Visite di idoneità sportiva, lunghi tempi d'attesa. "Mancano medici". Paolo Crepaz analizza una situazione complessa: "Non c'è ricambio e gli agonisti sono tanti"
Paolo Crepaz, delegato provinciale dei medici dello sport e vicepresidente del comitato del Coni trentino, fa il punto della situazione sulle visite sportive avvicinandosi all'inizio della nuova stagione: "Nonostante gli sforzi, la professione non è appetibile: va ripensato il ruolo dei medici dello sport"

TRENTO. È il momento di massima tranquillità nella stagione sportiva trentina. Ma non per molto: da agosto e settembre, si parte con la consueta corsa sfrenata all’annuale visita medica di idoneità per l’attività agonistica.
Dai più piccoli ai più grandi, l’esercito dei 68.000 tesserati che rendono la provincia di Trento la più “sportiva” d’Italia si rivolgono ad Azienda Sanitaria e privati per ottenere il via libera, obbligatorio per la pratica agonistica.
Una pratica che però con gli anni ha visto dilatarsi i tempi di attesa e crearsi liste infinite: affidarsi al pubblico significa dover fare i conti, nei periodi peggiori, con 5 o 6 mesi di attesa; nel privato la situazione è un po’ migliore, ma nei momenti di massima richiesta si arriva a dover aspettare un paio di mesi.
“Si fa presto ad individuare le cause di questa situazione: non ci sono abbastanza medici dello sport”.
Le parole sono di Paolo Crepaz, delegato provinciale dei medici dello sport nonché vicepresidente del comitato del Coni trentino: insomma, sono le parole di un professionista della materia che conosce assai bene il mondo della medicina e quello dello sport.
Dottor Crepaz, per gli sportivi trentini esiste effettivamente un problema di tempi e spazi per le proprie visite mediche sportive?
“Eviterei toni emergenziali sull’argomento, così come eviterei di paragonare i tempi di attesa di questo tipo di servizi con altre visite: non stiamo parlando di visite cardiologiche urgenti, tanto per capirsi. La visita medico-sportiva si fa ogni anno, si sa quando ‘scade’. E allora forse in certi casi il problema lo si risolve prendendosi per tempo e prenotando una visita in congruo anticipo”.
I grattacapi sono cominciati con la pandemia.
“Sì. L’Azienda Sanitaria si è da sempre impegnata a garantire ai minorenni questo servizio a titolo gratuito, è un obbligo. Dopo il lungo stop per il Covid, alla ripresa delle attività agonistica la Apss si è resa conto di non poter gestire l’altissimo numero di richieste che si erano accavallate durante il periodo di inattività, mese dopo mese: a quel punto per gestire la situazione al meglio ha aperto alla possibilità di permettere ai medici autorizzati di poter svolgere questo tipo di visite, riconoscendo un rimborso di 50 euro alle famiglie. Insomma, cercando di mantenere una buona efficienza nel servizio garantendolo comunque al tempo stesso senza spese per le famiglie”.
Non si può negare che da allora, però, sul fronte della medicina dello sport in Trentino ci sia stato un calo di medici e di servizio pubblico.
“Non certo per responsabilità dell’Azienda Sanitaria. Alcuni medici sono andati in pensione e nessuno si è reso disponibile a coprire gli orari vacanti di quei dottori: è un problema che si rileva anche a livello nazionale, che qui in Trentino produce la conseguenza che non ci sono medici in graduatoria e anzi, troppo pochi scelgono la medicina dello sport come specializzazione durante il proprio percorso accademico e professionale. Anche a fronte di importanti incentivi e borse di studio dedicate: gli sforzi, assolutamente concreti delle istituzioni provinciali non mancano”.
Ma evidentemente non bastano.
“Come giunta provinciale del Coni abbiamo chiesto all’assessorato alla salute, che ha competenze in materia, la possibilità di attivare una borsa di studio per medicina dello sport dedicata a giovani futuri medici trentini. Vedremo come andrà”.
Al di là del fatto che un calo dei medici sembra registrarsi sostanzialmente in ogni branca, come mai oggi la medicina dello sport non è appetibile?
“Un medico dello sport può svolgere sostanzialmente quattro attività principali. Condurre le visite di idoneità, che in effetti sono un impegno a tempo pieno particolarmente intenso; diventare medico di una squadra, o di una federazione, ma chiaramente sono poche le realtà professionistiche che possono permettersi una figura professionale di questo tipo a tempo pieno; diventare addetto all’antidoping, anche questa attività piuttosto di nicchia. E infine, così dice, il medico dello sport è un ‘prescrittore di sani stili di vita’. Cioè uno specialista che aiuta persone e altri colleghi medici trasmettendo conoscenze che aiutino le persone a stare meglio”.
Funzione che sostanzialmente non viene assolta.
“Sì, ed è un grande limite. Intendiamoci: lo sport fa bene. Sotto tutti i punti di vista. Quindi perché non trovare collocazione per un professionista che non abbia solo una funzione di ‘controllo’ ma che sia un promotore attivo della pratica sportiva? Nelle scuole, nella comunità. Credo che possa essere una visione nuova, moderna e maggiormente nobilitante che se trovasse una corretta collocazione sociale potrebbe aiutare a rendere più interessante ed appetibile questa specializzazione che altrimenti rischia di non trovare grande concretezza”.
Il Covid di sicuro non ha aiutato: anche nel settore privato si fa i conti con qualche problema. Non esiste un registro provinciale ma a spanne sono circa 25 mila le visite medico sportive agonistiche gestite ogni anno dai 12 medici autorizzati. Numeri gestibili?
“Con la pandemia, chi si è ammalato ha visto scadere il suo certificato e quindi ha dovuto ricorrere a ulteriori visite: questo ha ‘sconvolto’ le agende di atleti e medici, creando un calendario di ‘scadenze’ ora assai più distribuito nei vari mesi dell’anno. Se non altro evita, almeno in parte, che si sommino troppe richieste nei primi mesi delle stagioni sportive”.












