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'The Last Shot' 23 anni dopo ancora brividi: il 14 giugno 1998 Micheal Jordan decideva le Finals e regalava il secondo three-peat ai Bulls

Dopo il primo ritiro, MJ tornò al basket e conquistò altri tre titoli consecutivi, sei nel giro di otto anni, l'ultimo nel 1998. Con lui c'erano Rodman, Pippen, Kukoc, Kerr e Harper, in panchina l'inarrivabile Phil Jackson: quella Chicago è stata senza dubbio la squadra più forte di sempre della pallacanestro di tutti i tempi

The last shot: Micheal Jordan segna il canestro decisivo in gara 6 contro Utah nella serie di finale dei playoff del 1998
Di Da.Lo. - 14 June 2021 - 20:36

TRENTO. Ci sono immagini nella storia dello sport destinate ad essere tramandate per sempre ai posteri. Queste immagini tutti, ma proprio tutti, le hanno viste almeno una volta nella vita, magari inconsapevolmente. Quante volte durante una partita di calcio, pallavolo o pallacanestro i fotografi hanno scattato centinaia di foto, aspettando il momento per quella "giusta".

 

L'immagine di cui stiamo parlando non ha un autore (o un'autrice) conosciuto, ma ha un nome. Sì, perché è un'opera d'arte. L'hanno chiamata "The last shot" ed è la raffigurazione di una Divinità, che sta mettendo a segno l'ennesima impresa della propria straordinaria vita sportiva. Lui è MJ, al secolo Michael Jeffrey Jordan e l'immagine racconta dell'ultimo tiro della sua carriera (poi giocherà sì alcune stagioni con Washington, di cui era proprietario, ma quella è un'altra storia) in gara 6 della finale playoff del 1998 contro Utah.

 

"Quei" Bulls sono stati senza dubbio la squadra più forte di tutti i tempi, un insieme di campioni guidati dal migliore di sempre, Phil Jackson. I tori di Chicago avevano già realizzato un clamoroso three-peat, vincendo i tre titoli Nba nel 1991, 1992 e 1993. Poi Jordan si ritirò per 17 mesi, in seguito alla morte del padre, ma nel 1995 torno sul parquet. E, con lui in campo, i Bulls tornarono ad essere i più forti del mondo. C'era MJ, il giocatore più forte della storia, ma anche il resto non era proprio male, visto che alcuni dei suoi compagni si chiamavano Kukoc, Kerr, Harper, Pippen e Rodman.

 

Chicago vinse l'Nba nel 1996 e nel 1997 e il pensiero stupendo di Jackson e dei suoi era quello di realizzare un secondo clamoroso three-peat. La squadra era rimasta la stessa e, nella serie di finale, i Bulls trovarono gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, due dei giocatori più "pazzeschi" della storia della pallacanestro.

 

Il 3 giugno 1998 i Jazz s'imposero 88-85 nella prima gara disputata al Delta Center di Salt Lake Ciy, ma due giorni dopo Chicago riportò la serie in parità, espugnando questa volta (93-88) l'impianto della capitale della Utah. La contesa si spostò nell'Illinois con i Bulls che travolsero gli avversari 96-54 in gara 3 e replicarono il 10 giugno con una vittoria più risicata 86-82, ma sempre di vittoria si trattava. Sul 3 a 1 i Bulls cominciarono ad accusare la fatica, Pippen non era certamente nelle migliori condizioni per un problema alla schiena e, allora, Utah espugnò l'United Center con un successo al fotofinish (83-81).

 

Si arriva così al 14 giugno 1998 e si torna a Salt Lake City per gara 6: i Bulls si trovano avanti anche di 9, ma i Jazz non mollano e passano in vantaggio. Pippen deve continuamente ricorrere alle cure dei massaggiatori, Jordan è stanco perché i 35 anni cominciano a farsi sentire e non c'è la possibilità di riposare.

A 41 secondi dalla sirena Utah è avanti di tre punti (86-83), ma poi sale in cattedra, ancora una volta, Sua Maestà MJ. Che se deve lasciare lo fa alla sua maniera, lo fa alla MJ. Dopo il timeout di Jackson, Pippen serve Jordan, che si beve Russell e segna da due: 86-85 Jazz. Si va dalla parte opposta: Malone lotta con Rodman in una lotta infinita, ma Jordan lo sorprende dal lato cieco e gli soffia la palla. Meraviglioso.

 

Jackson non chiama time out (altrimenti gli avversari si sarebbero riorganizzati) e i cimpagni sanno perfettamente che MJ quella palla non la passerà a nessuno e sarà lui ad andare a concludere. Jordan manda al bar Russell, si libera completamente la visuale e poi lascia partire un arcobaleno che accarezza l'interno della retina, accompagnando la traiettoria con la lingua di fuori.

Mancano 5 secondi e spiccioli: Utah chiama time out, libera Stockton al tiro, ma la palla a spicchi sbatte sul ferro e vola lontana. I Bulls hanno vinto ancora, hanno realizzato il secondo three-peat e hanno conquistato il sesto titolo in otto anni. Pazzesco, come "The Last Shot" di MJ, nominato per la sesta volta MVP delle Finals.

 

Da quel tiro, da quel momento, da quell'immagine, scattata dal fondo campo opposto con un teleobiettivo, sono passati esattamente ventitrè anni. Ebbene, è come se fosse accaduto ieri. Anzi oggi, sicuramente domani, perché certe foto non fanno parte della storia dello sport. Sono la storia dello sport, senza "se" e senza "ma".

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