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Diciannove anni fa la favola di Steven Bradbury, la medaglia d'oro più incredibile della storia dei Giochi Olimpici (IL VIDEO)

Il racconto del giornalista bolzanino Franco Bragagna, che commentò tutte e tre le gare del pattinatore australiano, campione olimpico nella prova dei 1000 metri di short track alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002

Di Daniele Loss - 16 febbraio 2021 - 13:17

TRENTO. Nel mondo è famoso quasi quanto Michael Jordan o Usain Bolt. In Australia ha ispirato persino un modo di dire, utilizzato per indicare e sottolineare un un successo clamoroso e assolutamente impronosticabile.

Da quell'incredibile sera del 2002 sono trascorsi esattamente 19 anni, ma alzi la mano chi non ricorda il nome di Steven Bradbury? Sì, proprio lui, il pattinatore australiano che, alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City, vinse un'incredibile medaglia d'oro nella gara dei 1000 metri di short track dopo una clamorosa e fortunata escalation, che lo portò dalla batteria al gradino più alto del podio nel breve volgere di poche ore.

 

Ebbene Bradbury, che non era assolutamente uno sprovveduto, ma a 29 anni si apprestava a disputare la sua ultima Olimpiade e, soprattutto, era in fase decisamente calante dopo una serie di sfortunatissimi eventi che, dal 1994 sino alla viglia dei Giochi Americani, l'avevo relegato nella quarta fascia dello short track.

 

Campione Olimpico, contro ogni pronostico e ogni logica e addio alle competizioni subito dopo quella gara. Ma cosa successe a Salt Lake City il 16 febbraio 2002? In Italia tutti conoscono Bradbury, perché la Gialappa's Band e Mai Dire Olmpiadi, il format dedicato ai Giochi e costruito sulla falsariga del celebre, fortunato e rimpianto Mai Dire Gol, dedicò ovviamente uno spazio al pattinatore australiano, riproponendo le immagini di tutte e tre le prove del pattinatore di Brisbane, metropoli di 2 milioni e mezzo di abitanti della parte tropicale dell'Australia (non proprio un luogo adatto agli sport da ghiaccio...).

 

 

 

 

Le immagini sono della Rai, che trasmetteva in esclusiva le Olimpiadi sul territorio nazionale, coprendo tutte le gare in programma e il commento è quello di Franco Bragagna, la voce storica dell'atletica e degli sport invernali dell'Ammiraglia di Saxa Rubra. E allora, chi meglio del giornalista bolzanino può ricordare e raccontare i clamorosi eventi della Vivint Smart Home Arena?

 

"Prima di tutto ci tengo a dire che Steven Bradbury non era quello sconosciuto e incapace indicato da molti nel 2002, quando conquistò quell'incredibile medaglia d'oro. L'australiano - racconta Bragagna - era stato un atleta di tutto rispetto e di ottimo livello, capace di trascinare l'Australia alla medaglia di bronzo, la prima in assoluto alle Olimpiadi invernali, nella staffetta a Lillehammer 1994 e di conquistare tre medaglie a tre diverse edizioni dei Mondiali. Dopo le Olimpiadi del 1994 fu vittima di un gravissimo infortunio nel corso di una gara, rischiò la vita e venne salvato in extremis, quasi fosse il protagonista di un film americano sul 911. Sicuramente se si fosse trattato di un Mondiale, Bradbury non ci sarebbe stato perché non avrebbe ottenuto la qualificazione. Era il "vecchio" del gruppo, rispettato da tutti ed era anche una sorta di "portavoce" degli atleti nei confronti delle Istituzioni, ma decisamente sul viale del tramonto. Infatti quella fu la sua ultima gara: aveva già previsto di ritirarsi dopo Salt Lake City".

 

E, invece...

E invece accadde l'incredibile. Dopo aver vinto la propria batteria, ma la cosa non è indicativa perché al turno preliminare partecipano gli atleti provenienti da ogni parte del mondo, anche quelli, diciamo, non proprio "allineati" alle discipline del ghiaccio, Bradbury fu certamente fortunato nei quarti e in semifinale, mentre quanto successe nella finalissima fu clamoroso, a dir poco. Nello short track ci sono gli atleti fortissimi, quelli forti e i "normali". Ecco se un atleta forte accelera fa il vuoto, figuratevi i fortissimi, e lui era uno dei più "normali" che ci fossero, in quel momento.

 

Riepiloghiamo: Bradbury arriva terzo nei quarti di finale (il quarto cade) e viene ripescato per la squalifica di Gagnon, giunto secondo, e in semifinale è secondo per una doppia caduta all'ultima curva. E in finale?

La finale era a cinque perché vi era stato un ripescaggio. Io stesso parlai di Bradbury come la grande sorpresa. Si staccò subito, diventando quasi una sorta di corpo estraneo rispetto agli altri atleti in gara. All'ultima curva del giro finale il cinese Jiajun cade nel tentativo di superare il grande favorito Ohno, il quale andò a terra e trascinò con sé pure il canadese Turcotte e il coreano Ahn Hyun Soo. Bradbury, staccatissimo e quindi nemmeno coinvolto lontanamente nella caduta, fu l'unico atleta a restare in piedi e vinse la medaglia d'oro. Superò la linea d'arrivo in surplace e quasi incredulo. Ah, non fece una piega ed ha esultò. Come è giusto che sia per un campione olimpico. Io lo definii Ercolino, perché lui era rimasto sempre in piedi dal primo secondo della batteria all'ultimo della finale.

 

Lei da oltre 30 anni lavora in Rai, ha seguito 14 Olimpiadi, 7 estive e 7 invernali, e tantissimi Mondiali di atletica leggera e di sci di fondo, raccontando tantissime imprese leggentarie: basti pensare alla vittoria di Stefano Baldini nella maratona ad Atene 2004 e il doppio record di Usain Bolt nei 100 e 200 metri a Berlino 2009. Quella di Bradbury resta la più impronosticabile di sempre?

Per quanto mi riguarda sì. Anche alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 successe un evento simile. Nella gara dei 100 ostacoli femminili la strafavorita Gail Devers cadde all'ultimo ostacolo e a conquistare l'oro fu la semisconosciuta atleta greca Paraskevi Patoulidou che, successivamente, non ottenne altri risultati di rilievo. Ma quella è stata una gara, nel caso di Bradbury stiamo parlando di tre gare, nell'arco di poche ore. Incredibile, veramente.

 

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