"Da pubblico e sponsor nessun riscontro". Un anno fa l'allarme (inascoltato) di Da Re (volley): sport femminile a Trento, abbiamo un problema?
Le squadre femminili di vertice nel capoluogo trentino stentano ad ingranare in un sistema - istituzioni, club, sponsor, pubblico e media - che non le considera di interesse: eppure secondo la presidente del Coni trentino Paola Mora il patrimonio di atlete e appassionate di sport sul territorio c'è, e "avere delle squadre di alto livello sarebbe un valore aggiunto enorme dal punto di vista sociale e, a lungo termine, perfino economico"

TRENTO. Trento, capitale italiana dello sport. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, o lo abbiamo ripetuto noi stessi? Le classifiche de Il Sole 24 Ore d’altronde da anni raccontano che il Trentino è al top per praticanti, strutture, tesserati.
Un successo non solo di sportivi, ma anche di appassionati: il palazzetto di via Fersina ogni domenica è sold-out, con migliaia di tifosi che esultano per i successi di Aquila Basket e Trentino Volley, ormai da anni stabilmente al top dei rispettivi campionati nazionali e accompagnate verso le vette delle competizioni europee da una lista chilometrica di sponsor pubblici e privati. Mettiamoci pure il calcio in Serie C (e magari presto anche più su), che muove bilanci comparabili con quelli delle altre due massime realtà sportive cittadine, e il quadro è completo (e ci sarebbero ancora rugby, football, baseball, hockey e via discorrendo). Quante altre città in Italia possono vantare un tale patrimonio?
Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia, per lo più ignorato o bollato come “non-problema”: a Trento le squadre femminili di alto livello, anche degli stessi sport, praticamente non esistono.
Va bene, l’iperbole se vogliamo è un po' esagerata. Il volley cittadino in fondo conta una miriade di società gloriose spalmate su molte categorie, la Trentino Volley femminile è squadra di vertice in Serie A2. Il calcio ha un’onorevole Serie C con Trento e Azzurra, anche nel basket spingendosi fino al sobborgo di Ravina spunta una Serie C.
Certo, parliamoci chiaro, non c’è scritto da nessuna parte che una città debba avere una squadra femminile di riferimento, così come nessun club (fino a prova contraria aziende private) debba sentirsi in obbligo di avere sia una sezione maschile che una femminile. Ma la domanda se non altro è lecita: va a tutti bene così?
“LE SQUADRE DI ALTO LIVELLO CI SERVONO ECCOME: TRASCINANO, ISPIRANO, FANNO CRESCERE”.
“Partiamo col dire che in provincia di Trento i numeri che riguardano lo sport e lo sport femminile sono più che incoraggianti”, spiega a il Dolomiti la presidente del Coni trentino Paola Mora, l’unica donna a capo di un comitato regionale in Italia (e qualcosa vorrà pur dire).
“Tante ragazze nel nostro territorio praticano sport e questo per il Coni non può che essere un bel punto di partenza. Sappiamo - prosegue Mora - che c’è ancora molto da fare, stiamo mettendo in campo tante iniziative per provare a limitare il fenomeno dell’abbandono precoce nei primi anni delle scuole superiori che rimane più alto rispetto al maschile. Ma le atlete ci sono, emergono, ispirano: senza andare troppo lontani, basta pensare ai successi delle nostre fantastiche protagoniste alle recenti Olimpiadi, estive e invernali. Nadia Battocletti, Lara Naki Gutmann, Laura Pirovano. Solo per citarne alcune, ma la lista sarebbe molto più lunga”.
Poi però i riflettori del grande appuntamento si girano altrove, e sullo sport femminile cala il sipario e il silenzio mediatico: per gli sport di squadra è perfino più difficile riuscire ad emergere e farsi notare.
Avere una squadra di riferimento cittadina da questo punto di vista secondo Paola Mora può essere uno strumento potente anche in termini di visibilità e, come conseguenza più a lungo termine, di benessere: “Le squadre, i campioni, lo sport di alto livello nel territorio ci servono eccome. Anzi, non solo servono ma sono fondamentali. Aiutano a radicare i valori delle discipline, a creare un circolo virtuoso, a diffondere cultura sportiva e modelli vincenti. Ecco perché - prosegue Mora - Trento ha bisogno di squadre femminili importanti, che possano far sognare le nuove generazioni con tutte le conseguenze positive del caso: in questo momento storico stiamo finalmente realizzando l’importanza dello sport dal punto di vista sociale e sanitario”.
"NON ABBIAMO TROVATO ALCUN RISCONTRO".
Insomma, ragazze che praticano sport ne abbiamo. Strutture, tutto sommato, anche. L’autonomia permette alla Provincia e alle sue “declinazioni” di poter sostenere economicamente i progetti sportivi con un supporto consistente, determinante pure per le realtà professionistiche della città. E allora cosa ha impedito, in questi ultimi diciamo 5, 10 o 20 anni, di vedere parallelamente alla nascita e alla crescita di realtà come Aquila Basket e Trentino Volley anche delle squadre femminili di altrettanto prestigio?
Un anno fa di questi tempi il general manager del club di pallavolo più titolato al mondo, Bruno Da Re, in un’intervista alla Rai disse: “Quello che manca al femminile è il supporto esterno da parte del pubblico, dagli sponsor, dalle aziende: non abbiamo trovato alcun riscontro. Quindi oggi lo stiamo mantenendo interamente con le nostre risorse, con quelle che produce la prima squadra”. E pensare che il volley, dal punto di vista economico, è forse l’unico sport di squadra femminile con una Serie A degna di questo nome per sponsor coinvolti, spettatori presenti negli impianti, seguito a 360 gradi.
Il massimo campionato di basket “rosa”, tanto per rimanere lì, sta affrontando una morìa di squadre che sembra non incontrare fine: la Virtus Bologna è uscita di scena qualche anno fa, Sassari l’ha seguita recentemente per concentrare le risorse nel settore maschile o semplicemente per sfrondare voci di bilancio considerate infruttuose. Trento, intesa come Aquila Basket, osserva a debita distanza: se non altro a livello giovanile qualcosa (qualcosina) si sta muovendo, anche grazie alla spinta di Marco Crespi che tra le altre cose è anche stato Ct di varie nazionali femminili.
MARKETING.
Istituzioni, club, sponsor, pubblico, media. Tutti inequivocabilmente “non interessati”. Possibile? De gustibus, la possibile risposta: si può anche sentenziare che lo sport di squadra femminile semplicemente “non piace abbastanza” e voltare pagina.
Ma non occorre scavare troppo con approfondite analisi numeriche per constatare come in Trentino - e non solo - manchi una cultura sportiva profonda e diffusa che possa svincolare dai retaggi del passato (quelli sì profondi) costruiti sulla convinzione della superiorità dello sport maschile “a prescindere”.
Perché è vero, certo, lo sport femminile ha bisogno di investimenti e di copertura mediatica, intesa in tutte le sue forme. E fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma forse ha bisogno di una cosa più importante, che manca terribilmente: un buon marketing. Lo sport femminile deve raccontare sé stesso, e in qualche modo farsi raccontare, in maniera diversa: lo sport femminile non è beneficenza e non deve trattarsi come tale.
Nello sport ciò che a lungo termine crea interesse, passione e perfino mercato è l’entusiasmo, la passione, l’hype. Non il senso di colpa. Tutti elementi che per lo sport maschile diamo per scontati, ma che con le donne chissà perché rimangono sopiti, sullo sfondo, sfumati. Serve un cambio di mentalità più facile a dirsi che a farsi: lo sport femminile deve riuscire ad essere quello che è. Sport. Semplicemente sport. E quando lo sport femminile è percepito come uno sport, le cose diventano interessanti: molto interessanti.
Basta guardarsi intorno per cogliere sempre più esempi concreti di questo cambio di paradigma che stanno piano piano emergendo: negli Stati Uniti la WNBA sta attraversando un clamoroso boom in termini di spettatori, accordi televisivi e aumenti dei ricavi (che si traducono in contratti milionari per le atlete, da squadre e brand). Ma si potrebbe citare anche il calcio femminile in Spagna o nel Regno Unito: forse la tanto vituperata Gen Z si porrà domande diverse, e risposte diverse.
“Al di là di tutto - conclude Paola Mora -, lo sport femminile, compreso quello di squadra, è considerato da molti esperti un importante termometro per verificare i cambiamenti sociali, l’equità di genere nella società. Quante donne abbiamo nei ruoli apicali delle grandi aziende trentine?”.












