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Trento
25 agosto | 10:03

Bronzo alle Olimpiadi ha rischiato di 'fermare' i campioni americani LeBron, Curry e Durant. Nenad il serbo 'trentino' si racconta: “Un'emozione incredibile”

Nel 2020 allenava il Cus Trento e le giovanili dell’Aquila Basket, oggi ha al collo il bronzo olimpico vinto da assistente allenatore della nazionale maschile serba dove allena alcuni dei migliori giocatori del mondo. È la storia pazzesca di Nenad Jakovljević, pronto a una stagione da assistente di coach Banchi alla Virtus Bologna tra Serie A ed Eurolega

TRENTO. Come si fa a non essere romantici, col basket?

 

Occorre parafrasare la celebre frase del film “Moneyball” per dare forma alla storia di vita e di sport di Nenad Jakovljević.

 

Tra Arco, Riva del Garda e Trento, lo conoscono in tanti: prima da giocatore (portato alla Gs Riva nel 2005 dallo storico allenatore e ds Gianni Asti) e poi da allenatore, Nenad è diventato stagione dopo stagione una figura di riferimento della pallacanestro locale trentina.

 

Fino a diventare coach e “anima” del Cus Trento, la squadra degli universitari che militava in Serie D, e allenatore di vari gruppi delle giovanili dell’Aquila Basket fino al febbraio 2020.

 

Beh, ora dimenticate la palestra di Sanbapolis o le Fogazzaro: oggi quel ragazzo ambizioso e appassionato, a nemmeno 36 anni di età, dopo aver dato battaglia a LeBron James e ai fenomeni americani si è appena messo al collo la medaglia di bronzo olimpica ottenuta da assistente allenatore della nazionale serba di basket, e da ormai tre anni tra impegni con la Serbia e ruoli di crescente importanza con Stella Rossa Belgrado e Virtus Bologna si sta affermando come uno dei giovani emergenti delle panchine della pallacanestro europea.

 

Il “profilo” di Nenad più che da allenatore di basket peraltro sembra quasi da spia internazionale: il classe ’88 nativo di Sremska Mitrovica ha 2 lauree, parla 4 lingue, gira per il mondo in lungo e in largo e per sua stessa ammissione non ha un giorno libero da due anni.

 

Insomma, sta vivendo un sogno. Come si fa a non essere romantici, con il basket?

 

“Sì, è proprio così – ammette il diretto interessato parlando con Il Dolomiti - sto vivendo un sogno. Qualche anno fa non avrei neanche potuto immaginare di vivere certe esperienze, a maggior ragione con la nazionale serba. Tutte le emozioni che sto vivendo non fanno che darmi stimoli per andare avanti per la mia strada con ancora più convinzione”.

 

Nenad, neanche il tempo di rendersi conto di aver vinto un bronzo olimpico ed è già tornato al lavoro con la “sua” Virtus Bologna. Ma andiamo con ordine: come sta?

“Stanco, perché davvero non mi fermo da due anni tra club e nazionale. Ma quella stanchezza è sepolta sotto un mare di orgoglio, felicità, gratitudine. Sono davvero fiero di quello che siamo riusciti a fare con la nazionale della Serbia in questi anni: negli ultimi due anni abbiamo vinto un argento al mondiale e un bronzo alle Olimpiadi. E soprattutto al di là dei risultati, abbiamo dato tutto, abbiamo trasmesso emozione ai nostri tifosi, abbiamo onorato al massimo lo spirito serbo”.

 

Vissute da “dentro”, le Olimpiadi sono effettivamente un appuntamento che ha qualcosa in più rispetto per esempio ad un mondiale?

“Sì, sono un’esperienza davvero speciale. Non tanto sul campo, quanto fuori: sei immerso in un ambiente pazzesco, ho avuto la fortuna di stare nei villaggi olimpici di Lille e di Parigi durante il torneo ed è travolgente la sensazione di essere parte di qualcosa di grande e bellissimo. Vivere fianco a fianco a tutti i grandi atleti che prendono parte alle gare olimpiche in tutti gli sport immaginabili è fantastico”.

 

E poi c’è il campo, dove si danno battaglia i più grandi campioni del basket internazionale.

“Ci sono appena 12 squadre di basket alle Olimpiadi. Ed è un peccato, perché è uno degli sport più importanti del mondo e meriterebbe un torneo con almeno 16 nazionali presenti. Si entra in un turbinio di partite ed emozioni ravvicinate che affronti con mosse e contromosse: nel girone iniziale abbiamo perso con gli Stati Uniti nettamente, poi abbiamo giocato due partite delicatissime contro Porto Rico e Sud Sudan, avversarie tutt’altro che agevoli. Battute quelle ci siamo ritrovati ai quarti di finale contro l’Australia”.

 

Una partita che per la Serbia era cominciata come peggio non si poteva: a un certo punto il punteggio a metà del secondo quarto era 22-46 e gli oceanici con un Patty Mills scatenato sembravano in controllo assoluto delle operazioni.

“All’intervallo negli spogliatoi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso, di squadra, che non ci saremmo arresi senza lottare. ‘Ora o mai più’. Abbiamo giocato un secondo tempo bellissimo contro un’ottima squadra come l’Australia, e abbiamo vinto dopo un supplementare. Poi ci è arrivata la notizia che avevamo appena compiuto la più grande rimonta nella storia delle Olimpiadi: nessuno era mai stato capace di recuperare un passivo di 24 punti”.

 

A risolvere la partita sono state un paio di prodezze di uno dei migliori giocatori del mondo: Nikola Jokić.

“Il giocatore più forte che abbia mai allenato, un uomo con una personalità straordinaria. Vive nel momento, rende migliori i compagni, sta lontano dai social e dalla confusione mediatica, si concentra sulle cose importanti di cui può avere il controllo. E la sua leadership è trascinante, anche nelle piccole cose. È un ragazzo umile che fa sentire tutti a proprio agio e che magari porta anche in tavola acqua e bibite per i compagni durante il pranzo, per dire. La nostra forza sta anche in questo: la squadra è un’unica entità, senza ego e senza individualismi”.

 

 

Mi lasci indovinare. Lo spirito serbo.

“Quello che ci ha portati vicini a compiere la vittoria più grande della pallacanestro serba, forse anche della pallacanestro in generale. La semifinale contro gli Stati Uniti. Li abbiamo forse un po’ sorpresi con la nostra difesa “mista” uomo e zona, e con il nostro ritmo in attacco. Però per vincere contro queste leggende servono 40 minuti senza errori. Qualcuno lo abbiamo commesso e nel finale hanno completato la rimonta. Ma poi siamo stati capaci di reagire e vincere uno splendido bronzo nella finale terzo-quarto posto con la Germania, ormai una potenza del basket mondiale”.

 

La gente di Belgrado al vostro ritorno da Parigi vi ha tributato un’accoglienza da eroi.

“È difficile raccontare cosa significhi per il popolo serbo il basket, cosa significhi lo sport. Nella storia complessa del nostro Paese, lo sport è stato un mezzo straordinario per trasmettere e mostrare il nostro valore, i nostri principi, le nostre emozioni”.  

 

Torniamo per un attimo alla semifinale: l’inno che risuona in un palazzetto da 20.000 spettatori, e di fronte, schierati dall’altra parte del campo, LeBron James, Steph Curry, Kevin Durant. Solo per citarne alcuni.

“Passare nel giro di 4-5 anni dall’allenare il Cus Trento o l’Under 18 dell’Aquila Basket a lavorare in palestra con stelle Nba multi-milionarie e affrontare Team Usa alle olimpiadi può sembrare un salto enorme. Ma quello che non è mai cambiato è la professionalità e il l’attenzione al dettaglio che ho sempre messo nel mio lavoro: a Trento allenavo i ragazzini con registrazioni video, utilizzo di software e modelli di scouting. Insomma, anche in realtà “piccole“ mettevo in campo al massimo le mie conoscenze e gli strumenti che avevo a disposizione, trovando nuove strade, cercando di migliorare me stesso e soprattutto i giocatori in campo. Non importava il livello, contava vedere i ragazzi migliorare. Ancora oggi con i grandi campioni che ho la fortuna di avere in palestra l’obiettivo è quello: che ogni giorno, ogni allenamento, porti a una piccola crescita”.

 

Quegli anni a Trento cosa le hanno insegnato?

“Mi hanno insegnato il valore della disciplina, della costanza, della consistenza. Mi hanno insegnato il valore dei piccoli passi in avanti giorno dopo giorno, senza la frenesia di voler fare tutto subito, un tratto caratteristico del club bianconero; mi hanno insegnato l’importanza di costruire relazioni con le persone, e di tenere la mente aperta. Se oggi sono qui è anche grazie a quelle lezioni di vita, a volte dolorose, nei vari alti e bassi a cui lo sport ti espone, ma sempre preziose”.

 

 

Eppure durante la pandemia quel sogno sembrava quasi essersi dissolto.

“Oggi sono davvero felice, perché guardandomi indietro ho avuto la fortuna e la bravura di essermi sempre fatto trovare pronto. Il duro lavoro ripaga. Sì, con la pandemia e la fine della mia esperienza a Trento, che mi aveva lasciato un po’ di amarezza, ero un po’ preoccupato: ero a Belgrado, non avevo trovato squadre dove poter proseguire la mia carriera da allenatore. A quel punto però non mi sono perso d’animo e sono rimasto “aggrappato” alla pallacanestro con un master in Eurolega che mi ha permesso di lavorare con l’ente che organizza i principali tornei di basket in Europa. Ho passato un anno a Barcellona e uno a Belgrado in cui ho lavorato come responsabile delle normative Covid, sfruttando questa occasione per migliorare le mie skill organizzative e gestionali, imparando anche lo spagnolo che oggi è una lingua che mi è molto utile per lavorare in un panorama sportivo sempre più internazionale”.

 

Ora con la Virtus Bologna inizia una nuova stagione lunghissima e piena di sfide appassionanti.

“Con l’opportunità di imparare tantissimo da uno dei migliori allenatori del mondo, Luca Banchi, e da un gruppo di giocatori ricco di campioni assoluti, giocando contro le migliori squadre d’Italia e d’Europa. Cercherò di incidere, nel mio ruolo, e di crescere come coach e come persona: continuando ad inseguire il sogno di poter essere, un giorno, un capo allenatore di una squadra importante. Un’opportunità che sono sicuro un giorno si presenterà: ma resto concentrato sul presente e sul fare del mio meglio giorno dopo giorno”.

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