Trentuno anni fa la "Generazione di Fenomeni" batte Cuba: Campioni del Mondo. È il trionfo del "Vate" Julio Velasco, Bernardi, Lucchetta, Zorzi, Cantagalli, Gardini e Tofoli
Dopo aver vinto in rapida successione l'Europeo di Svezia del 1989, le World Series e i Goodwill Games, l'Italia del "Vate" Julio Velasco partì per il Brasile con l'obiettivo di arrivare tra le prime quattro. Dalla prima fase alla finalissima fu un'escalation strepitoso di un gruppo che fu capace di dominare il volley mondiale per quasi un decennio

TRENTO. "Lucchetta, Paolo, Bernardi (con mille "i", ndr), Bernardi (stavolta con duemila "i", ndr). Campioni del Mondo, Sul tetto del mondo. È il grande momento. Sul tetto del mondo".
Era la sera (tarda) del 28 ottobre 1990 e, in quel momento, la voce di Jacopo Volpi, inviato per la Rai in Brasile, stava raccontando uno di quei momenti che gli sportivi italiani non dimenticheranno mai: al "Maracanazinho", uno dei templi del volley mondiale, l'Italia di Julio Velasco aveva appena battuto Cuba nella finale del Campionato del Mondo e, per la prima volta in assoluto, gli azzurri salivano sul gradino più alto del podio.
Nei 12 mesi precedenti quel gruppo di straordinari atleti aveva vinto gli Europei di Svezia del 1989, le World Series e i Goodwill Games, ma il successo di Rio certificava all'anagrafe dello sport la nascita della "Generazione di Fenomeni". Fu proprio Jacopo Volpi, oggi vice direttore di Rai Sport e all'epoca appena 33 anni, a coniare quell'espressione, riprendendo il titolo di una celebre canzone degli Stadio.
La "Generazione di Fenomeni" era sul tetto del mondo, pronta a dominare il volley mondiale per quasi un decennio con la sola grande "pecca" della medaglia d'oro olimpica, un tabù che, a tutt'oggi (purtroppo), non è ancora stato infranto.
Il rally point system non esisteva ancora (venne introdotto nel 1998), si giocava al 15 con il cambio palla, non c'era il libero (anch'esso novità del 1998), i giocatori che battevano al salto erano pochi: era un altro volley, ma quella italiana era una squadra di assoluti fenomeni che, anche oggi, farebbero la differenza. In cabina di regia c'era Paolino Tofoli, che i tifosi di Trento hanno potuto ammirare dal 2001 al 2005 con la maglia gialloblù, l'opposto era Andrea "Zorro" Zorzi, giocatore potente, tecnico e dotato di un'intelligenza pazzesca, al centro il capitano Andrea Lucchetta e Andrea Gardini, in banda il "Bazooka" Luca Cantagalli e "Mister Secolo" Lorenzo Bernardi, uno dei trentini più famosi al mondo, nominato assieme allo statunitense Karch Kiraly "il miglior giocatore di pallavolo della storia".
Le riserve (chiamarle così è quasi una "bestemmia sportiva", visto il livello superbo di chi non partiva nel sestetto titolare) in quella rassegna iridata erano Andrea Anastasi, che poi avrà anche una splendida carriera d'allenatore, Marco Bracci, l'attuale Ct della Nazionale Ferdinando De Giorgi, Andrea Giani, Roberto Masciarelli e Marco Martinelli, roveretano doc, che con la maglia azzurra vincerà il Mondiale, l'Europeo del 1993 e 4 World League.
Trent'anni fa il Mondiale era una clamorosa full immersion: 16 squadre al via e rassegna concentrata in appena 10 giorni, dal 18 al 28 ottobre in tre città, Brasilia, Curitiba e Rio de Janeiro. L'Italia chiuse al secondo posto il girone B con 4 punti: dopo aver battuto Camerun (3-0) e Bulgaria (3-1), gli azzurri vennero sconfitti nettamente da Cuba, in quel momento la squadra più forte del mondo con il giocatore più forte del mondo, Joel Despaigne.
L'Italia si qualificò come seconda del raggruppamento alla fase ad eliminazione diretta: negli ottavi arrivò il netto successo contro la Cecoslovacchia (3-0), a cui fece seguito un'altra vittoria senza "se" e senza "ma" contro l'Argentina nei quarti (3-2).
In semifinale la squadra azzurra si trovò di fronte i padroni di casa del Brasile in un palazzetto che definire "infuocato" è puro eufemismo con 25mila tifosi brasiliani ad incitare Tande e gli altri verdeoro: dopo una battaglia clamorosa, conclusasi solamente al tie break, i moschettieri del volley italiano piegarono i padroni di casa che vissero quella sconfitta come una sorta di "Maracanazo" in salsa pallavolistica. Ah, la semifinale si giocò il 27 ottobre, mentre la finalissima il 28 ottobre, a meno di 24 ore distanza l'una dall'altra, una cosa impensabile al giorno d'oggi.
Ecco, la finale: la voglia di riscattare la sconfitta subita nella prima fase è tanta, ma tanta è anche la pressione. E la stanchezza. Nel primo set Cuba fa il bello e il cattivo tempo, Velasco toglie Cantagalli, in difficoltà soprattutto in ricezione, per farlo rifiatare e inserisce Bracci. La musica cambia completamente al ritorno in campo. L'Italia si è scrollata di dosso la tensione, vince il secondo e il terzo parziale (15-11 e 15-6) e sembra padrona della situazione: addirittura nella quarta frazione vola 10-5 e il titolo sembra ad un passo. Cuba è però una squadra incredibile: il regista Diago serve praticamente solo Despaigne, che riesce a portare i centroamericani addirittura avanti 14-13. Gli azzurri pareggiano e sorpassano (15-14) e il venticinque si gioca ai vantaggi.
Ebbene: l'Italia si vede annullate otto palle match, tutte da Despaigne, l'unico terminale di Cuba in questa fase. Alla nona, però... Lucchetta difende in seconda linea, Tofoli palleggia per Bernardi che picchia forte sulle mani del muro con il pallone che vola in tribuna. Jacopo Volpi celebra, come fece Nando Martellini otto anni prima al "Bernabeu", un trionfo mondiale, Gardini e "Lollo" salgono sul seggiolone del primo arbitro e Lucchetta verrà poi premiato come Mvp del torneo.
Nove anni dopo la "Generazione di Fenomeni" è ancora... fenomenale. Basta guardare le immagini sgranate dell'epoca o rileggere una cronaca dettata al telefono dagli inviati dei quotidiani sportivi in Brasile per sentire i brividi che corrono lungo il corpo. Brividi Mondiali, a cui è impossibile abituarsi.













