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Parte LaikoDay, l'intervista a Mina Welby che sarà ospite al festival del pensiero laico di Arco. "La politica affronti il tema dell'eutanasia"

La moglie di Piergiorgio Welby presenterà il docufilm "Love is All": dal 31 marzo al 1 aprile il tema dei diritti torna al centro. Tra gli altri ospiti Beppino Englaro e Giuliana Sgrena

Pubblicato il - 31 marzo 2017 - 11:20

ARCO. Parte oggi la seconda edizione di LaikoDay che si svolgerà tra venerdì 31 marzo e sabato 1 aprile presso il Centro giovani "Cantiere 26". Torna dunque l'appuntamento con il pensiero laico organizzato dai Laici trentini per i Diritti Civili e patrocinato dalla Comunità di Valle e dai comuni di Arco e Riva del Garda.

 

Cinque conferenze e una "tavola rotonda", ventitré associazioni che si presenteranno, il docu-film su Piergiorgio Welby. Due giornate intense durante le quali si parlerà di fine vita e di sessualità dei disabili, della mancanza di laicità sui social e del rapporto fra donne e religione con ospiti competenti e importanti anche simbolicamente per le battaglie condotte, come Mina Welby, Beppino Englaro, Giuliana Sgrena.

 

Tutto il programma è disponibile qui Si comincia questa sera alle 20,30 con il docufilm "Love Is All - il viaggio di una vita per l'autodeterminazione", diretto da Francesco Andreotti e Livia Giunti. Dopo il film, il dibattito al quale parteciperanno Beppino Englaro, papà di Eluana, e Mina Welby, moglie di Piergiorgio. 

 

Mina Welby, secondo lei che cosa significa “laicità” al giorno d'oggi?

La mia concezione della laicità è molto ampia. Laico significa popolare, del popolo, della gente comune. Laikoday parlerà di apertura verso tutti, anche verso i credenti, verso persone con spiritualità diverse. Si tratta di una visuale moderna, includente, dove viene lasciato spazio a tutte le culture. 

 

E questa sera verrà presentato “Love is all – Il viaggio di una vita per l'autodeterminazione”, il documentario che avrà per protagonista suo marito Piergiorgio. Come è nato questo film?

“Love is all” è nato in modo molto spontaneo. Tutto è cominciato nell'aprile del 2007, qualche mese dopo la morte di mio marito Piergiorgio. In quel periodo sui tetti della Facoltà di Economia della Sapienza si stava effettuando l'inanellamento di una coppia di falchi che proprio lì avevano nidificato ( pratica che consiste nell'attaccare un piccolo anello metallico sulla zampa degli uccelli, soprattutto selvatici, per poterli identificare in seguito, ndr).

 

Ma cosa c'entra l'inanellamento dei falchi?

C'entra, c'entra, perché in quel periodo Francesco Andreotti, fotografo, e Livia Giunti, documentarista, poi divenuti gli autori di “Love is all”, erano impegnati nelle riprese dei falchi che abitano i cieli della capitale. Anche Piergiorgio era frequentatore di questo nido.

 

In che modo lo frequentava? Di sicuro la sua condizione non gli permetteva di salire sui tetti e scrutare il nido dei falchi.

Lo faceva attraverso una webcam. Piergiorgio, nell'ultimo anno della sua vita, si era iscritto al forum di un blog di birdwatchers. Osservava questo nido dallo schermo del suo computer, seguiva in diretta la vita dei due falchi pellegrini, Aria e Vento, che vivono da anni sul tetto della Sapienza di Roma.

 

Così poteva uscire dalla sua stanza, dal suo letto. Che significato aveva per Piergiorgio osservare questi rapaci volare nel cielo?
Questo nido è stato per lui non solo un passatempo, ma anche anche un alleggerimento delle giornate pesanti che stava passando. Piangeva e rideva assieme.

 

Quindi, da un nido di falchi si sono dischiusi anni di collaborazione e amicizia con Livia e Francesco?

Tutto è nato da sé. Livia venne a casa mia, le feci vedere i lavori di Piergiorgio, le sue poesie. Ha potuto conoscere quali fossero le sue passioni che spaziavano tra pittura, fotografia, letteratura, politica e filosofia. Da questo momento è nato un progetto che nel tempo è cresciuto, si è evoluto e ha dato come frutto “Love is all”.

 

Un documentario che racconta la vita di Piergiorgio.

Sì, dalla sua nascita fino al giorno del funerale, di quando era bambino, di quando era adulto. Certo che parla anche della sua patologia, ma anche dei suoi pensieri, della sua ironia, delle sue difficoltà. C'è veramente tutto in questi 59 minuti, quasi un'ora di una potenza straripante.

 

Piergiorgio guardava i falchi su uno schermo e ora siamo noi che vedremo su uno schermo la vita di Piergiorgio.

Livia e Francesco dicono spesso quanto sia stato importante cambiare prospettiva, smettere di spiare gli uccelli con sguardo da ornitologi e cominciare a scrutare gli uomini con l'occhio di un falco. E così un intero mondo ci si è rivelato in tutta la sua drammatica vitalità.
 

Spesso si teme la morte, ma non se ne conosce il significato. Mina, secondo lei cosa significa morire?

La morte non è la fine, è un modo di ritenere noi stessi speranza per il futuro, dove le generazioni successive possano trarre insegnamenti e costruire con i piccoli mattoncini che abbiamo formato un qualcosa di nuovo. Quando moriamo siamo come un seme: da questo seme deve crescere qualcosa di nuovo.

 

E come possiamo rapportarci in modo autentico alla nostra fine?

A Piergiorgio piaceva tanto l'espressione di Hans Georg Gadamer: “Il morire non è un momento dove uno si addormenta e non si risveglia più, ma è un fatto di apprendimento”. La vita a un certo punto termina. Noi andiamo evolvendo, crescendo: l'esistenza è come un talento che possiamo aumentare, migliorare, rendere appetibile per altri con la ricchezza che noi mettiamo in questa vita.

 

Come ogni vita è unica, così lo è anche ogni morte: ogni uomo ha il diritto di decidere come morire. Perché la politica non è disposta al dialogo?

I nostri parlamentari devono ricordare una cosa: nessuno deve giudicare la vita dell'altro. I diritti delle persone devono essere rispettati pienamente, e questo lo dice anche la nostra Carta Costituzionale: prima di tutto il rispetto della nostra dignità (articolo 3), la nostra libertà (articolo 13), il rispetto del nostro corpo come noi vogliamo che sia trattato.

 

Ma la politica non affronta nemmeno il tema.

Il tema viene sorvolato, evitato. I parlamentari dovrebbero trascorrere una giornata in una famiglia con un malato affetto da Sla, Parkinson, Alzheimer, magari con una famiglia che ha pochi soldi, che fa fatica anche economicamente a tirare avanti.

 

Così capirebbero.

Così capirebbero le difficoltà che una famiglia  è costretta a fronteggiare. In queste situazioni, ad essere affetto da una patologia, non è solo il malato, è la famiglia stessa, che diventa sempre più fragile. Per questo motivo sono necessarie delle equipe che si prendano cura dell'intero nucleo. Ci aspettiamo dalla politica una maggior apertura, un maggior ascolto, la capacità di essere vicina alle persone. Solo in questo modo è possibile fare una buona legge.

 

I nostri parlamentari stanno lavorando per ottenere soluzioni concrete?

Attualmente in Parlamento è all'esame il testo unificato di alcune proposte di legge diretto a prevedere norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. Il malato chiede un diritto per sé: il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute, i trattamenti sanitari indicati, i rischi degli accertamenti diagnostici.

 

E il medico deve essere messo nelle condizioni di poter rispondere.

Il medico deve essere sincero, assicurarsi che il paziente abbia compreso quanto gli è stato riferito, trasmettere fiducia. Al malato deve essere concesso il tempo di riflettere sul proprio destino. “Se vuoi ti lascio morire, io ti posso sedare”, questo deve essere libero di dire il medico.

 

Quali sono le sue speranze per il prossimo futuro?

Vorrei che nella prossima legislatura si parlasse di eutanasia. Spero tanto che i parlamentari più sensibili possano creare una legge sul fine della vita. È una legge che deve diventare per tutti. Perché la morte è per tutti. È un fiore, la morte è un fiore.

 

Un fiore?

Se il seme non muore non può portare frutto. Questo lo si legge anche nel Vangelo di Giovanni.

 

Mina Welby, dopo la morte di suo marito Piergiorgio, come è cambiata la sua vita? Che cosa la motiva a non demordere mai nella sua battaglia?

Piergiorgio è morto dieci anni fa. Da quel momento si è aperto un nuovo capitolo della mia vita: ho parlato di cose di cui non avevo mai parlato e ho trovato la forza dentro di noi, dentro me e dentro Piergiorgio.

 

Una forza che c'era già prima della morte di Piergiorgio, avete lottato insieme per i diritti sul fine vita.

Noi avevamo sempre parlato del diritto di avere una “morte dolce”, come lui la definiva. E sapevamo che ci stavamo dirigendo verso un traguardo: avere una legge che tutelasse il diritto di scegliere in che modo morire. Le sofferenze sono un seme che fanno crescere in noi la consapevolezza della nostra fragilità. Ma non possiamo limitarci a questo: dobbiamo guardare una persona affetta da una grave patologia e cercare le risorse volte a migliorare la sua vita e il suo percorso verso la morte.

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