiusa di un articolo su di un incidente mortale in un cantiere (Il disastro edilizio di Rovereto) apparso su Il Popolo del 4 agosto 1909 e sfuggito all’Opera Omnia :“ Son le due, quando inforco la bicicletta e mi avvio verso Trento. E’ uno splendido chiaro di luna. La strada bianca, diritta lusingatrice è quasi sempre incassata fra i muriccioli, oltre i quali è tutta una festa di verde cupo. Sulla riva destra dell’Adige i villaggi hanno un candore orientale. Il vento mi sferza la faccia. Pedalo furiosamente. Lo spettacolo del plenilunio mi ricorda i versi di Giovanni Prati: Quando la fredda luna / Sul largo Adige pende... I villaggi della riva sinistra sono quasi tutti immersi nell’oscurità. Qualche dolce muggito di giovenca, qualche latrato di cane. Incontro due vagabondi che proiettano una grande ombra sulla strada. Alzano il capo con un cenno di meraviglia. Sono i vagabondi di Richepin, che si mettono in cammino prima dell’alba e si distendono sugli improvvisati giacigli dopo l’<Ave Maria> serale. Sono i vagabondi della vita libera e torturata, i fratelli dei lavoratori che muoiono sulle fabbriche nella fatica che produce, nobilita e uccide.” ( xvii)

 

Venendo al pezzo politicamente più meditato ( xviii) della produzione mussoliniana legata al Trentino, al libretto pubblicato per i tipi della “Voce” di Prezzolini, esso, come abbiamo già avuto modo di osservare ( xix) ci consegna una lucida analisi del Trentino di inizio secolo quando, descrivendo le forze politiche ivi preponderanti, ne mette in luce la tiepida italianità: “Per i clericali trentini il nemico è l’Italia. Essi sono austriacanti. Nel loro giornale si leggeva che se si vuol ottenere qualcosa dallo Stato austriaco bisogna essere fedeli sudditi. Nei ricreatori cattolici si cantava e forse si canta ancora questa strofetta : “ Colla pell de Garibaldi/ Ne faremm tanti tamburi/ Tirolesi stè sicuri/ Garibaldi no ven pu” ( xx ). 

 

Giudizi questi, sugli italiani d’Austria, confermati in seguito da Mussolini, divenuto capo del governo, nelle conversazioni con Yvon De Begnac: “Battisti fu molto diverso dai battistiani di fede socialdemocratica trentina. Fu estremamente diverso, come irredento, dai trentini che, con De Gasperi e Gentili non intendevano davvero volersi far redimere in senso nazionale italiano. Egli ragionava alla maniera degli antitrialisti cechi Masaryk e Benes. Autonomia come libertà amministrativa “totale”: questo il massimo del suo cedimento alla volontà unitaria dell’impero. Ma l’Europa era il suo traguardo, sempre attraverso un’Italia fatta cosciente del dovere di unire civiltà e non di selezionare sudditi….. Quando si sparse la notizia della cattura di Battisti sul monte Corno, io sperai, ardentemente sperai che egli fosse stato ucciso in combattimento. Allorché sapemmo del processo ( dispacci telegrafici delle agenzie neutrali ce lo dissero spietatamente ) non ebbi dubbi. Battisti recava da sempre nel volto, in quel sorriso ognor carico di dolcissima melanconia, il senso del distacco da tutti noi, che si stava realizzando nel segno del destino che soltanto a lui sembrava appartenere.” ( xxi)

 

 

 

QUI LA SECONDA PARTE

 

 

i “Gente”, dicembre 2005, pp.62-72.

ii Il corpus presumibilmente avrebbe dovuto includere anche una Storia della filosofia, “ …grosso scartafaccio mandato in fumo e fiamme – ma apposta, per gelosia – da una giovane donna del popolo: Tanti nomi stranieri era riuscita a decifrare, così all’ingrosso, in quel rotolo di carte, non dubitò che si trattasse di nomi femminili, e credette a una corrispondenza amorosa su cui far vendetta…. queste per lo meno son congetture, desunte dalle idee e dallo stile attuale dell’uomo, e dalle laconiche allusioni, a lui strappate sull’argomento dello studio, che gli era costato lungo lavoro:” Margherita Sarfatti, Dux,Mondatori,1926, p.110. Nel XXXIII volume dell’opera omnia di Benito Mussolini veniva ricordato che del romanzo Claudia Particella apparvero tre edizioni in lingua inglese (1928, ’29,’30) e sempre nel 1930, edizioni in polacco, spagnolo, tedesco e bulgaro, a cui vanno aggiunte edizioni in russo ( Riga 1929) olandese ( Amsterdam 1929 ) spagnolo ( Buenos Aires 1933 ) portoghese ( Lisbona 1931 ) e lituano (Kaunas 1931 ). La reperibilità del romanzo nelle biblioteche europee venne verificata dall’antifascista Ernesto Rossi, che ricordò di averlo potuto leggere solo a Londra, nell’edizione inglese del 1929. Ernesto Rossi, Il manganello e l’aspersorio, con postfazione di Mimmo Franzinelli, Milano, Kaos edizioni, 2000, pp.23-24. Anche per Il Trentino veduto da un socialista ampie anticipazioni apparvero sulla stampa italiana e svizzera, mentre una traduzione tedesca “ad uso interno” è ancor oggi reperibile in Austria.

iii Paolo Valera, Mussolini, MeB Publishing ,2000, p.15. L’opera di Mussolini Giovanni Huss il veridico uscì nella collana “I martiri del libero pensiero”, Roma, Podrecca e Galantara, 1913, al prezzo di lire una.

iv Benito Mussolini, Giovanni Huss il veridico, Bonanno, Palermo ,1988, introduzione, p.15. Per quest’opera, oltre ad edizioni in tedesco ed inglese, De Felice aveva accennato , ma in termini dubitativi, anche ad una traduzione in boemo, che abbiamo effettivamente ritrovato in una ristampa degli anni trenta ( Mussolinjho kniha o Janu Husovi, muzi pravdy , Jan Jranek, Turnov, 1937) seguendo la pista indicata da Margherita Sarfatti : “ ..Giovanni Huss, libro che non fu bruciato, ma dato alle stampe, e persino tradotto in boemo. Pare che sia l’unico libro notevole scritto in italiano intorno al precursore eretico di Martin Lutero::”Margherita Sarfatti , Dux, Mondatori ,1926, p.110.

v L’osservazione di Rossi a proposito della citazione carducciana riportata da Mussolini in Giovanni Huss il veridico fu che « A distanza di soli tre lustri poteva costituire il migliore commento ai Patti del Laterano, conclusi dall’ex apologeta del riformatore boemo». Ernesto Rossi, Il manganello e l’aspersorio, cit., pp.23-24

vi l’articolo in questione chiude ricordando “ Cesare Vanini da Lecce, arso vivo a Tolosa per ateismo nel 1619, che enuncia molte delle idee evoluzionistiche accettate dagli antropologisti moderni, sì che il Canestrini lo mette fra i precursori di Darwin e di Lamarck; il domenicano Tommaso Campanella, che passò ben 27 anni della sua vita nelle sotterranee mude della sacrosantissima Inquisizione; il domenicano Bruno da Nola… Con quest’ultimo sembra culminare la tragica battaglia fra il dogma e la ragione, tra la scienza e la fede ….”, Opera Omnia, cit. vol.II, p.13.

vii Dove tenne, in contemporanea con quanto avveniva a Trento, una commemorazione di Francisco Ferrer giustiziato in Spagna, come testimonia la cartolina postale inviata a Battisti il 17 ottobre del 1909: “ Carissimo direttore, oggi a Cervia dove mi trovavo per un comizio pro-Ferrer ho avuto occasione di conoscere l’avv. Ernesto Re, col quale ho parlato della possibile combinazione del Secolo. Egli mi ha assicurato che andrà e prossimamente. Sarà bene che tu scriva a Cabrini e a Romussi nel senso che sai. La Rana ha pubblicato un magnifico ritratto di Francisco Ferrer, con un’epigrafe di Giovanni Pascoli- non costa che 20cnt. –Parlane con gli amici-saluti- tuo Mussolini.”

viii Oggetto del sequestro, a detta di Mussolini, un metro cubo di scartafacci. Paolo Monelli così ne riferisce in Mussolini piccolo borghese: “Lettere e manoscritti e carte della musica e un lavoro teatrale in cui aveva speso tempo e fatica; si lamentò poi Mussolini che nella camera non erano rimasti che i vestiti, l’orologio e il violino”; la citazione è ripresa da Stefano Biguzzi in L’orchestra del Duce, Torino 2003, p.12.

ix “Il Borghese”, 1973, anno XXIV, n.30, p.819

x Ibidem, p. 820.

xi Alessandro Campi, Mussolini, Il Mulino 2002, pp.105-106.

xii Opera omnia di B. Mussolini, vol. II, p.159.

xiiiScambio di battute gustosamente raccontato da Margherita Sarfatti in Dux, Mondatori, 1926, p.112. Mussolini, nelle sue conversazioni con Yvon De Begnac, sostenne all’opposto che “ Su Claudia Particella si è fatto molto romanzo. La realtà è semplice. Battisti voleva aiutarmi. Claudia era il mio solo provento nella stagione successiva alla mia cacciata da Trento. Ero io a farne durare le puntate, a moltiplicare i capitoli. Il lavoro mi appassionava come narratore di una storia popolare. Tutto qui.” Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura di Francesco Perfetti, Il Mulino, 1990, p.21.

xiv La restituzione avvenne per tramite del battistiano Cesare Berti.

xv Il contenuto della lettera di Mussolini a Battisti, se conferma da una parte lo stato di indigenza del direttore della Lotta di Classe, lascia anche trasparire le cattive condizioni economiche in cui versava Il Popolo di Battisti: “ Caro Direttore, come avrai visto dal giornale che ti ho mandato , mio padre trovasi colpito da paralisi all’ospedale. Per installarcelo . abbiamo vuotato la casa. Bisogna anticipare l’importo per un mese di degenza: tre lire al giorno. La mia crisi finanziaria è acutizzata dal mio faux-menage iniziato nel gennaio. Puoi pensare che io non ho scritto Claudia P. per i begli occhi delle Claudie trentine attuali- né del resto per speculare sul Popolo. Verbis brevis io ti chiedo 200 lire. Non spaventarti, amico mio. Leva da tal somma le 65 lire che ti debbo per la stampa della Santa di Susà e le 20 che mi consegnasti a Verona. Rimangono 115. Converrai che romanziere non deprezzò mai a tal punto la sua prosa narrativa. Senti: per il 16 corrente ho uno di quegli impegni che torcono il collo: Mandami 65 lire- le altre 50 me le darai quando vorrai. Più che una ricompensa, mi farai un piacere e te ne sarò frato. Ad ogni modo scrivimi subito qualche cosa. Spero che non farai il sordo, ma ricordati che stroncherò il romanzo. Absit injuria verbis e ciao tuo Mussolini”:

xvi Opera Omnia, cit. vol II, p.200.

xvii L’articolo mi è stato segnalato da Fabrizio Rasera, che ne fece oggetto di un articolo per il quindicinale Questotrentino.

xviii E’ questo anche il giudizio espresso da Franco Cardini nella premessa alla ristampa anastatica del volumetto ad opera dell’editrice “La finestra”. Cfr. p.VIII

xix V: Calì. Mussolini, Prezzolini e la trentinità, Una vivace polemica di inizio secolo, BMRLL, XXXV, n.1, p. 40.

xx Il Trentino veduto da un socialista, Quaderni della Voce, Firenze 1911, p.49.

xxiYvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, cit. Alle pagine 20-25 degli stessi Taccuini Mussolini sottolinea a più riprese di aver molto appreso, per la sua formazione politica, da Cesare Battisti.

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