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Il 4 maggio 1949 la Tragedia di Superga, ma il Mito del Grande Torino non morirà mai. Una storia incredibile, senza eguali nello sport italiano

Dopo cinque Scudetti e una Coppa Italia (realizzando, tra l'altro, il primo double della storia), il percorso della più grande formazione italiana di tutti i tempi s'interruppe in modo assurdo e tragico: l'aereo sul quale la squadra stava rientrando in Italia si schiantò contro la Basilica piemontese a causa della scarsa visibilità

Il Grande Torino, capace di vincere 5 scudetti e 1 Coppa Italia negli anni '40: è stata la più grande squadra italiana di tutti i tempi
Di Daniele Loss - 05 maggio 2021 - 08:45

TRENTO. “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in trasferta”.

 

Così, sulle pagine del Corriere della Sera, Indro Montanelli ricordava il Grande Torino il 9 maggio 1949. Dalla tragedia di Superga erano trascorsi appena cinque giorni e appena 72 ore dai funerali, che richiamarono nelle strade del capoluogo piemontese un milione di persone, accorse per salutare quella che, a tutt'oggi, è considerata la squadra più forte della storia del calcio italiano.

 

Il 4 maggio di 72 anni fa, alle 17.03 del 4 maggio 1949, in un pomeriggio di primavera dal cielo nuvolosissimo, il Fiat G.212 che riporta in Italia i giocatori del Grande Torino si schianta contro il bastione della Basilica di Superga, che sorge sull’omonima collina che guarda il capoluogo piemontese da nord-est. Muoiono tutti e 31 i passeggeri: diciotto giocatori, tre dirigenti, i tre tecnici, i giornalisti Casalbore, Tosatti e Cavallero e quattro membri.

 

Il Grande Torino se ne n'andò lasciando sgomenta un'intera nazione. Anzi, tutto il mondo, perché in quel momento la compagine granata era la squadra calcistica più famosa del pianeta. E lo testimonia il fatto che quel 4 maggio del 1949 il Toro stava rientrando da Lisbona dove aveva disputato una partita di beneficenza: il capitano del Benfica e della naziona portoghese Francisco Ferreira aveva chiesto a Valentino Mazzola, il capitano, il dieci, il leader del Toro, di disputare un'amichevole a scopo benefico all' "Estàdio da Luz". Il destinatario della beneficenza sarebbe stato proprio lui, Ferreira: a quell'epoca in Portogallo non esisteva il professionismo e il calciatore portoghese versava in cattive acque, ma l'incasso di un'amichevole tra il suo Benfica e la squadra più forte del mondo, beh avrebbe richiamato un gran pubblico e risolto i suoi problemi finanziari. E fu proprio così.

 

Dopo uno scalo a Barcellona, dove i giocatori del Grande Torino incontrarono quelli del Milan (la vicenda è narrata benissimo da Riccardo Carapellese, all'epoca giocatore rossonero e poi granata, nella stagione successiva alla tragedia), che stavano volando verso Madrid, il viaggio riprese ma, anziché puntare su Malpensa da dove erano partiti  e dove avrebbero dovuto atterrare, il Fiat G.212 si diresse sul capoluogo piemontese: la truppa granata era stanca e non vedeva l'ora di rientrare prima a casa e poi, si narra, tutti avevano comprato tanti regali per parenti e amici e dei doganieri meno zelanti, magari di fede granata, avrebbero certamente creato meno problemi.

 

E, invece, all'aereoporto Aeritalia, quell'aereo non arrivò mai: la visibilità è pari a zero e dalla torre di controllo comunicarono al comandante Pierluigi Meroni che, per l’atterraggio all’aeroporto di Torino-Aeritalia, avrebbe dovuto procedere affidandosi esclusivamente agli strumenti di bordo. Le ultime parole che arrivano dall’apparecchio furono: “Siamo a 2.000 metri, tagliamo su Superga”. In realtà l’aereo stava volando a 4-500 metri di quota e, a 140 chilometri all’ora, andò a schiantarsi contro il Bastione della Basilica di Superga.

 

Il Grande Torino nacque, de facto, nell'estate del 1939, quando Ferruccio Novo, industriale nel campo degli accessori di cuoio con trascorsi da calciatore nel settore giovanile granata, venne investito del ruolo di Presidente: l'obiettivo era quello di rilanciare il Toro, la cui stella era offuscata dai numerosissimi successi della Juventus. In un decennio Novo riuscì a costruire la squadra più forte della storia del calcio italiano. Ristrutturò la società, si circondò di pochi ma fidati collaboratori, affidando la conduzione tecnica all'ungherese Ernst Egri Erbstein (a Torino dal 1938) che, formalmente, ricoprirà il ruolo di Direttore Tecnico per due sole stagioni (38/39 e 48/49), ma in realtà fu il braccio destro di Novo per tanti anni, seppur in gran segreto a causa delle leggi razziali.

 

Il primo grande acquisto nel '39 fu quello di Franco Ossola, prelevato dal Varese su consiglio di Janni, ex calciatore granata, che non lo faceva giocare in maglia biancorossa perché... troppo forte: se fosse sceso in campo Inter e Milan avrebbero capito il valore del giocatore e l'avrebbero certamente acquistato. Janni chiamò Novo e gli disse di portarlo subito a Torino: Novo staccò un assegno dell'importo di 55mila lire per un giocatore che non aveva praticamente mai visto il campo.

 

L'obiettivo di Novo fu, sin dal primo momento, quello di costruire una squadra invincibile, in grado di dominare in Italia per un decennio e poi di portare il mito del Grande Torino in tutto il mondo: sì, perché il presidente granata avrebbe voluto allestire due formazioni competitive. Una, il Grande Torino, avrebbe dovuto girare il mondo, affrontare le formazioni più blasonate del pianeta per far vedere a tutti quello spettacolo e un'altra, invece, avrebbe partecipato al campionato italiano per vincere lo scudetto.

 

Nel 1941, dopo un campionato terminato al settimo posto, il presidente granata operò in maniera massiccia sul mercato, anticipando tutte le dirette concorrenti ed effettuando ben cinque acquisti: dall'Ambrosiana ecco l'ala sinistra Ferraris, dalla Fiorentina l'ala dal tiro potentissimo Romeo Menti, mentre dalla Juventus il terzetto composto da Alfredo Bodoira, Felice Borel e Guglielmo Gabetto.

 

Nel campionato 1941 - 1942 ci fu la rivoluzione tattica, con il passaggio dal "metodo" al "sistema": il Torino arrivò secondo alle spalle della Roma e ai granata furono fatali le sconfitte patite contro il Venezia. Appunto, il Venezia, squadra nella quale militavano due giocatori straordinari quali Valentino Mazzola ed Ezio Loik. Ebbene Novo, che di calcio ne capiva come pochi, stacco un assegno da 1 milione e 200mila lire (più i cartellini di due giocatori), cifra pazzesca per quell'epoca, soprattutto in tempo di guerra.

 

Il 10 giugno 1940, infatti, l'Italia era entrata nel secondo conflitto bellico mondiale, ma Mussolini non aveva fermato il calcio perché riteneva che si sarebbe trattato di una "guerra lampo" e i calciatori sarebbero stati più utili sull'erba che al fronte.

 

Il Torino divenne Grande: a Mazzola e Loik si aggiunse il triestino Giuseppe Grezar, un mediano moderno per l'epoca, ma anche oggi sarebbe un giocatore superbo. Ebbene, fu il primo step di un percorso incredibile: il Torino vinse campionato e Coppa Italia, realizzando il primo double della storia del calcio italiano.

 

Nel 1944 l'Italia era divisa in due dalla Linea Gotica e fu impossibile disputare un campionato normale: si pensò, allora, ad un torneo di guerra, che si strutturava su tre raggruppamenti e fu vinto dai Vigili del Fuoco di La Spezia. I giocatori avevano paura di essere richiamati al fronte e, allora, tutti vennero assunti come operai all'interno delle fabbriche più importanti del paese, quelle che si occupavano di produzione bellica. E, incredibilmente, i calciatori del Grande Torino, grazie ai buoni uffici del Presidente Novo, finirono tutti alla Fiat.

 

Il campionato fu strutturato su tre gironi con un triangolare di finale all'Arena di Milano: vinsero i Vigili del Fuoco spezzini, con il Toro che arrivò stanco all'appuntamento e, ad onor del vero, sottovalutò e non poco l'avversario, chiudendo al secondo posto.

 

Dopo la guerra il calcio ripartì e Novo completò il suo progetto: dal Vado ecco il portiere Valerio Bacigalupo (l'undicesimo figlio di una famiglia decisamente numerosa), dalla Triestina il chioggiotto Aldo Ballarin, dall'Alessandria tornò dal prestito Virgilio Maroso, "El Marusin" e poi dal Brescia Mario Rigamonti e dallo Spezia Eusebio Castigliano.

 

Il Toro vinse all'ultima giornata sulla Juventus il campionato 1945- 1946, con prestazioni incredibili e, soprattutto, momenti di assoluto furore agonistico, il cosiddetto "quarto d'ora granata" (che spesso diventava anche mezz'ora), durante il quale la squadra piemontese entrava in trance e spazzava via letteralmente il malcapitato avversario di turno.

Tutto come da copione anche nell'annata successiva (46-47) con il Grande Torino che dominò il campionato, mentre a fine campionato 47-48 il vantaggio sulla seconda fu addirittura di 16 punti: un record. E, tanto per gradire, nella sfida contro la Lazio, trovatasi avanti per 3 a 0, nel coiddetto quarto d'ora granata, Mazzola e compagni segnarono quattro reti ai capitolini.  Nonostante i tanti infortuni, nell'annata 48-49 il Toro riuscì a tenere alle spalle l'Inter, che però tallonava i granata: lo scontro diretto, disputato il 30 aprile 1949 all'Arena di Milano, si chiuse in parità con il Torino che resistette agli assalti nerazzurri grazie ad una super prova di Bacigalupo.

 

Fu l'ultima partita disputata in Italia dal Grande Torino che, da lì a pochi giorni, avrebbe perso la vita a Superga. Quel giorno si chiuse l'avventura sportiva della formazione granata, ma non il Mito (e la "M" non è casuale, permetteteci) di una squadra destinata a restare nel cuore di tutti gli sportivi dell'epoca e non solo perchè, anche al giorno d'oggi, parlare di Grande Torino non è vintage, non è demodè. È doveroso. E, quattro anni dopo, non riuscendo a ricostruire una squadra così forte e deluso dalle prestazioni della Nazionale al Mondiale del 50', Ferruccio Novo, che di quella selezione azzurra era il capo della Commissione Tecnica, decise di chiudere anzitempo con il mondo del calcio e si ritirò in via definitiva.

 

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