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Trento
03 luglio | 21:17

Il caso Schwazer, una vicenda che dura da quasi 15 anni. Bonarrigo: "Tanti, troppi parlano senza conoscere tutti i fatti. L'esame della terza provetta? Richiesta surreale"

Marco Bonarrigo è uno dei giornalisti italiani più preparati in materia di doping. Inviato del Corriere della Sera in occasione dei più importanti eventi sportivi, si occupa del tema da quasi 30 anni. Insomma, una vera e propria "autorità" giornalistica quando si parla di doping. Bonarrigo ha seguito approfonditamente il caso Schwazer in tutte le sue "fasi", passo dopo passo, seguendo la vicenda in ogni filone, assistendo a tutte le udienze del processo penale che si è svolto al Tribunale di Bolzano, conclusosi nel 2021

TRENTO. Ha detto "no" alle controanalisi perché "non ha nessuna fiducia nei controlli effettuati, proprio presso la stessa istituzione, già coinvolta in varie irregolarità connesso al controllo antidoping del 2016".

 

Alex Schwazer attenderà, dunque, che la giustizia sportiva si pronunci dopo che la Nada, l'Agenzia Nazionale Antidoping tedesca, ha annunciato di aver avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti per "una possibile violazione delle norme antidoping. La sostanza eritropoietina  (sostanza di classe S.2 nella Lista delle sostanze proibite dell'Agenzia Mondiale Antidoping), nota anche come EPO, è stata rilevata sia nei campioni di urina che in quelli di sangue prelevati dall'atleta durante i Campionati tedeschi di marcia su strada".

 

A fine aprile l'atleta di Racines, campione olimpico nel 2008 a Pechino nella 50 chilometri, aveva partecipato alla prova sui 42,195 chilometri - una delle nuove distanze della marcia - valevole per il titolo nazionale tedesco. Aveva vinto con un "tempone" e poi era stato sottoposto ai controlli antidoping previsti "di prassi".

 

Un mese e mezzo più tardi la notizia choc, con la comunicazione ufficiale che, nel suo sangue e nelle sue urine, erano state rinvenute tracce di Epo, la stessa sostanza di cui aveva ammesso di aver fatto uso nel 2012. Ad aprile 2013 era stato squalificato per 3 anni e 6 mesi, con inizio retroattivo al 30 luglio 2012.

 

Nel 2016 il marciatore altoatesino venne squalificato una seconda volta, per 8 anni, per la positività al testosterone riscontrata dopo un controllo a sorpresa effettuato il primo gennaio.

 

La notizia della positività, emersa dopo un secondo test più approfondito, venne resa nota a giugno, a luglio Schwazer venne sospesa in via cautelativa a poche settimane dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro (alle quali avrebbe potuto partecipare avendo centrato i "minimi" richiesti) e il ricorso presentato dal suo legale venne discusso in sede olimpica, proprio in Brasile, con il Tas che decise per una squalifica di 8 anni.

 

Scontato il secondo e lunghissimo stop, Schwazer è tornato a gareggiare. Prima in qualche gara "minore", poi ad Alessandria ai campionati italiani e poi in Germania, nella kermesse nazionale tedesca. E, proprio dopo la gara disputata a Kelsterbach, la Nada ha comunicato la sua positività.

 

Una vicenda incredibile, iniziata nel 2012 e che sembra non ancora conclusa. O forse sì perché - senza le controanalisi - arriverà probabilmente un'altra squalifica. La terza, che potrebbe significare radiazione.

 

Una "saga" senza precedenti nella storia dello sport che, proprio per quanto intricata, ricca di colpi di scena, luci e ombre, è stata anche raccontata da Netflix con una "docuserie".

 

Marco Bonarrigo è uno dei giornalisti italiani più preparati in materia di doping. Inviato del Corriere della Sera in occasione dei più importanti eventi sportivi (è già partito alla volta di Barcellona, dove sabato prenderà il via l'edizione 2026 del Tour de France), si occupa del tema da quasi 30 anni.

Insomma, una vera e propria "autorità" giornalistica quando si parla di doping, indipendentemente dalla disciplina sportiva. Bonarrigo ha seguito approfonditamente il caso Schwazer in tutte le sue "fasi", passo dopo passo, seguendo la vicenda in ogni filone, assistendo a tutte le udienze del processo penale che si è svolto al Tribunale di Bolzano, conclusosi nel 2021

 

"E bene precisare - esordisce l'inviato del Corriere della Sera - che quando un atleta viene trovato dopato le possibilità sono tre e non ci si scappa: o l'ha fatto volontariamente, o ha assunto qualche cibo o sostanza contenente a sua volta sostanze dopanti in maniera inconsapevole o, caso estremo, quasi impossibile mi viene da dire, qualcuno lo ha raggirato. Nel caso specifico, l'ultimo, riguardante la positività all'Epo di Schwazer rilevata dalla Nada dopo i campionati tedeschi di marcia svoltisi a fine aprile in Germania, chi può dire cosa sia accaduto? Ciò che è estremamente importante, per quanto riguarda le vicende di doping o legate al doping, è raccontare prima di tutto i fatti, come dovrebbe fare ogni buon cronista, documentandosi, verificando, approfondendo e ragionando con imparzialità. E questo va sottolineato, perché a tanti sembrerà "ovvio", ma purtroppo abbiamo avuto tanti esempi contrari".

 

Schwazer, durante la conferenza stampa post comunicazione ufficiale della Nada, ha detto che rinuncerà alle controanalisi. Salvo che venga analizzata una terza provetta - contenente un residuo d'urina - raccolta dal professor Sandro Donati al momento del test antidoping.

"Direi un'affermazione assurda, una situazione senza precedenti, una richiesta sconcertante, con un addetto ai prelievi, evidentemente non molto esperto o incapace di reggere la pressione che gli è stata messa in quel frangente, che ha permesso che tale provetta venisse raccolta dall'ex allenatore di Schwazer. Non credo che il professor Donati fosse in possesso, in quel momento, di un frigo portatile in grado di mantenere una temperatura di -70 gradi per trasportare il campione nelle condizioni necessarie affinché il contenuto si mantenga intatto. L'Epo, che è la sostanza che la Nada ha comunicato di aver trovato nel sangue e nelle urine di Schwazer, tra l'altro con doppio binario di positività, è volatile e, dunque, se la provetta non è stata custodita adeguatamente, risulterebbe certamente evaporata".

 

Ritiene possibile che l'eventuale assunzione possa essere frutto di una contaminazione involontaria?

"No, questo è da escludere. L'Epo non è una sostanza con la quale si può entrare in contatto in maniera involontaria, in quanto non è contenuta in alcun cibo o medicinale. L'Epo può essere assunta esclusivamente tramite iniezione".

 

Se venisse giudicato colpevole quali sarebbero le conseguenze?

"In caso di terza positività, nel 99% dei casi, vieni radiato. O, in alternativa, secondo un'altra interpretazione, 20 anni di squalifica".

 

Come giudica le recenti dichiarazioni di Donati a riguardo?

"Lui stesso ha rettificato, parzialmente, quanto detto nell'immediatezza, ridimensionando le proprie parole, ammettendo di aver sbagliato in qualche passaggio e di aver compiuto alcune "forzature" (l'ex allenatore di Schwazer si è corretto in un'intervista rilasciata a Fanpage.it, ndr). Poi lui stesso ha ammesso come, il fatto che l'addetto al prelievo abbia concesso di prelevare un terzo campione d'urina, sia assolutamente sorprendente e che, di fatto, si è trattato di un errore bello e buono, perché assolutamente non previsto dal protocollo".

 

Anche perché, rispetto al 2016, le circostanze erano completamente diverse.

"Sì. Allora si trattò di un controllo a sorpresa e, invece, questa volta era programmato, di prassi. Poi, la Nada tedesca non ha mai avuto nulla a che fare con Schwazer prima di aprile e il laboratorio di Colonia, il più accreditato e importante del mondo in materia di test antidoping, non ha lo stesso direttore e lo stesso personale di allora. Insomma, è una situazione che non ha nessun punto di contatto con quella esistente 10 anni fa".

 

Parliamo del processo penale che si è svolto a Bolzano e si è concluso nel 2021 con la sentenza di assoluzione per Schwazer per "non aver commesso il fatto".

"Attenzione, anche qui bisogna essere precisi. Il Gip (il Giudice per Indagini Preliminari, ndr), che è un giudice monocratico, che agisce e decide autonomamente, senza contraddittorio e senza l'affiancamento di altri colleghi, decise di non rinviarlo a giudizio. Lo stesso Gip produsse un dossier "monumentale" di circa 80 pagine, quando invece - solitamente - un'ordinanza di "non rinvio a giudizio" viene spiegata in due paginette - nel quale sosteneva che Schwazer era stato vittima di un complotto, che la provetta "incriminata" era stata alterata, allegando una perizia sul Dna. Contestualmente, e di questo però sui media non vi è quasi traccia, il Gip incaricò il Pm d'indagare sul possibile complotto ai danni del marciatore. Le indagini vennero svolte, ma non emerse alcun complotto".

 

Sono frequenti le condanne penali ad atleti trovati positivi?

"Rare, decisamente rare. Anche in casi acclarati, penso ad alcuni ciclisti la cui positività era stata ampiamente dimostrata, i protagonisti non hanno avuto conseguenze di carattere penale. Qualcuno, invece, è stato condannato, come ad esempio Ivan Basso, che era stato anche "intercettato", che patteggiò 6 mesi, convertiti in una sanzione pecuniaria, nel 2008. Quindi quello di Schwazer non è certamente l'unico caso, anzi, in cui un atleta viene squalificato dalla Giustizia Sportiva ma non rinviato a giudizio o assolto da quella ordinaria".

 

Parere personale: ma è stata veramente la scelta giusta tornare a gareggiare?

"Cosa lo abbia spinto a tornare alle gare lo sa solamente lui e non sarebbe corretto esprimersi. Quello che emerge dalla situazione è la sua difficoltà ad intraprendere un altro percorso, a chiudere con "ciò che è stato" e a formarsi un'altra vita. E' giovane e ha un futuro davanti, una splendida famiglia. La transizione da atleta a "post atleta" è tutt'altro che scontata. Senza dimenticare che, in caso di radiazione, sarebbe escluso da qualsiasi attività sportiva e non potrebbe nemmeno allenare. O meglio, potrebbe farlo, ma con il rischio - per non dire la certezza - di squalifica per gli atleti che avessero contatti con lui. E' certamente un ragazzo con fragilità, che va supportato e aiutato. Dopo la positività del 2012 venne lasciato solo. Gridare continuamente al "complotto" non significa stargli vicino e non credo sia quello di cui lui realmente abbia bisogno oggi".

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