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Da quel messaggio di Zhang fino al tradimento di Lukaku, il direttore Giuseppe Marotta racconta la sua Inter: “Lottiamo per la seconda stella”

Dirigente da quando era diciannovenne, ora è al suo quinto anno in nerazzurro e punta al ventesimo scudetto della storia della società: “Ambizione non è arroganza e nello sport essere ambiziosi è un pregio”

Foto di Alessandro Holneider
di Federico Holneider

TRENTO. Sempre attento alla scelta dei termini giusti eppur sempre trasparente, agile nel dribblare la risposta senza mai farlo pesare. È anche questo il profilo dell'ad neroazzuro Giuseppe Marotta, ospite del terzo giorno di festival all'Auditorium Santa Chiara.

 

“All’Inter stiamo vivendo un momento positivo, - spiega l’amministratore delegato della società neroazzura - è la continuazione di un ciclo e c’è maggiore consapevelozza, possiamo essere protagonisti. In una stagione ricca di impegni, incluse le nazionali, è normale che ci siano dei cali fisici, l’importante è arrivare a un consuntivo finale che dimostri la forza della società”.

 

“Seconda stella obiettivo dichiarato? Io credo – spiega Marotta - che nasca dal fatto che nello sport essere ambiziosi è un pregio e tenere l’asticella alta sia stimolo per far sì che tutte le componenti societarie, non solo chi va in campo, abbia un obiettivo. Ambizione non è arroganza, ma un pregio che ti porta anche ad essere antipatici, la rivalità è competitività. Chi come me guida la gestione della squadra deve trasmettere questo concetto. Scudetto o Champions? Per la lotta dello scudetto siamo altamente competitivi. Vincere la Champions è motivo di soddisfazione straordinaria, però essendo realista credo sia qualcosa di abbastanza difficile. Vincere uno scudetto rappresenta l’atto in cui il migliore arriva primo, mentre nella Champions ci sono dei fattori che concorrono e non sempre la squadra migliore vince”.

 

Inevitabile una domanda sull’ex Romelu Lukaku: “Ormai fa parte di un passato recente in cui non voglio entrare”, si limita a commentare Giuseppe Marotta, “quando si vive la fiducia, si passa poi alla delusione. Fa parte di un calcio in cui il dio denaro fa da padrone”. E sulle parole al veleno del belga commenta: “Liberissimo di dire quello che vuole, nulla da dire. Credo che una decisione non possa prescindere da un momento come la finale di Champions, in un rapporto di grande rispetto e riconoscenza per lui. Da parte nostra è una polemica sterile in cui non vogliamo cadere. I fischietti a San Siro? Ho sentito di questa iniziativa, sarebbe più importante fare il tifo per i nostri giocatori, ma il tifoso ha il diritto di manifestare in modo civile e democratico qualunque cosa e va accettato”.

 

 

Sul fenomeno cinese di qualche anno e fa e quello attuale arabo puntualizza: “Io credo che lo sport sia universale e quindi nel dna del popolo mondiale, come lo sono gli interessi economici di alcune nazioni. Normale che nel corso della storia avvengano fenomeni come quello cinese, poi per strategie interne è stato un fenomeno che si è chiuso nel giro di poco. Quello arabo è invece un fenomeno che in questa stagione ha portato grandi vantaggi finanziari a club europei; tuttavia, alla fine andranno fatti i conti, perché tra un paio di anni dal punto di vista della competitività i nostri campionati rischieranno di essersi impoveriti, andando a intaccare la vendita dei diritti televisivi che rappresentano la maggior risorsa per un club calcistico”.

 

Sulle rivalità storiche: “Vincere contro Milan o Juve? La vittoria da grande adrenalina, ma il Milan è anche rappresentanza di derby cittadino e si sa che ha un sapore particolare. L’altra è una società altrettanto storica e importante ed è chiaro che dipende dai momenti, ma vincere un derby ha qualcosa in più”.

 

Spazio anche per un commento sul passaggio di consegne sulla panchina della nazionale: “Mancini o Spalletti? Sono rimasto un po’ amareggiato perché non immaginavo Mancini ci avrebbe abbandonato. Allo stesso tempo sono soddisfatto da italiano di questa scelta positiva. Ho visto Spalletti molto carico e partecipe. Conosco il tipo di contratto economico, e sicuramente avrebbe guadagnato di più in una squadra di club, quindi questo è un atto meritevole e che ammiro, nonostante lui abbia vissuto dei momenti critici con la società precedente. Spalletti all’Inter? Tutti gli allenatori che si sono avvicendati hanno dato il loro apporto. A un certo punto devi attuare una politica del cambiamento, che era necessario in quel momento storico dell’Inter, ma il contributo di Spalletti è stato importante in un momento in cui la squadra aveva difficoltà”.

Speciale il ricordo del suo approdo all’Inter: “Nella mia vita non dimenticherò mai quando si stava chiudendo un ciclo con la Juventus e, dopo l’annuncio della partita con il Napoli, la domenica ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto che diceva essere Steven Zhang. Quindi chiamai in causa Urbano Cairo, mio amico che conosceva bene Zhang, e mi ha detto che il numero di telefono da cui mi aveva scritto era veramente il suo. Allora è entrata in campo una forma di rivincita, quell’adrenalina che ognuno nel suo lavoro ha. Dobbiamo dare atto alla famiglia Zhang, che spesso viene boicottata, che negli anni ha speso circa 800/900 milioni di euro. Non creano pressione nei nostri confronti, conoscono il concetto di delega, cioè accettare quello che diciamo, e nello sport questo è un modello vincente. Anche Piero Ausilio in questi anni ha avuto molte intuizioni. Nel piccolo abbiamo fatto tanti colpi in entrata e in uscita. Per esempio con Icardi, quando aveva perso quell’appeal da protagonista, ma ne abbiamo ricavato 50mln dal PSG. Oppure tutte le entrate a parametro 0 che ci hanno dato feedback positivi. Abbiamo cercato di costruire squadre competitive in base alle nostre possibilità e abbiamo fatto capire come seguire la cultura della vittoria e il senso di appartenenza, fondamentali per la vittoria. Rimpianti? Fanno parte della vita, non si possono non avere. Come diceva Mandela, o vinco o imparo. A Istanbul abbiamo perso ma abbiamo imparato e credo, serve per migliorarsi dovesse capitare un’altra finale. Abbiamo creato un zoccolo duro di italiani, era da tanto che non c’era e il fatto di averlo significa creare presupposti per essere competitivi in campionato, ma anche facilitare a capire cosa è l’Inter e cosa vuol dire giocare in Italia”.

 

Chiamato poi a rispondere anche su alcune operazioni di mercato attuali come quelle di Onana, Thuram, Frattesi e Scamacca: “Onana potrà tornare all’inter? Il futuro non lo riesco ancora a prevedere ma ci sta tutto nel calcio. Tuttavia non sempre i cavalli di ritorno hanno dato sempre risultati positivi. È stata importante sia per lui che per noi questa operazione. L’affare Thuram? Spesso dico che alla fine la decisione è quella del calciatore. Anche in questo caso Thuram è stato protagonista nella scelta nonostante avesse altre offerte. Questo favorisce il senso di appartenenza, perché lui ha ponderato quale società potesse essere meglio per la sua carriera. Sicuramente il ruolo del papà ha influito. Come Inter siamo tornati ad essere appetibili e abbiamo ricevuto tante proposte di tanti giocatori che volevano venire a giocare da noi. Frattesi? Io ho avevo un buon rapporto con l’amministratore delegato del Sassuolo, ma noi facciamo le cose insieme e ognuno mette sul piatto le proprie doti. Anche la proprietà quando ho presentato questo investimento ha dato semaforo verde. Quando si arriva a una decisione sono tanti i fattori, anche l’opinione di mogli e fidanzate (ride, ndr). L’operazione Scamacca? A un certo punto abbiamo iniziato una negoziazione, c’è stata un’iniziale disponibilità da parte del giocatore, ma a un certo punto ha deciso di andare all’Atalanta, una scelta a lui più congeniale. Non c’è stata una competizione per offrire di più, ci siamo semplicemente ritirati.

 

 

Se ha ormai poco da chiedere alla sua longeva carriera da dirigente, non esclude invece un ingresso in politica: “Sono amante del calcio, ma nella vita ora mi sento appagato dal punto di vista professionale, anche se mi manca ancora la Champions, eppure ci ho provato già tre volte. Mi sento ora di dover restituire al mondo del calcio quello che ho ricevuto. Il fatto di occuparmi di questo fenomeno sociale che è il calcio, in qualità di tecnico, è un atto doveroso da parte mia, per trasmettere alle nuove generazioni il concetto che lo sport è la palestra della vita dei nostri ragazzi ed è fenomeno di aggregazione, e come tale deve essere sempre vissuto”.

 

Sulla recente vicenda scommessa non ci sta: “Credo che lo scommettere sia un vizio antico dell’essere umano e come tale va vissuto e combattuto da un punto di vista etico. I calciatori professionisti diventano ricchi improvvisamente, il tempo che dedicano alla vita calcistica non è cosi pieno e cercano di riempirlo con queste iniziative poco etiche. Nel corso degli anni, dal 1980, si ripetono sempre le stesse cose, con ragazzi che scivolano causando loro grandi danni.

 

C’è anche spazio per le grandi dicotomie: “Conte o Allegri? Il comune denominatore è che entrambi sono vincenti, e questa è una caratteristica che un allenatore deve avere. Poi ogni allenatore rappresenta un profilo diverso, di cui loro ne rappresentano due, anche se entrambi sanno vincere. Quindi ho vissuto due esperienze bellissime sia con uno che con un altro, con Antonio è stato ancora più bello perché vincere in questo periodo storico dell’Inter è stato bellissimo. Lukaku o Icardi? Per come sono andate le cose devo dire senza dubbio Icardi".

 

Battuta finale sul futuro della squadra: “Dove sarà l’Inter a novembre? Meglio fare il cacciatore che la lepre, c’è ora da gestire un momento di stanchezza legato a una compressione di appuntamenti, ma riteniamo di avere una rosa di qualità. Secondo me è la mia migliore Inter”.

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