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L’incredibile storia di Dora Ratjen, la saltatrice intersessuale che gareggiò per il Reich

Atleta olimpica nella "vetrina della Germania nazista" di Berlino 1936 e detentrice del record mondiale di salto in alto, conquistato negli europei del ’38, Dora Ratjen venne scoperta essere un uomo e ogni titolo le fu revocato. Ma la sua storia è più complessa e racconta di un giovane ermafrodito costretto a crescere nei panni di una donna

Di Davide Leveghi - 20 aprile 2021 - 10:04

TRENTO. La vicenda di Dora Ratjen, altista tedesca quarta alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e medaglia d’oro ai campionati europei di due anni dopo, rientra nel novero dei casi – piuttosto eclatanti - di ermafroditi nello sport. La portabandiera sudafricana alle Olimpiadi di Londra del 2012, Caster Semenya, vincitrice negli 800 metri piani di due titoli olimpici e tre mondiali, dimostra quanto una condizione fisica dalla nascita possa produrre dolorose vicissitudini giudiziarie, tra sentenze dei tribunali sportivi e conseguenti ricorsi, prese di posizione delle autorità sportive internazionali e infinite polemiche.

 

Per Dora Ratjen, invece, il riconoscimento dei suoi caratteri fisici maschili finì per essere un sollievo. Nell’unica intervista rilasciata, prima di ritirarsi a vita privata, tra il lavoro di operaio e quello di oste nel bar di famiglia a Brema, dichiarò infatti di aver vissuto come una liberazione un qualcosa che sentiva come imposto sin dalla propria infanzia. Da quel settembre 1938, quando su un treno di ritorno dalla vittoria di Vienna agli europei d’atletica venne denunciata come travestito, Dora Ratjen avrebbe finalmente cambiato il nome in Heinrich.

 

Nata nel sobborgo di Erichshof, a Brema, il 20 novembre 1918, alla prima esclamazione dell’ostetrica sul suo sesso (“E’ un maschio!”), fu poi indicata come una femminuccia. I suoi organi non erano definibili chiaramente e i genitori, convinti dalla levatrice, finirono poi per crescerla come una donna.

 

Riservata, timida, schiva, Ratjen venne tirata su come una bambina, ma intorno agli 11 anni, come poi ammesso nell’unica intervista rilasciata nel 1957, già era “consapevole di essere un uomo”. “Non ho mai chiesto ai miei genitori perché, da uomo, dovessi indossare abiti femminili”, aggiunse. Con il passare degli anni, dunque, dovette radersi con frequenza, nascondendo la sua intimità agli occhi del mondo.

 

Entrata in un club sportivo di Brema, sviluppò una grande passione per l’atletica. In particolare, dimostrò da subito un’incredibile predisposizione al salto in alto, scalando le classifiche regionali e nazionali e inanellando una serie di successi. Campionessa regionale della Bassa Sassonia, tre volte di fila campionessa tedesca di salto in alto, fece un trionfale ingresso nella squadra olimpica tedesca.

 

Con la nomina a cancelliere di Adolf Hitler nel gennaio del 1933, la Germania si apprestava a rialzare la testa dopo le umilianti imposizioni di Versailles. E mentre l’aggressivo imperialismo tedesco cominciava a muovere i suoi passi, con l’esercito che tornava a prendere forma, una vetrina mondiale avrebbe dovuto dimostrare al mondo la grandezza del Reich (in cui intanto ogni opposizione era stata spazzata via): le Olimpiadi del 1936.

 

Immortalate dalle immagini della regista di regime Leni Riefenstahl e passate alla storia per le straordinarie vittorie dell’afroamericano Jesse Owens – che mandarono Hitler su tutte le furie – quelle Olimpiadi avrebbero visto le autorità sportive tedesche preferire Dora Ratjen alla più forte Gretel Bergmann. Quest’ultima, infatti, venne inizialmente esclusa dalle gare in quanto ebrea e poi liquidata, dopo l’obbligo di reintegrare gli atleti di origine ebraica imposto dal Comitato olimpico internazionale alla Germania, con una scusa. “Lei non è abbastanza brava e non può dunque garantire risultati”, le comunicarono dal Comitato tedesco. Al suo posto, in rappresentanza della Germania, avrebbe saltato Dora Ratjen.

 

Certo i nazisti non sarebbero stati molto felici di sapere che sotto ai vestiti da donna si nascondeva in realtà una persona intersessuale. La stessa Bergmann, che con lei aveva diviso la camera da letto nelle foresterie degli atleti, dichiarò che non se lo sarebbe mai aspettato. E non a caso, Dora Ratjen, a quelle Olimpiadi del 1936, “fiore all’occhiello” della propaganda nazionalsocialista, avrebbe corso, o meglio saltato, classificandosi quarta con un risultato di 1.58 metri.

 

Dalla delusione olimpica, però, Ratjen si sarebbe ben presto riscattata. Due anni dopo, in una Vienna da poco annessa al Reich (QUI l’articolo), riuscì a strappare un incredibile record. Con un salto di 1.70 metri, era la donna ad aver saltato più in alto nella storia dell’atletica leggera.

 

Su di lei, però, pesava un macigno. La condizione a cui era stata destinata, quella di donna, non era quella in cui Dora Ratjen si sentiva più a suo agio. Si sentiva di vivere in una menzogna e proprio sulla strada di ritorno da quell’incredibile record mondiale la sua vita avrebbe assunto una svolta decisiva. A farla scattare, come spesso accadde nel clima di terrore e persecuzione della Germania nazista, fu una delazione.

 

Non è chiaro se a denunciare quella “strana” donna, con un accenno di barba, fossero state due passeggere o il controllore. Fatto sta che Dora Ratjen, scesa dal treno a Brema, venne avvicinata da dei poliziotti e tratta in arresto. “E’ un travestito”, l’accusa lanciata dai delatori. Arrestata e sottoposta a controlli accurati, Ratjen viene denunciata per frode e ogni sua medaglia confiscata. La sua carriera sportiva, così, finiva nel nulla.

 

Nondimeno, questa storia avrebbe potuto imbarazzare non poco le autorità tedesche. Sulla vicenda scese così il silenzio e Ratjen ottenne di potersi chiamare finalmente con un nome da uomo. Dora Ratjen si trasformò, in ogni documento, in Heinrich Ratjen. Da giovane uomo, pertanto,  non poté che tornare utile come “carne di cannone” alla folle guerra nazi-fascista, da cui tornò vivo, dedicandosi ad umili lavori e alla locanda dei genitori. Morto nel 2008, Heinrich Ratjen fu protagonista del primo caso di “imbroglio sessuale olimpionico”. Un imbroglio a cui, suo malgrado, fu costretto.

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