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| 09 ago 2024 | 17:43

Il roveretano Alessandro Gober completa la Transcontinental Race, una delle gare ciclistiche più dure al mondo: “Non è una sfida contro gli altri, ma contro sé stessi”

Da Roubaix a Istanbul attraversando l’Europa in bici in 14 giorni, 13 ore e 33 minuti. L'impresa porta la firma del 30enne roveretano Alessandro Gober

di Michele Terragnolo (Liceo Prati)

ROVERETO. La Transcontinental Race è una gara di ultraciclismo che si svolge ogni anno dal 2013 in Europa.

 

Consiste nell’attraversamento del continente, con un percorso che si aggira tra i 3.200 e i 4.000 chilometri. Il percorso varia da edizione a edizione, non ci sono tappe e  il partecipante sceglie quale strada percorrere per arrivare alla meta finale: si parte da Roubaix, in Francia, e si arriva ad Istanbul, in Turchia. L’unico obbligo è di passare per i punti di controllo (da due a quattro a seconda dell’edizione).

 

Il ciclista non ha nessun aiuto o squadra e i corridori non possono aiutarsi a vicenda. Il cibo e le pause per riposare e dormire sono completamente in capo al corridore.

 

Insomma è una vera e propria corsa in solitaria, per sfidare il mondo e i propri limiti. Anche solo concludere il tragitto è una vera e propria sfida e non tutti i partecipanti arrivano alla fine.

 

Il fisioterapista roveretano ed ex atleta di livello internazionale di kickboxing, Alessandro Gober, classe 1994, ha concluso la gara, realizzando una grande impresa sportiva, del calibro di ex ciclisti professionisti. Il roveretano si è classificato 84esimo, attraversando l’Europa in 14 giorni, 13 ore e 33 minuti.

 

“La Transcontinental – racconta il 30enne roveretano - non è solo una sfida fisica, ma una vera e propria battaglia mentale. Gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo, e quando si è affaticati e in piena deprivazione di sonno è ancora più difficile trovare delle soluzioni ideali”.  

 

In effetti il viaggio, fatto completamente in solitaria, può essere pieno di insidie ed inconvenienti. “Soprattutto nei Balcani - spiega Gober - ho affrontato varie difficoltà. Mi sono trovato a pedalare da solo, circondato da gruppi di cani randagi.

 

Era spaventoso sentire i loro ululati avvicinarsi nell’oscurità. Anche il caldo è stato un elemento sfidante, il sole era impietoso, la temperatura era così alta che sentivo il calore salire dall’asfalto e le energie ridursi. L’unica soluzione per non andare oltre i limiti o frustrarsi era focalizzare l’attenzione su di sé, avere dei parametri di riferimento oltre i quali non spingere e attendere il momento in cui le temperature avrebbero concesso al mio corpo di esprimersi meglio”.

 

Sulla difficoltà dell’impresa, Gober afferma “Devi affrontare le difficoltà facendo ricorso a tutte le tue risorse fisiche e mentali. Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela - ha ammesso Gober - Le salite infinite, il caldo torrido del giorno e il freddo pungente della notte, il vento che ti spingeva indietro quando tutto ciò che desideravi era avanzare. Ma in quei momenti, è la tua forza mentale e delle relazioni che hai coltivato che fa la differenza. Devi trovare dentro di te la motivazione per continuare, per non arrenderti mai”.

 

In Serbia il ciclista ha anche rischiato di rimanere senza soldi. Infatti ad un punto di prelievo gli è stato trattenuto il bancomat e si trovava senza contanti. “Ero in un paese straniero, senza soldi, e la prospettiva di dover interrompere la gara era devastante. Fortunatamente, la persona che mi aveva affittato la stanza si è rivelata di una gentilezza incredibile. Mi ha aiutato a contattare la banca e il giorno dopo sono riuscito a recuperare il bancomat. Sono queste esperienze che ti fanno capire quanto sia importante l’umanità delle persone che incontri lungo il cammino”.

 

La conclusione del viaggio è stato un momento emozionante e forte. “Quando ho visto le prime luci della città, ho capito che ce l’avevo fatta. È stato un momento di pura gioia, ma anche di profonda commozione. Non ho potuto trattenere le lacrime. Tutto lo sforzo, il dolore, la fatica si sono trasformati in un misto di spossatezza fisica ma allo stesso tempo di estrema realizzazione”.

 

Il rapporto con gli altri partecipanti era diverso da una solita gara: “Ogni volta che incontravo un altro ciclista, c’era un senso di solidarietà. Non servivano parole, solo un cenno con la testa o un sorriso. Sapevamo che stavamo condividendo qualcosa di unico, qualcosa che pochissime persone al mondo hanno la fortuna di poter fare. Alla fine c’era una sensazione di vittoria collettiva. Anche se ognuno di noi ha vissuto la gara in modo diverso, c’era un legame speciale che ci univa. Abbiamo condiviso lo stesso viaggio, le stesse difficoltà, e abbiamo raggiunto lo stesso traguardo”.

 

Il legame e la responsabilità rispetto a chi è rimasto a casa hanno accompagnato Gober nell’impresa: “Nulla è scontato, che sia la resistenza del mezzo che utilizzi, la pianificazione della rotta fatta, o la possibilità di condividere con chi ami le tue passioni ed esperienze”.

 

Il ciclista ringrazia chi l’ha sempre sostenuto. “So che ci sono a casa tante persone che mi pensano e che sono preoccupate per me, credo che il merito dei successi sia da allocare ad un contesto di situazioni e persone, la gara è solo l’apice di un percorso molto più lungo.” Così ha dedicato la sua impresa alla famiglia e agli amici, che lo hanno sostenuto in ogni momento della preparazione. “Senza il loro supporto, non sarei mai riuscito a farcela. Ogni volta che avevo un momento di sconforto, pensavo a loro e trovavo la forza per continuare”.

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